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Il ritorno di Sting



Andrea Di Gennaro




Dopo la prima parte del Brand New Day Tour che aveva lasciato a bocca asciutta il pubblico romano, questa volta Sting non poteva certo non esibirsi davanti a un pubblico che da sempre lo ha amato e apprezzato. Stavolta per l’occasione sono stati spalancati anche i cancelli dello Stadio Olimpico, che è stato troppo spesso negato agli artisti rock.

Ad aprire la serata ci sono stati Max Gazzè -“ho imparato a suonare il basso ascoltando Sting”, disse in un’intervista di qualche tempo fa-, che con una formazione semiacustica e scevra di una vera e propria batteria, ha ben sintetizzato in termini musicali il momento stesso dell’esibizione: la grinta di un giorno che non voleva piegarsi al crepuscolo ormai imperante con il suo portato di delicatezza.

Chi invece ha tirato un po’ troppo per le lunghe è stato il chitarrista Jeff Beck, apparso un po’ datato nel suo suono rock anni ‘70 e incapace di capire che l’ansia del pubblico per il beniamino Sting, salito sul palco solo intorno alle 22:30, non gli consentiva di beneficiare di un supporto emotivo adeguato.

Con un’illuminazione sobria ed elegante e un gioco di luci caleidoscopico Sting ha aperto la sua esibizione sulle note di A Thousand Years affiancato dalla band che lo ha supportato anche nella sua ultima fatica discografica: Manù Katchè alla batteria, l’ormai fedelissimo Dominic Miller alle chitarre, Chris Botti alla tromba, Jason Rebello al piano elettrico, oltre a un secondo tastierista e un percussionista di contorno.

La prima parte del concerto ha indubbiamente colpito per la freschezza delle idee e alcuni guizzi improvvisati che il musicista inglese ha saputo esprimere senza troppi orpelli, come sua abitudine; i brani hanno tutti subito una rivisitazione piuttosto marcata rispetto ai loro referenti discografici e persino l’andamento melodico del tema di If You Love Somebody Set Them Free è stato a tratti reso in una chiave più pacata senza per questo perdere in efficacia.

We’ll Be Together, da tempo assente dalle scalette dei concerti, ha rivissuto di nuova luce con gradevoli contrappunti eseguiti in modo estremamente lirico dalla tromba di Chris Botti. Mentre sulle note di Fill Her Up ha iniziato a fare capolino quel gusto per un piglio jazzistico che in Sting è sempre stata una forma di sublimazione del proprio repertorio: in questo caso sono stati i suoni e le ironiche atmosfere del dixieland a prendere corpo, prima che il brano procedesse nella sua struttura compositiva, passando per momenti più country (come nel disco), un interludio decisamente introspettivo in cui i tappeti offerti dalle tastiere hanno offerto il fianco a Sting e alla sua penetrante vocalità, prima di concludersi in un climax di virtuosi incastri di tutta la sezione ritmica.

Moon Over A Bourbon Street è stata la perla dell’intero concerto, eseguita con le scansioni ritmiche del basso in primo piano, in grado di offrire quel sound rotondo e corposo che ha permesso alla tromba di Botti di stagliarsi in maniera lucida sopra gli altri. Un assolo in linea con la poetica del giovane musicista, che però a tratti non ha disdegnato di cimentarsi in una timbrica più sporca e più vicina a quelle sonorità di New Orlèans cui il brano è dedicato; nel complesso anche questa composizione è stata rivisitata, in una chiave ancor più propriamente jazzistica di quanto non si possa ascoltare nella versione da studio.

Il difficile e ormai proverbiale tempo in 7/4 di Seven Days ha messo in luce le enormi capacità ritmiche di Dominic Miller nell’inserirsi puntualmente in incastri di non scontata natura, oltre a far risplendere un paio di acuti a lungo tenuti con impeccabile intonazione dallo stesso Sting. Non potevano inoltre mancare alcune riletture di pezzi storici composti durante il periodo dei Police e così ecco che la prima a venir riproposta è stata la romantica, e al tempo stesso rockettara nell’animo Every Little Thing She Does Is Magic, capace di scaldare gli animi di almeno un paio di generazioni, nella sua ormai consolidata veste esecutiva. Con una piccola variante: stoppare la parte finale del grintoso crescendo tematico.

Piacevole anche l’andamento musicale della scaletta che, oltre a proporre un paio di medley, ha visto una felice alternanza di brani lenti e altri di maggiore impatto acustico; sebbene, per chi fosse stato presente al precedente Mercury Falling Tour del 1996, la sequenza dei brani sarà di certo apparsa fin troppo conosciuta.

La ormai mitica Roxanne ha anch’essa conosciuto una veste introduttiva insolita in cui al posto dei famosi accordi di chitarra un po’ acidi e vagamente dissonanti, Dominic Miller ha optato per suonare le note singole con un volume e un approccio molto più pacato e riflessivo. Nel complesso una versione molto più corale di quella a cui si era abituati ad assistere e in cui ha di certo fatto difetto un mancato assolo di piano che nei tempi passati portava la firma del compianto Kenny Kirkland.

La stessa mancanza si è notata in quel medley (Bring On The Night/When The world Keeps Running Down) che da ormai un quindicennio rappresenta uno dei momenti di maggiore impatto dei concerti di Sting; Jason Robello ha infatti tentato di dare una coloritura personale a quel meraviglioso solo che a distanza di tempo è ancora di impressionante attualità. Sfortunatamente le sue scelte armoniche hanno tradito un non leggero imbarazzo, soprattutto per l’incapacità di offrire spunti graffianti e accattivanti che potessero poi risolversi in una chiusura a climax.

Gli spettri di Kirkland e David Sancious si sono fatti sentire con tutto il loro peso, su un pianista che sfortunatamente di nero per ora può vantare solo il colore della pelle. Simpatica e un po’ guascona la performance rap, da tempo presente in scaletta, stavolta spostata sui ritmi sincopati ed incalzanti di Perfect Love Gone Wrong e interpretata con sapiente presenza scenica dal folletto Manu Katche; più istituzionali invece sono state le versioni di If I Ever Lose My Faith In You ed Every Breath You Take in cui si presumeva entrasse in scena Bruce Springsteen, poi scopertosi essere in compagnia della moglie di Sting in terra toscana.

Fragile in chiusura, dopo solo un’ora e mezza di musica, ha suggellato una performance eccellente del leader, in gran forma sotto il profilo vocale, creativo e direttivo in alcune chiusure impreviste per i più, pur lasciando un po’ l’amaro in bocca a chi da tempo ne segue le gesta e ne conosce l’impressionante capacità nella scelta dei musicisti a cui accompagnarsi.

La nuova band è troppo dispersiva sia per i musicisti coinvolti (Miller escluso, sempre geniale nella scelta dei suoni e nella capacità di interpretare i tempi dispari) sia per la sua struttura,: schierare infatti un solo fiato come Chris Botti che, dato il suo stile estremamente lirico, garantisce un importante apporto solo in veste solista, non può affatto reggere il confronto con i Jackson Brothers di recente memoria i quali, con il loro sound afroamericano, sapevano farsi apprezzare anche in chiave ritmica e contrappuntistica, grazie ai loro focosi riffes carchi di blues.

Due tastieristi poi, di cui uno impegnato solo in tappeti di sottofondo e un altro (Robello) ancora troppo acerbo e poco incline alle pratiche di contaminazione di cui erano maestri i suoi predecessori, hanno fatto sì che il suono complessivo della band perdesse in coesione, acquisisse magari i toni di una più rarefatta atmosfera a scapito però della qualità musicale che il piano ha sempre garantito alla musica di Sting solista. Eccellente, -ripetiamo-, quest’ultimo assolto per di più da tutti gli eventuali peccati dal sagace e romanesco commento di uno spettatore: “Er mejo de’ tutti!”.


Il sito ufficiale di Sting

Tante foto, notizie e un interessante diario che ripercorre gli anni
della sua lunga carriera (per ora il 1984, l'85 e l'86: gli altri arriveranno)

 

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