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L'una e l'altra



Ingrid Salvatore




Questo saggio appare sul numero 2/2000 della Nuova Serie della rivista Filosofia e Questioni Pubbliche diretta da Sebastiano Maffettone. Per ulteriori informazioni potete collegarvi al sito della Luiss Edizioni  o scrivere all'indirizzo e-mail edizioni@luiss.it 

 



All’origine dell’etica degli affari: una filosofia per l’America degli anni Cinquanta con un occhio alle relazioni industriali.

Stamattina, appena dopo le undici, Michael si è chiuso a chiave nel suo ufficio e non ne è più uscito. Bill (Bill!) gli ha mandato un terrificante messaggio d’insulti sul sistema di posta elettronica: si lamenta di una parte del programma che ha scritto. Secondo l’indice dei fumetti-«Bloom County»-incollati-sulla-porta, Michael è di sicuro il programmatore più intelligente nell’Edificio Sette e non è il tipo da accettare con disinvoltura le critiche. L’esatta ragione per cui Bill abbia scelto Michael, tra tutti noi, per dar voce alle sue lamentele è oggetto di ipotesi confuse.Forse si tratta di un controllo casuale della qualità del prodotto, tanto per mantenere in riga le truppe. Bill è così intelligente. Bill è saggio. Bill è gentile. Bill è benevolo. Bill, sii mio amico... per favore! [...]

L’inferno delle consegne è andato avanti anche oggi. Macinare, macinare, macinare. Non ce la faremo mai. Continuo a dirlo. Perché sottovalutiamo sempre le nostre tabelle di consegna? Proprio non lo capisco. Dentro alle 9 e 30, fuori alle 11 e 30 di sera. Da Domino per cena e tre Diet-coke. Oggi sono stato sopraffatto dalla noia un paio di volte e allora mi sono messo a controllare sul mio WinQuote, l’estensione che fornisce aggiornamenti continui sulla quotazione in borsa della Microsoft. Era sabato e quindi non era possibile che i dati cambiassero, ma io continuavo a dimenticarmelo. La forza dell’abitudine. Le borse di Tokio o di Hong Kong sarebbero state in grado di provocare qualche fluttuazione? Quasi tutti i membri dello staff danno un’occhiata ogni tanto, nel corso della giornata alle quote di guadagni. Voglio dire, se sei proprietario di 10.000 azioni (e tonnellate di membri dello staff ne hanno molte di più) e il prezzo del pacchetto aumenta di un milione, hai appena moltiplicato per dieci il tuo patrimonio! Ma ugualmente se scende di due dollari, l’hai appena ridotto di venti volte.[...]
Venerdì, la borsa ha chiuso a un dollaro e 75. Bill possiede 78.000.000 azioni, e questo significa che si è arricchito di 136,5 milioni di dollari. Io quasi non ho un pacchetto azionario: significa che sono un perdente.

Bill, lo avete certo riconosciuto, è Bill Gates, fondatore della Microsoft. Bill non è un vero padrone. Scrive messaggi personali ai suoi collaboratori (non dipendenti) ed è per tutti solo Bill. Alla Microsoft, del resto, non ci sono veri dipendenti. La maggior parte dei membri è azionista dell’azienda e non ci sono orari: nessun cartellino da timbrare. Gli uffici sono sempre aperti, così che si può entrare e uscire quando si vuole. Si può dormire fino a tardi e lavorare di notte, se lo si vuole. Il solo vincolo è definito dalle date di consegna, per il resto ognuno si organizza come crede. La Microsoft, non è nemmeno soltanto un’azienda. Concepita come un campus, è infatti un luogo in cui si vive. Chi lavora alla Microsoft vive nella Microsoft. Case, attrezzature sportive e un indotto creatosi intorno alla grande azienda, che prolunga all’esterno l’atmosfera interna, definiscono l’universo degli operatori Microsoft. La Microsoft è una comunità.

E di sindacato, ovviamente, nemmeno a parlarne. Perché, poi? Non sono, forse, gli operatori, con le loro azioni, proprietari della Microsoft? Anni fa, Frank Tannenbaum, formulava nei termini seguenti la sua visione di come si sarebbe organizzata la società, quando i lavoratori (sindacalmente organizzati) si sarebbero riconquistati la proprietà aziendale, attraverso l’azionariato diffuso: «Uno dei mutamenti che si celano nello sviluppo del sindacalismo è il ristabilimento di un interesse proprietario dei lavoratori». E poco più avanti: «Non c’è nulla, nella morale o nella politica pubblica, che si opponga allo sviluppo dell’interesse proprietario dei lavoratori attraverso le loro organizzazioni».

Sindacato a parte, Tannenbaum avrebbe potuto salutare (se solo non avesse letto Douglas Coupland!) il progetto della Microsoft come la realizzazione della sua utopia: i lavoratori-azionisti si reimpossessano del loro lavoro, ponendo fine a quella separazione fra proprietà e gestione che tanto aveva preoccupato il nostro autore. Questa è naturalmente una forzatura; in verità, è difficile dire cosa avrebbe pensato Tannenbaum della Microsoft, tanto più che è difficile anche dire cosa ne pensiamo noi, dato che il romanzo di Coupland ci lascia con un senso di agghiacciata solitudine che è difficile decidere se riguardi l’essere umano o il lavoratore. È vero, invece, che è dalla grande diffusione della borsa e delle azioni che tutto è cominciato.

Per Tannenbaum, la capacità del sindacato di operare come veicolo della raccolta di azioni per i lavoratori rappresentava l’unico modo di porre rimedio a un fenomeno che stava profondamente modificando il volto del mondo dell’impresa e del lavoro: la nascita delle grandi corporations, capitanate non più da un «padrone» ma da uno staff di manager, la cui proprietà è diffusa fra azionisti anonimi e sufficientemente dispersi, sostanzialmente indifferenti all’andamento dell’azienda, se non nei termini delle sue quotazioni in Borsa.

«L’epoca del possesso in proprio da parte dell’individuo, della famiglia o della società», scrive Tannenbaum, «quando i mezzi per vivere che se ne dovevano ricavare dipendevano dalla cura costante dei dettagli e dall’esercizio della responsabilità personale, ha ceduto il posto in misura sempre maggiore a un rapporto fluido e impersonale nelle industrie da cui gli uomini ricavano il proprio sostentamento. La novità della corporation non consiste soltanto nelle sue dimensioni o nella sua grande ricchezza, ma nelle conseguenze che ha avuto sulla proprietà. Sotto forma associativa il compratore di titoli ha una proprietà della quale si può spogliare nel giro di pochi minuti. [...] Gli azionisti posseggono l’impresa, ma non ne conoscono affatto i dirigenti; non conoscono neppure i nomi dei membri del consiglio di amministrazione; non possono prendere decisioni amministrative che influenzino in alcun modo l’andamento dell’impresa; non sentono alcuna diretta responsabilità nelle operazioni compiute e sarebbero incapaci di esprimere, se richiesti, un corretto giudizio sul gran numero di problemi dell’impresa. [...] È accaduto che la proprietà si è trasformata in un diritto indefinito di fronte a una società per azioni diretta da gente che non la possiede».

Il problema che Tannenbaum ha cercato tanto di rendere evidente in tutta la sua gravità, quanto di risolvere in termini filosofici era quello, già maturato negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, della separazione fra proprietà e lavoro, a causa dell’imporsi delle grandi corporations come forma organizzativa dell’industria. Tannenbaum vedeva bene come questa separazione deresponsabilizzasse la proprietà (ormai solo di azionisti) rispetto a quanto accadeva in fabbrica (o in qualunque posto di lavoro), separandola così tanto dai suoi effettivi gestori quanto dai lavoratori. Una proprietà siffatta non fa il bene dell’azienda e, dunque, nemmeno della società. Un azionista (anonimo fra migliaia di altri azionisti) non ha interesse nella produzione, nell’organizzazione, nella gestione. Non sa che cosa l’azienda faccia. Non ha rapporto con i lavoratori, così come i lavoratori non hanno rapporto alcuno con una proprietà così immateriale. Questo, per Tannenbaum, avrebbe innescato un processo di deresponsabilizzazione, tanto dei proprietari quanto dei lavoratori, che alla fine doveva distruggere l’industria e con essa il benessere che ci procura. Non solo. La spersonalizzazione della proprietà, con la conseguente completa spersonalizzazione della responsabilità, era tanto più grave quanto più le corporations si configuravano - in termini di ricchezza e di influenza - come una sorta di Stato nello Stato.

«È da notare», scrive ancora Tannenbaum, «che all’isolamento individuale e alla fluidità si è accompagnata la concentrazione del potere in società per azioni, in società finanziarie e in cartelli. Abbiamo così una crescente impotenza sia del proprietario che del lavoratore, accompagnata da un aumento delle dimensioni, della potenza e del dominio dell’impresa. [...] Prima della guerra, esistevano negli Stati Uniti trenta corporations i cui beni ammontavano a un miliardo di dollari ciascuno. Ognuna di queste gigantesche unità economiche è più ricca di molti Stati americani o di Stati sovrani stranieri».

Se i dati di Tannenbaum appaiono ormai invecchiati è solo in senso diminutivo. Per avere un’idea delle dimensioni attuali si considerino questi dati forniti da Giulio Sapelli: «La prima azienda al mondo per capitalizzazione borsistica, la General Electric (Usa), capitalizza in Borsa circa 200.000.000.000 di dollari, ossia i due terzi dell’intero valore della Borsa italiana. Se alla General Electric aggiungiamo la Coca Cola (Usa), la seconda azienda capitalizzata al mondo, [...] la somma delle loro capitalizzazioni supera l’intera valore della Borsa italiana».

Esistono ragioni specifiche per cui le corporations si impongono come un fenomeno prevalentemente americano, intendendo con questo sia il fatto che è negli Stati Uniti che si sono inizialmente formate sia il fatto che quelle americane restano le corporations più imponenti per dimensioni e ricchezza. Torneremo più avanti su questo, cercando di meglio definire la specificità italiana rispetto agli Stati Uniti. Per ora invece, val la pena di segnalare come l’insieme dei problemi che Tannenbaum poneva, di fronte al sorgere di questi immensi colossi negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, è semplicemente intatto. Adesso, semmai, esso si presenta con l’aggravante del carattere multinazionale delle grandi corporations.

Non solo. Tannenbaum individuava anche, se si consente una lettura in qualche misura orientata del suo lavoro, gli strumenti concettuali e teorici con cui andavano affrontati i problemi che vedeva. A Tannenbaum, infatti, importava dare una lettura morale dei problemi che descriveva. Egli considerava un problema morale (e politico) il tipo di rapporto che veniva a stabilirsi fra un’azienda ricca come e più di uno Stato e lo Stato entro i cui confini essa si trovava a operare. E considerava un problema morale il nuovo assetto che venivano ad assumere le relazioni fra proprietà, management e lavoro. Così come sottolineava fortemente il ruolo morale che il sindacato doveva svolgere (e, secondo lui, di fatto svolgeva). Tannenbaum, insomma, inventava, negli anni Cinquanta, quella che più tardi sarebbe divenuta l’etica degli affari. Non solo. Inventava una particolare versione di etica degli affari; la stessa che mi propongo qui di specificare e difendere.

Prima di far questo e forse a solo giovamento dei (pochi) lettori di Tannenbaum, devo precisare che a me non importa qui di entrare nel merito della particolare costruzione di questo autore. Come ben sottolinea il curatore della nuova edizione italiana, Tannenbaum è per molti versi un autore superato nelle sue speculazioni più teoriche riguardo alla funzione del sindacato, del lavoro e dei rapporti fra lavoro e impresa. Impegnato com’è in una serrata critica all’individualismo liberale (e alla sua fondazione teorica contrattualistica), Tannenbaum fornisce una versione ultra-comunitarista della fabbrica che, senza impegnarsi ora in una querelle filosofica, può facilmente definirsi inaccettabile. Ma, come ho detto, non sono questi gli aspetti più vivaci della filosofia di Tannenbaum. L’aspetto vitale che a me importa sottolineare sta nell’importanza che Tannenbaum attribuiva a una visione morale e politica delle vicende tanto economiche quanto del lavoro e dei lavoratori che trattava e che, inoltre, facesse questo tenendo sempre ben presente come di fronte all’istituzione impresa veniva a trovarsi l’istituzione sindacato.

Per comprendere il significato che attribuisco a questo esperimento, rimasto per altro senza seguito, come dirò, occorre considerare alcune cose. In particolare, occorre tener conto del fatto che Tannenbaum è considerato una sorta di padre nobile delle relazioni industriali e il suo libro «una delle più straordinarie introduzioni all’esperienza sindacale (come vicenda storica e come esperienza sociale e personale)». Tannenbaum, infatti, considerava inscindibili le vicende dell’impresa da quelle del lavoro e da quelle del sindacato. Questo significa che in Tannenbaum si trovano unificate le istanze fondamentali dell’etica degli affari da una parte e delle relazioni industriali dall’altra. E si trovano unificate come questioni che non possono essere separate l’una dall’altra, pena l’inconsistenza di entrambe.

Tannenbaum, tuttavia, non ha fatto scuola. Le cose sono andate al contrario. L’etica degli affari, che delle due discipline è la più recente, si è imposta indipendentemente da qualunque contatto con le più vecchie relazioni industriali, e le relazioni industriali hanno riservato una fredda indifferenza all’entrata in scena dell’etica degli affari. Come è perché questa reciproca indifferenza si sia instaurata non è a me noto. Si può ipotizzare che le due discipline nascano da esperienze profondamente diverse e seguano quindi vie che non facilitano questo incontro. Ma, al di là di queste ipotesi, il punto per me centrale è mostrare come, in questo modo, entrambe hanno perso qualcosa, come Tannenbaum sembrava aver compreso. Comunque sia andata, l’intento centrale del mio lavoro consiste nel mostrare che questo stato delle cose produce una perdita di capacità di comprendere e valutare i problemi che ci stanno di fronte e che è necessario, pertanto, tentare una riconciliazione delle due prospettive.

L’idea è piuttosto semplice e, credo, non difficile da accettare. Abbiamo visto come l’etica degli affari sia una disciplina fortemente connotata dal paese in cui ha avuto origine, gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, com’è noto, il ruolo, il potere e anche le dimensioni del sindacato sono del tutto diverse, rispetto all’Europa e, per quanto ci riguarda, all’Italia. Questo produce, nell’etica degli affari una sistematica, e per il lettore italiano sorprendente, sottovalutazione dell’importanza del sindacato come attore che opera sia nella dimensione economica che in quella politica. La conseguenza di ciò è che l’etica degli affari resta in Italia una disciplina incompleta, se così posso esprimermi, tutta orientata a sottolineare gli aspetti morali che sottostanno al rapporto fra società e azienda e fra lavoratori e azienda e del tutto disinteressata a indagare il rapporto fra sindacato e azienda e fra sindacato e lavoratori, nonché - ma questo è un punto che lasceremo in sospeso - fra sindacato e società. Questo è tanto più grave quando si consideri non solo, come abbiamo detto, quanta importanza il sindacato abbia nella nostra vita politica ed economica, ma anche quanto poco inclini siano gli studiosi del sindacato e delle relazioni industriali a riconoscere la valenza morale del ruolo del sindacato, come vedremo nella terza parte.

In merito al ruolo del sindacato, voglio solo ricordare che il sindacato in Italia ha un ruolo determinante nelle politiche sociali, effettuando spesso scambi fra lavoro e prestazioni sociali. Questo modifica sostanzialmente la natura del rapporto fra azienda e lavoratori che smette di essere un rapporto a due per diventare un rapporto più ampio a cui prendono parte attori politici (partiti) e governativi. In tal modo, non solo diventa evidente la dimensione politica che tutto ciò assume, e che l’etica degli affari non può certo sottovalutare, ma si pongono tutta una serie di questioni che non hanno evidentemente eguali in altri paesi. Per esempio, per chi decide il sindacato? a che titolo rappresenta chi? quanta estensione devono avere gli accordi che il sindacato sigla sia nelle aziende (a entrambi i livelli di contrattazione) sia in ambito politico e sociale?

Per lungo tempo, com’è noto, il sindacato ha preteso di rappresentare una forza omogenea e coesa in contrapposizione - economica e politica - al mercato. In questa ideale separazione della società il sindacato si assumeva il compito di portavoce di un intero blocco contro l’altro: ha parlato, infatti, a nome dei poveri, dei disoccupati, dei pensionati, dei malati, delle donne, i cui interessi, per quanto conflittuali potessero essere, erano accorpati dalla comune appartenenza, presunta o reale, al lavoro dipendente. Naturalmente, le cose non stanno più in questi termini. Il sindacato ha dovuto prendere atto della parzialità degli interessi che rappresenta, cominciando anche a mettere in questione - ma questo resta un punto difficile - l’equivoco sin qui mantenuto circa la presunta sovrapponibilità fra richieste di giustizia e richieste sindacali. Fra gli studiosi di relazioni industriali, oltre che nel sindacato stesso, la necessità di ridefinire ruolo e compiti del sindacato è ormai divenuta esplicito oggetto di dibattito, con posizioni diverse. Ma singolarmente, l’etica degli affari non ha saputo proporsi come paradigma alternativo a quello delle relazioni industriali, in grado di riformulare i termini della relazione fra lavoro, aziende, società e sindacati, proprio perché, di fatto, è rimasta troppo ancorata alla riflessione originatasi negli Stati Uniti, dove le questioni si pongono ovviamente in modo diverso.

Mentre, dunque, nelle relazioni industriali e nel sindacato, cominciava una riflessione su come ridefinire i rapporti fra mondo degli affari e mondo del lavoro, fra istanze politiche e istanze economiche e così via, l’etica degli affari, pur avendo tutte le carte in regola per offrirsi come paradigma alternativo, non è stata in grado di giocare questo ruolo, rimanendo non solo una disciplina più marginale di quanto non potrebbe essere, ma lasciando fuori dai suoi interessi alcune fra le questioni centrali che costituiscono il dibattito politico.

Il mio punto, pertanto, è che se l’etica degli affari vuole giocare un ruolo nelle vicende nazionali, se davvero vuole offrirsi come efficace strumento per le aziende tanto quanto per i lavoratori e per il sindacato, deve dotarsi di tutte le competenze che la mettano in condizione di intervenire nel merito delle questioni che realmente definiscono l’agenda nel nostro paese. Il primo passo per far questo è certo costituito dallo stabilire un legame con le relazioni industriali, sia in termini di critica a queste, nella misura in cui non si mostrano più in grado di concettualizzare le pretese morali che il sindacato avanza sia, d’altro canto, in termini di integrazione di tutto ciò che dalle relazioni industriali l’etica degli affari può apprendere, in particolare per quanto attiene il ruolo del sindacato e la dimensione politica a cui di fatto si svolge il dibattito.

Voglio precisare che questa prospettiva non ha solo una valenza teorica, non si tratta solo di migliorare lo statuto dell’etica degli affari in questo paese, magari per dare più visibilità a chi di etica degli affari si occupa. La questione, infatti, è pratica tanto quanto teorica. Senza un’adeguata collocazione dell’etica degli affari nel contesto del nostro paese, infatti, quello che si rischia è che l’intero uso dell’etica degli affari si riduca a una sorta di fiore all’occhiello di aziende che ne vedano e ne vogliano sfruttare l’effetto di immagine, per così dire, ma del tutto marginale rispetto ai problemi reali nonché alle vere sedi in cui si decide.

Che senso ha, per dire, che lo studioso di etica degli affari scriva articolate pagine sui rapporti fra impresa e lavoratori senza mai andare a guardare cosa si contratta nei luoghi di lavoro, sulla base di quali teorizzazioni, con quali decisioni da parte chi e per quali ragioni. E, allo stesso modo, che importa che l’etica degli affari ponga in agenda il rapporto fra l’azienda e la comunità se poi questo si scontra con il potere di rappresentanza del sindacato che è in grado di imporre certe soluzioni piuttosto che altre, qualunque cosa l’etica degli affari dica?

Ho detto all’inizio che l’etica degli affari ha direttamente a che fare con la particolare conformazione della proprietà che le grandi aziende prendono nel corso degli anni Cinquanta. Con l’imporsi di un azionariato diffuso che separa la proprietà dalla gestione si pone il problema del controllo sui manager che si trovano in condizione (data la fluidità della proprietà) di decidere in assenza di vincoli sostanziali o, d’altra parte, di affidare la loro lealtà a piccoli gruppi di azionisti, per varie ragioni capaci di effettuare un controllo sull’azienda non paragonabile a quello di altri azionisti. Ora, proprio questo tipo di problema - e lo vedremo più avanti con più precisione - ha determinato un aspetto essenziale dell’etica degli affari che è, infatti, fortemente concentrata sul problema della responsabilità del manager e dei dirigenti in generale.
Ora, il problema della responsabilità chiama immediatamente in causa aspetti della moralità privata di ciascuno che viene, per così dire, responsabilizzato a prendere sul serio la valenza morale delle proprie decisioni. Quello che intendo sostenere è che questa prospettiva è troppo restrittiva per gli scopi che ci proponiamo, che le questioni più salienti, in particolare per la forma di capitalismo del nostro paese, sono di natura diversa, e in special modo tali da chiamare in causa più una dimensione di etica pubblica che di etica privata e di responsabilità.

Se quanto abbiamo detto sin qui è condivisibile, un esito essenziale consiste nel mettere in rilievo come l’etica degli affari abbia rilevanza, almeno certamente da noi, politica piuttosto che morale, che chiami in causa più questioni di etica pubblica che non questioni di moralità privata. Di conseguenza, il prossimo passo che mi accingo a compiere, dopo questa, forse troppo lunga e, tuttavia, spero utile introduzione è quello di presentare una critica all’etica degli affari mossa da una prospettiva di etica pubblica, più che privata e, di seguito, presentare alcuni limiti delle relazioni industriali rispetto a cui l’etica degli affari sembra offrire un rimedio.

Problemi della stakeholder analysis

Come disciplina di recente, anche se non più recentissima, affermazione, l’etica degli affari richiede in primo luogo una definizione: cosa si intende per etica degli affari?
L’etica degli affari si afferma essenzialmente come disciplina filosofica; viene insegnata da filosofi, si rivolge a teorie filosofiche di più ampia portata, morali o politiche, opera con nozioni essenzialmente filosofiche. L’etica degli affari appartiene a quella branca di discipline che si definiscono etica applicata (ma filosofia applicata non sarebbe improprio) e che operano con una maggiore sensibilità sociologica, se così vogliamo chiamare una più spiccata attenzione ai problemi concreti e locali. Questo, però, ancora non spiega l’esistenza di un ambito disciplinare a tutta prima singolare come l’etica degli affari. Infatti, non si potrebbe legittimamente pensare che «etica degli affari» sia solo un gioco di parole, qualcosa che esprime quasi una contraddizione in termini? Cosa intende chi dell’etica degli affari ha fatto la sua specializzazione?

Quasi tutti i manuali di etica degli affari cominciano con questo tipo di domande, nel tentativo di spiegare in che modo perché l’etica abbia rilevanza all’interno del mondo degli affari. In generale, in questa prospettiva l’etica degli affari viene concepita come una nuova disciplina che si propone di «portare» la riflessione etica all’interno delle valutazioni pertinenti nel mondo degli affari. Questo significa, assumere come oggetto dell’etica degli affari la possibilità di orientare (o vincolare) in senso morale i comportamenti aziendali sia all’interno che all’esterno: dei lavoratori e verso i lavoratori dell’azienda, verso i clienti o verso la comunità più ampia, che può estendersi all’intera umanità, quando i danni procurabili siano di natura ambientale, per esempio, e di vasta portata.

In questa ottica, l’etica degli affari è spesso concepita come un’indagine morale sulle responsabilità individuali che possono essere del manager, spesso, oppure dei singoli lavoratori. L’idea al centro di questa concezione dell’etica è che ciascuno possa essere indotto, nelle circostanze appropriate, a riconoscere un problema morale e ad affrontarlo secondo una qualche concezione etica. La realizzazione dei codici etici per le aziende segue, evidentemente, una logica di questo genere. Così intesa, l’etica degli affari ha come problema centrale quello del reperimento delle risorse motivazionali per l’adozione di una prospettiva morale. Perché, dopo tutto, bisognerebbe essere morali in circostanze che, per definizione, sono dominate dall’interesse e dal profitto? Come ci si può aspettare che il mercato sia soggetto alla morale o che un manager smetta di pensare a come migliorare le quotazioni dell’azienda e si metta a fare il filantropo? E, d’altro canto, perché mai un lavoratore, la cui unica motivazione al lavoro è data dal suo salario, dovrebbe sentirsi moralmente obbligato nei confronti del suo datore di lavoro?

L’etica degli affari trova soluzioni diverse a problemi di questo genere, non sempre soddisfacenti. Fra queste, la più articolata e teoricamente sofisticata è certamente quella che individua negli interessi dei soggetti coinvolti (gli stakeholders) e nella responsabilità di chi quegli interessi tocca, la necessità di prendere sul serio una prospettiva morale, in cui è implicito il rispetto di quegli interessi. In altri casi, si cercano soluzioni più compatibili con la vocazione economica del mercato, per esempio, mostrando come l’adozione di una prospettiva morale possa essere vantaggiosa per l’azienda e dunque parte delle sue stesse strategie. L’idea qui ha un duplice aspetto. Per un verso, si tratta di mostrare come l’azienda possa avere un ritorno di immagine dal presentarsi sul mercato come azienda moralmente impegnata. Dall’altro, si tratta di mostrare come l’adozione di una prospettiva morale rappresenti una strategia vantaggiosa per l’azienda che evita, così, di incorrere in sanzioni di tipo morale. Tutti ricorderanno il caso recente della Nike che ha subito una forte campagna di boicottaggio a causa dello sfruttamento di lavoro minorile in Vietnam.

Ciascuna di queste strategie presenta i suoi vantaggi e i suoi limiti, evidentemente. È chiaro, infatti, per ciò che riguarda i tentativi del secondo tipo, che l’idea di collegare così strettamente etica e strategie economiche, tanto da farne tutt’uno, ha il vantaggio di eliminare il problema motivazionale (perché dovrei essere morale negli affari?), ma l’essenziale inconveniente di essere poco etico, per così dire: se solo l’etica dovesse smettere di essere conveniente o se, in un caso particolare, un’azienda dovesse trovare più vantaggioso non essere etica piuttosto che esserlo, allora, naturalmente, si potrebbe semplicemente abbandonare l’etica. Sembrerebbe che l’adozione di una prospettiva etica necessiti di un vincolo più forte del particolare vantaggio dell’azienda, ma non è chiaro dove rintracciarlo. I tentativi basati sulla responsabilità, in special modo del manager, nei confronti dei soggetti coinvolti, cercano evidentemente di offrire questo vincolo più forte, ma come cercherò di mostrare, anch’essi falliscono. Avanzerò, quindi, l’ipotesi che il loro fallimento dipende dal fatto di condividere con le precedenti ipotesi un’impostazione che sottovaluta la dimensione politica.

Come ho detto, il mio tentativo è quello di rendere più evidente e più significativa la dimensione politica dell’etica degli affari sulla base dell’idea che solo a questo livello l’etica degli affari si mostri davvero in grado di fare i conti con i problemi che determinano la nostra agenda politica. Di conseguenza, quello che vorrei proporre è una concezione diversa dell’etica degli affari in cui la questione centrale non è cercare di indurre qualcuno ad avere un comportamento etico nel mercato, cosa che si può e si deve fare attraverso l’istituzione, per esempio, dei codici etici, ma quello di definire un quadro normativo che ci metta in condizione di stabilire quali sono gli interessi rilevanti, come debbano essere trattati e così via.

Comincerò, dunque, col presentare la più sofisticata delle forme di analisi che l’etica degli affari adotta: la stakeholder analysis per mostrare, come ho detto, che anch’essa non riesce a fornire un quadro esaustivo di ciò che possiamo aspettarci dall’etica degli affari. Come si vedrà, il problema che viene presentato rappresenta una riformulazione, in termini più sistematici e con il vocabolario dell’etica degli affari, dei problemi presentati nell’introduzione in forma più discorsiva.

E la prima cosa da chiarire, a questo riguardo, è l’uso dell’espressione stakeholder analysis che può, a tutta prima, sorprendere. In generale, infatti, in letteratura gli stakeholders non sono un modello di analisi ma soggetti, cioè individui o gruppi o associazioni che hanno variamente a che fare con un’impresa. Stakeholders è un neologismo coniato a partire dal termine di uso, invece, corrente stockholders, vale a dire azionisti. Le ragioni di questo slittamento dell’ambito di pertinenza disciplinare hanno molto a che fare con quanto si diceva in apertura di questo lavoro. Come sappiamo, infatti, l’origine dell’etica degli affari si può far risalire alla separazione fra proprietà e dirigenza (e quindi lavoro), dovuta all’imporsi delle corporations che hanno progressivamente sostituito le aziende di medie e piccole dimensioni. Come è stato sostenuto: «Nel Novecento [...] la grande impresa americana si afferma come organizzazione quotidianamente controllata e diretta non più dai rappresentanti delle famiglie proprietarie [ma] da coorti di manager stipendiati». Come abbiamo detto, questo creava una grande quantità di problemi, e forse anche di più che legittime ansie, dovuti alla generale sensazioni di perdita di controllo di un complesso semi-istituzionale che andava facendosi sempre più grande e potente. Evidentemente, se la proprietà non è più né visibile né presente, chi controlla i manager? A chi rispondono i manager? Quali sono i loro limiti e quali i loro poteri?

Non sorprende, dunque, che il primo nucleo di problemi che ha interessato l’etica degli affari riguardasse proprio la relazione fra manager e stockholders, nel tentativo appunto di definire - a fronte di una proprietà gioco forza disinteressata alla gestione (perché semplicemente inconsapevole) - le responsabilità manageriali. Questo tipo di problemi, ingigantito dalla forma multinazionale che hanno assunto le corporations, viene adesso solitamente trattato sotto la dicitura di corporate governance, almeno secondo un’interpretazione sufficientemente restrittiva dell’espressione corporate governance. L’etica degli affari, invece, come dicevamo, ha trovato sempre più limitato l’ambito delle relazioni stockholders/management come il solo pertinente, assumendo come migliore e più appropriato riferimento gli stakeholders, vale a dire, lo ripeto, chiunque entri, volente o nolente, in relazione con un’azienda.

Si vede bene, dunque, come gli stakeholders possano essere una varietà assai ampia di individui o gruppi. Oltre, ai più immediati soggetti a cui si può pensare - i lavoratori, in primo luogo, i fornitori, altre aziende con cui si è in relazione - gli stakeholders possono allargarsi a comprendere gli abitanti dell’area in cui l’azienda si trova o le istituzioni politiche. E questo è ovviamente importante nei casi, per esempio, di un’azienda inquinante, ma anche nei casi in cui l’azienda rappresenti una fonte essenziale di benessere per i cittadini, essendo la loro unica possibilità di lavoro. Assumendo come riferimento gli stakeholders (piuttosto che gli stockholders), l’etica degli affari intende dunque occuparsi di questo tipo di questioni.

Il punto per noi rilevante qui è il seguente: come è stato sostenuto, l’etica degli affari tende a considerare gli stakeholders come aventi di per sé una valenza morale, così che una volta che siano assunte, di fronte a quelle aziendali, le richieste degli stakeholders, abbiamo già chiamato in causa l’etica. Come ha scritto Kenneth Goodpaster: «I valori etici, viene spesso suggerito, entrano nel processo di decisione manageriale per la via della stakeholder analysis. Ma l’idea che introdurre la stakeholder analysis nelle decisioni di affari equivalga a introdurre l’etica in quelle decisioni è discutibile».

La tesi di Goodpaster è che ad essere moralmente rilevanti non sono le prospettive introdotte dagli stakeholders che, in quanto tali, non dicono ancora niente, ma le soluzioni che si individuano a fronte di richieste contrastanti. Dire semplicemente che vi sono persone che vengono toccate nei loro interessi da comportamenti aziendali significa poco da un punto di vista morale. Quello che conta è come tratteremo questi interessi quando andremo a cercare una soluzione. A me sembra che questo punto sia cruciale, ma il mio tentativo di analizzarne le implicazioni, nonché di spiegarne le ragioni, è diverso da quello compiuto da Goodpaster.

La mia idea, infatti, è che Goodpaster, una volta individuata questa debolezza di fondo della stakeholder analysis, non vada poi fino in fondo a cercare di capire come si generi questo errore prospettico, sfruttando meno di quanto si potrebbe la sua felice intuizione. A mio avviso, infatti, la debolezza originaria sta nel non attribuire un peso sufficiente alla dimensione politica dell’etica degli affari.

Ma, a questo punto, devo necessariamente chiarire cosa intendo per dimensione politica, e voglio farlo servendomi di un caso. Il caso, che fece abbastanza rumore in Italia all’inizio degli anni Ottanta, riguarda l’Acna di Cengio, una grande fabbrica che produceva, all’inizio, esplosivi e, poi, prodotti intermedi per coloranti. L’Acna è situata al confine fra Piemonte e Liguria e assai vicina al fiume Bormida di cui inquinava le acque (dico inquinava, perché le produzioni sono ormai quasi sospese). La vicenda dell’Acna fu molto lunga e complicata, coinvolse una gran quantità di attori istituzionali (compreso l’allora ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo), associazioni locali di matrice ambientalista che si costituirono per l’occasione, talune delle quali avevano per obiettivo la chiusura definitiva dell’azienda e, infine, il sindacato. E proprio il sindacato è l’attore che qui più interessa.

Come si può immaginare, infatti, quando le proteste cominciarono a farsi più minacciose, i lavoratori cominciarono a temere seriamente la perdita del posto di lavoro. Con grande imbarazzo del sindacato, essi si schierarono al fianco del management aziendale per difendere l’azienda contro le ipotesi, ormai sempre più credibili, di chiusura. Che i lavoratori si siano schierati dalla parte dell’azienda per difendere il loro posto di lavoro è tutt’altro che incomprensibile. Assai meno però lo è il comportamento del sindacato e i suoi imbarazzi. Il sindacato mantenne, infatti, una posizione ambigua sino alla fine, con conflitti fra livello locale e livello confederale, con prese di distanza dai lavoratori stessi e distinguo più o meno capziosi dal management. Di fondo, il sindacato si trovava (e sempre più si trova) in una posizione assolutamente scomoda, in quanto il suo ruolo di istituzione quasi-pubblica, con pretese di rappresentanza generale, e il suo ruolo di difensore di interessi parziali confliggono.

Cosa voglio dire con tutto ciò? Proviamo a considerare la vicenda dell’Acna di Cengio secondo la stakeholder analysis. Tutto quello che essa è in grado di dirci è che vi erano interessi conflittuali in gioco, non quale fosse la soluzione all’intera vicenda. Cosa bisognava fare? Quali erano gli interessi legittimi in gioco? Che rilevanza ha, nella stakeholder analysis, il fatto che lavoratori e management avessero la stessa opinione? E come può la stakeholder analysis dar conto del conflitto, sorprendente, fra sindacato e lavoratori e fra vertice e base del sindacato?

Un aspetto cruciale della insufficienza della stakeholder analysis consiste nel fatto che non solo anticipa troppo la soluzione, affidando alla sola chiamata in causa di interessi diversi (e conseguente attribuzione di responsabilità) l’emergere dell’etica nel mercato, ma non è in grado di farci vedere quali sono gli interessi legittimi e quali no. Con un’attenzione tutta spostata sulle eventuali responsabilità di chi deve prendere decisioni (ma senza badare troppo al fatto che sono in molti a dover prendere decisioni), la stakeholder analysis riduce tutto a una questione di etica privata, lasciando fuori le questioni più interessanti di etica pubblica.

I punti per me cruciali, dunque, in quanto sin qui detto, sono i seguenti. La stakeholder analysis è insufficiente, da un punto di vista teorico, in quanto non è in grado di prospettare soluzioni significative ai problemi che pretende di trattare. Ma il sospetto più di fondo è che la stakeholder analysis rappresenti un modo per «moralizzare» i comportamenti aziendali pur sancendo, in definitiva, che v’è un solo arbitro della moralità, il manager, che dovrà prendere le decisioni definitive. Io credo che questo modo di procedere sia, per un verso, poco realistico e, per un altro verso, non particolarmente fondato da un punto di vista morale. Infatti, da una parte non è vero che, come ho cercato di mostrare con il caso Acna, vi sia un solo decisore che deve valutare gli interessi in campo e prendere la migliore decisione da un punto di vista morale. In verità, molte decisioni, e specialmente quelle che riguardano aspetti morali, vengono prese in azienda cercando di coinvolgere il sindacato e spesso anche parti politiche. Non solo. Credo anche che il coinvolgimento del sindacato, spesso anche sfidando le resistenze di quest’ultimo, dovrebbe essere un elemento di primario interesse per l’etica degli affari, e questo non solo perché in questo modo si può creare molta più democrazia nelle aziende, si può rendere partecipi delle decisioni persone direttamente coinvolte nella produzione, quali i lavoratori sono, ma, dall’altra parte, si può anche rendere il sindacato più responsabile sia nei confronti dei lavoratori, sia nei confronti dell’intera società.

Un’azienda che si ponga il problema di migliorare le condizioni di lavoro all’interno delle aziende, problema che a me pare piuttosto determinante nel quadro dell’etica degli affari, non lo fa indipendentemente dal sindacato; così come, un’azienda che intenda licenziare o riqualificare i lavoratori o investire in formazione ha bisogno del sindacato e decide tutto questo, al meglio, con il sindacato. Allo stesso modo, a me sembra, che vi sia una sempre maggiore necessità del coinvolgimento diretto del sindacato nelle decisioni aziendali; che questo sia un bene tanto per il lavoro e i lavoratori quanto per l’azienda. Finita l’epoca di una contrapposizione fra un datore di lavoro concepito come colui che cerca di estorcere più lavoro che può dai lavoratori, i quali cercano di darne il meno che possono, finita l’epoca in cui la sola relazione possibile fra lavoratori e impresa è quella dello sfruttamento e della contrapposizione, appare un bisogno evidente di una nuova base sia teorica che reale che determini come devono essere regolati i rapporti fra azienda e lavoratori da una parte e società dall’altra parte.
È centrale, pertanto, da questo punto di vista, che l’etica degli affari non si esaurisca nel proposito di rendere morali i comportamenti del decisore, mostrandogli come esistono altri interessi in gioco.

Per una concezione politica dell’etica degli affari

Sono ora in grado di chiarire cosa intendo quando parlo di dimensione politica o di etica pubblica piuttosto che privata, nell’etica degli affari. Quello che vorrei proporre, infatti, è di concepire l’etica degli affari come una disciplina a due livelli. Uno, quello a cui abbiamo appena accennato, riguarda la dimensione più locale e individuale dell’etica.

Qui il punto riguarda i comportamenti dei singoli, le loro decisioni e scelte che vanno valutate da un punto di vista morale. V’è però anche un altro livello, la cui connotazione è più politica, in cui l’etica degli affari non ha tanto a che fare con i singoli individui ma con l’assetto delle istituzioni principali; il mercato, il mercato del lavoro, il rapporto fra società e mercato e così via. In questa luce, l’etica degli affari viene concepita più che come una disciplina da inventare ex novo, come una sistematizzazione di ambiti disciplinari già esistenti. Assumiamo, cioè, che l’etica degli affari non debba occuparsi soltanto di indurre comportamenti etici nel mercato, e stabiliamo che un compito essenziale dell’etica degli affari sia quello di determinare quali siano i problemi etici che il mercato pone e quale sarebbe un tipo di organizzazioni sociale in cui tali problemi siano risolti nel modo migliore che ci è disponibile. In questa luce, il nostro problema non è più reperire le risorse motivazionali per «portare l’etica nel mondo degli affari», in qualunque modo intendiamo farlo, ma invece stabilire, da principio, quali sono i problemi che hanno un rilevanza etica, entro la prospettiva che assumiamo. In questa concezione l’etica degli affari ha meno a che fare con le tradizionali teorie morali che cercano di spiegare in che modo mi devo comportare in certe circostanze e più a che fare con le teorie politiche che cercano di rispondere a problemi quali: qual è l’assetto giusto delle istituzioni e, in particolare, delle istituzioni economiche?

Distinguendo fra un piano più specificamente morale e uno più politico non intendo presentare una distinzione fra elementi morali ed elementi di maggiore realismo, spesso associati all’idea del politico. Per politica io intendo una dimensione che sia ancora vincolata a un punto di vista morale, ma che, a differenza della morale, non assuma come oggetto le motivazioni o le azioni individuali. La mia idea è che la politica si occupa dell’assetto delle istituzioni più che delle motivazioni individuali e dunque che il compito dell’etica degli affari intesa come disciplina più politica che morale è quello di provare a individuare come devono essere regolati i rapporti fra grandi istituzioni come il mercato e il lavoro, il mondo produttivo e la società nel suo complesso. E proporrò di intendere la regolazione di questi rapporti nella forma, astratta di un patto che debba essere sottoscritto, fra gli individui.

Per comprendere meglio la distinzione che ho cercato di tracciare fra una prospettiva morale e una politica, all’interno dell’etica degli affari, può essere utile un esempio. Con ogni probabilità noi pensiamo che chiunque si trovi nelle condizioni di farlo ha il dovere morale di adoperarsi per tentare di diminuire le sofferenze dei più poveri. Critichiamo come immorale il comportamento degli egoisti e sentiamo spesso senso di colpa per aver fatto troppo poco quando ci troviamo di fronte ai barboni che vivono agli angoli delle strade. Questa è certamente una parte essenziale della nostra sensibilità morale. Noi abbiamo certamente un senso morale e ci poniamo problemi morali. Quando ci troviamo di fronte a problemi di questo tipo, noi non pensiamo che una buona soluzione possa essere affidata alla moralità individuale. Per questo genere di problemi noi adottiamo soluzioni politiche e istituzionali. Pensiamo che ci debbano essere istituti ad hoc, i servizi sociali, le forme più avanzate di stato sociale e così via, che risolvano il problema. Questo evidentemente non ci esime da responsabilità morali in tutta una serie di circostanze che ci investono direttamente. Immaginate che un barbone si presenti alla porta di casa per chiedervi se può entrare e fare una doccia! Che fare? Dirgli che non abbiamo mai evaso le tasse e che quindi abbiamo pagato perché lui avesse assistenza sarebbe un gesto a dir poco vigliacco.

La distinzione interna all’etica degli affari fra un livello politico e uno morale è qualcosa di molto simile a quello che l’esempio suggerisce: vi è un livello di moralità privata che nessuna etica pubblica è in grado di rimpiazzare. Continuamente noi ci troviamo di fronte a problemi che hanno connotazione morale e che dobbiamo decidere come affrontare. Ma questo non esaurisce la dimensione etica delle questioni, e anzi ne costituisce solo una parte. A un livello più ampio, infatti, noi non vogliamo che tutto sia affidato alla capacità del singolo di trovare una buona risposta (ammesso che vi sia) a ciascuna singola questione. Quello di cui abbiamo bisogno è un quadro più ampio di regole che stabilisca i principi generali che devono informare le nostre decisioni e i nostri comportamenti e regolare i rapporti fra le diverse istituzioni.

La distinzione fra i due livelli, ha il vantaggio di lasciare intatta la dimensione morale, che c’è e resta, e che è fondamentale ai fini di uno strumento assai importante dell’etica degli affari: i codici etici. Nella mia lettura, infatti, i codici rappresentano un modo di autovincolarsi dei soggetti (per esempio, di una specifica azienda) sulla base dell’assunzione di una prospettiva morale. Ma questo modo di autovincolarsi è inserito in un quadro più ampio in cui siano definite le regole che - indipendentemente dalla volontà dei singoli e dall’avere loro o meno risorse motivazionali da spendere - aiuta a identificare quali conflitti sono salienti e quali soluzioni di tali conflitti possono essere definite morali.

Un vantaggio di intendere in questo modo l’etica degli affari, anche se si tratta solo di un vantaggio teorico, è dato dal fatto che si può concepire l’etica degli affari non tanto come una nuova disciplina di cui debba esser definito l’oggetto (per esempio, come si può essere morali nel mercato), ma come un tentativo di sistematizzazione di una varietà di ambiti di indagine, di interessi e ricerche che datano ben prima della sua nascita. Pescando a caso fra gli autori che più immediatamente possono venire in mente, da Marx a Schumpeter, da Locke a Rawls, ciascuno di questi ha scritto pagine che potrebbero certamente trovare posto in un manuale di etica degli affari. Le pagine di Marx sull’alienazione, o sull’organizzazione del lavoro in fabbrica, oppure le tesi di Rawls sulla società come impresa cooperativa in cui ciascuno ha diritto di avanzare una richiesta sui benefici della cooperazione perché ha contribuito a produrli, sono tutte tesi che hanno evidentemente a che fare con ciò che possiamo intendere per etica degli affari.

Possiamo riprendere, solo per fare un esempio, una pagina di Schumpeter, per mostrare come l’etica degli affari fosse già in nuce, ben prima che fosse istituzionalizzata come disciplina. Scrive, infatti, Schumpeter:
Il tipo moderno di capitano di industria si distingue da quello detto [il capitalista che vede fuse in sé le funzioni di proprietario e imprenditore]. La sua posizione di imprenditore poggia di norma sulla proprietà o sul potere di disporre di maggioranze azionarie; in quest’ultimo caso in definitiva poggia sull’influenza personale nei confronti dei capitalisti e in particolare nei confronti delle banche che detengono tali maggioranze. Esteriormente, la posizione in questione trova in genere espressione in quelle posizioni create dall’evoluzione del diritto societario (presidente, consigliere di amministrazione che dirige o conduce gli affari, administrateur delegué, eccetera). Un uomo di questo tipo non ha necessariamente rapporto con una fabbrica o una maestranza concreta. Si limita ad orientare la direzione generale della politica commerciale delle sue società, fa di esse o con esse qualcosa di nuovo, decide nelle situazioni pericolose. Non è semplicemente il rappresentante dei propri interessi o di quelli della sua famiglia. Se lo è in maniera esclusiva, sia lui che gli altri avvertono ciò come una cosa scorretta. [...] La «ditta» viene per lui in secondo piano rispetto al «problema». La sua posizione nei confronti degli operai è tipicamente diversa da quella del padrone di fabbrica; e se ha spesso occasione di considerare nel singolo caso il sindacato come un avversario, dato il suo modo di lavorare non riuscirebbe tuttavia a far niente senza organizzazioni operaie.

Un’accusa che si potrebbe muovere all’impostazione che ho appena presentato consiste nel sottolineare come in questo modo si vedono sfumare i confini fra filosofia politica e etica degli affari. Dopo tutto, si potrebbe affermare, tutti i problemi sin qui menzionati (dall’inquinamento ai rapporti fra paesi poveri e ricchissime corporations, dall’inquinamento alle regole che devono informare le relazioni industriali) sono questioni politiche e non possono essere assunte da una disciplina come l’etica degli affari. La mia risposta a questa obiezione è che se è certamente vero che la mia prospettiva sfuma la distinzione fra etica degli affari e filosofia politica, tuttavia non li annulla. Essa ci consente, credo, da una parte di aprire un quadro problematico per l’etica degli affari che sia più denso di significato e più attinente ai temi che sono in discussione sia nel mondo degli affari, sia nel mondo del lavoro e in quello politico. Dall’altra parte, l’etica degli affari non esautora la filosofia politica, avendo rispetto a questa, un campo di indagine e di applicazione assai più specifico. In una teoria politica in senso lato, non troveremo per esempio, una indagine in dettaglio del rapporto fra datori di lavoro e lavoratori, perché questo esula dalla pretese più generali della filosofia politica, mentre è evidentemente un aspetto proprio dell’etica degli affari. Allo stesso tempo, però, vengono evidenziati i punti di contatto importanti che vi sono con la filosofia politica, ciò che costituisce un punto di forza dell’etica degli affari, offrendo un quadro più interessante di quello che si ferma all’individuazione delle responsabilità morali.

La pretesa avalutativa delle relazioni industriali

Si può azzardare un’ipotesi sul perché alcuni importanti esponenti dell’etica degli affari abbiano attribuito così grande importanza alla prospettiva morale (dove per morale intendo sempre morale privata e per politica sempre una prospettiva pubblica). Il loro orientamento sembra infatti essere fortemente determinato dalla visione più tradizionale sul mercato: il mercato come una free moral zone, in cui l’introduzione di vincoli morali deve trovare adeguata giustificazione, viceversa si tratta di arbitrio e persino danno per il mercato, che viene implausibilmente limitato nella sua funzione naturale di produrre profitto. Infatti, se si prende sul serio questa prospettiva, tutto il problema dell’etica degli affari diventa ovviamente quello di spiegare come sia possibile «portare l’etica nel mondo degli affari», cioè in luogo al quale dovrebbe essere estranea.

Io credo che questa visione abbia ampi limiti, se la si prende come l’unica prospettiva morale che si può adottare nei confronti del mondo economico. Mentre si può certamente difendere, ed è implicito nella idea difesa sopra, di una dimensione politica dell’etica degli affari, una visione sin da principio morale del mercato. Il mercato influenza in modo determinante la vita di moltissime persone, chi opera nel mercato è in grado di influenzare aspetti determinanti della società, l’impatto del mercato e della produzione sulla nostra qualità della vita è enorme ed evidente, di conseguenza è privo di senso pensare che l’etica sia qualcosa di esterno al mercato.

Quello che propongo pertanto è una definizione dell’etica degli affari intesa come parte, più specialistica della filosofia politica, più addentro di quanto lo sia quest’ultima alle questioni economiche e di organizzazione del mercato del lavoro, ma che lavori essenzialmente con gli strumenti della filosofia politica e in cui trovi spazio una versione più astratta di come potrebbero e dovrebbero essere regolati i rapporti all’interno di una società in cui il mercato gioca una parte importante, ma non fuori dai vincoli sociali.

Ma l’aspetto su cui vorrei tuttavia richiamare qui l’attenzione, e a cui forse non si è badato a sufficienza, è che l’idea del mercato come free moral zone, oltre a caratterizzare le versioni più liberiste riguardo al mercato, è comune in verità a una disciplina che pretende di porsi in netto conflitto con le visioni liberiste, le relazioni industriali. La critica che vorrei muovere infatti, alle relazioni industriali dal punto di vista di un’etica degli affari definita così come abbiamo fatto è quella di mostrarsi incomprensibilmente sorde a qualunque visione che faccia riferimento a una prospettiva morale. Si può citare a questo riguardo l’affermazione di Colin Crouch, esponente di rilievo nelle relazioni industriali, secondo cui i discorsi di etica sono in sostanza poco più che sermoni domenicali. In un libro che ha per titolo Etica e mercato, Crouch scrive: «una critica morale del sistema economico esistente può sembrare aria fresca [...] anche a coloro che la trovano persuasiva in linea di principio. I sermoni sono per la domenica, non per i giorni feriali. Gli argomenti che prendono forma di un invito al pentimento, non connessi alla realtà istituzionale, possono sembrare sospetti come sermoni».

Il punto è che le relazioni industriali, dominate come sono da una visione economicistica prima e sociologica poi, sono così scarsamente orientate all’idea secondo cui noi possiamo sottoporre a valutazione gli assetti che determinano le nostre vite, che esiste un punto di vista morale che possiamo cercare di riconoscere e giustificare e da cui valutiamo, che di fatto finiscono col condividere la tesi del mercato come free moral zone. Questo si vede assai bene nelle analisi di relazioni industriali in cui, nonostante sia evidente la dimensione morale di certe vicende, esse vengono spiegate, valutate, definite, sempre in assenza di un esplicito giudizio morale (questo anche quando il giudizio morale è implicitamente assunto).

Si può facilmente avanzare l’ipotesi secondo cui le relazioni industriali e, per la verità gli studi sul sindacato, restano, in qualche misura, ancora condizionate da una visione marxista in cui, ovviamente, parlare di un punto di vista morale o di valutazione morale non ha molto senso. Negli studi di relazioni industriali la pretesa avalutatività è di norma, per cui si indaga su come il sindacato agisce in quanto, per esempio, rappresentante degli interessi dei lavoratori, ma si sottace e non si sottopone a indagine il tratto di interprete di interessi che il sindacato ha giocato e continua a giocare. Ma questo ruolo di interprete non è profondamente connotato da un punto di vista morale? Secondo quali criteri - di giustizia, di convenienza, di fedeltà a certi interessi piuttosto che ad altri - il sindacato agisce?

Non desta certo stupore il fatto che anche all’interno degli studi di relazioni industriali sia sempre più evidente la necessità di uscire da una concezione troppo restrittiva del ruolo del sindacato. Ma anche quando questa consapevolezza sia del tutto esplicita difficilmente si arriva a un’esplicitazione del contenuto morale dell’azione sindacale. Voglio fare riferimento qui a un articolo di Allan Flanders che criticando la concezione troppo economicistica del sindacato sostenuta inizialmente dai coniugi Webb e, secondo Flanders, mai chiaramente messa in discussione, giunge ad asserire con forza il ruolo politico del sindacato: «Subendo l’influenza di un’epoca in cui l’economia politica appariva come la sola scienza sociale, [i Webb] hanno cercato di spiegare in termini economici le implicazioni della contrattazione collettiva, considerata in tutta la loro opera come una istituzione puramente economica».

Proprio in quanto fortemente condizionata da una visione prettamente economicistica «la teoria classica e tradizionale del sindacalismo», secondo Flanders, si rivela particolarmente inadeguata, in special modo perché «lascia deliberatamente da parte quasi tutti gli aspetti non economici della contrattazione». E alla fine Flanders si spinge a dichiarare: «Gli iscritti al sindacato reagiscono non soltanto in funzione dei propri interessi economici, ma anche in funzione dell’idea che essi hanno di ciò che è giusto o ragionevole». Se in una prospettiva di etica degli affari si può interamente condividere questa affermazione, l’impressione è che studiosi dell’una e dell’altra disciplina ne fornirebbero interpretazioni diverse. Se, infatti, dal punto di vista dell’etica degli affari la questione è interamente riducibile a questa affermazione, ciò da cui dipende il fatto che noi possiamo giudicare da un punto di vista morale ciò che dipende da noi, le nostre scelte, le nostre decisioni, gli assetti entro cui ci troviamo a vivere, compreso dunque il mercato e gli attori che in esso operano, per gli studiosi di relazioni industriali questo asso resta ancora tutto da compiere. La brillante analisi di Flanders, infatti, ci lascia esattamente al punto in cui a noi sembra il problema si ponga: quale vogliamo che sia il rapporto che deve regolare la convivenza fra imprese, sindacato e società?

C’è un ultimo punto che vorrei toccare. E riguarda un aspetto che potrebbe sollevare perplessità circa la mia proposta di una sorta di integrazione fra etica degli affari e relazioni industriali. Infatti, abbiamo detto sopra che l’etica degli affari è una disciplina essenzialmente filosofica, insegnata da filosofi e che opera con concetti essenzialmente filosofici. Allo stesso modo, le relazioni industriali sono connesse alla sociologia. Ora, i rapporti fra sociologia e filosofia sono da sempre complessi, intricati, carichi di controversie epistemologiche e metodologiche assai difficili da trattare. In qualche modo, sociologi e filosofi si contendono il campo talvolta badando bene di fortificare i confini. Così, benché solo per quanto attiene i più limitati ambiti delle relazioni industriali e dell’etica degli affari, questo lavoro si trova a fare i conti con questa complessa e intricata questione. Non stupirà dunque che chi scrive voglia prendere le sue precauzioni.

Per cominciare, io non cerco di mostrare che la sociologia origina da domande filosofiche che istanzia, tuttavia, in una ricerca nella realtà che la filosofia non è in grado di fare. Non cerco nemmeno di mostrare che, in realtà, la frattura fra filosofia e sociologia è dovuta più a particolari teorie che non a una qualche incommensurabilità disciplinare e che, pertanto, la sottovalutazione della «relazione fra comportamento economico da una parte e ideologia politica e valori morali dall’altra [...] avrebbe sorpreso i padri fondatori dell’economia politica classica non meno che i padri fondatori della sociologia». E nemmeno sosterrò che una filosofia che non si confronti con la dimensione istituzionale è destinata ad un’inutile astrattezza. Quello che io ho semplicemente in mente è che forse le relazioni industriali da una parte e l’etica degli affari dall’altra possono rappresentare una sorta di ambito privilegiato in cui la separazione fra sociologia e filosofia possa cominciare a essere ricucita.

In una ricostruzione della separazione «fra la sociologia e il pensiero sociale che la precede», Alain Touraine ha scritto: «[La filosofia politica] aveva affermato con estrema forza l’indipendenza dei fatti sociali dal pensiero religioso, creando l’immagine del cittadino che attinge l’espressione più elevata della sua forza dal pensiero di Rousseau e dalle idee di volontà generale, di sovranità popolare e di contratto sociale. Essa è stata ridotta però in pezzi dalla scoperta dell’azione economica, del lavoro della produzione. [...]

La sociologia è nata come riflessione critica su una società lacerata e contraddittoria quale la società odierna, società industriale e società capitalistica». Ora, però l’idea di Touraine è che questa contrapposizione è superata nei fatti dal profondo modificarsi della società: «Tutte le società precedenti sono state società di produzione e i personaggi più importanti della società industriale sono stati a ragione individuati negli imprenditori e nei lavoratori». Questo spiega naturalmente il modo in cui sono stati sin qui concepiti non solo i rapporti sociali ma anche i rapporti tra lavoro e impresa. Ora, però, secondo Touraine tutto questo non è più vero e tutto questo si è profondamente modificato. Ma se fin qui possiamo facilmente seguire Touraine, incomprensibile ci appare la svolta che a questo punto il suo pensiero imbocca. Da qui in poi infatti tutta la sua ricerca è volta a mostrare che non v’è nulla di recuperabile nelle idee con cui abbiamo sin qui operato, che i cambiamenti sociali sono tali da metterci di fronte a un mondo in cui nulla di quello che credevamo ha più alcun senso. Ecco, a me pare che piuttosto che imboccare vie così tormentate e rischiose sarebbe dopo tutto assai più semplice provare a riformare ciò che ci appare non funzioni più al meglio. La mia proposta di integrare l’etica degli affari e le relazioni industriali ha esattamente lo scopo di provare a costruire come meglio è possibile un’attrezzatura che ci metta in condizione di comprendere il mondo per renderlo quanto più è possibile un posto in cui vivere come meglio possiamo.

 

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