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Recenti sviluppi nella ricerca, organizzazione e formazione in etica degli affari



Emilio D’Orazio



Questo saggio appare sul numero 2/2000 della Nuova Serie della rivista Filosofia e Questioni Pubbliche diretta da Sebastiano Maffettone. Per ulteriori informazioni potete collegarvi al sito della Luiss Edizioni  o scrivere all'indirizzo e-mail edizioni@luiss.it 



Premessa

L’interesse per il rapporto tra etica e affari è antico risalendo all’inizio dell’attività economica. Il fenomeno dell’etica degli affari invece è recente avendo preso l’avvio negli Stati Uniti agli inizi degli anni Settanta per poi svilupparsi in quello che è oggi un importante settore interdisciplinare di studio e di insegnamento e un significativo movimento sociale internazionale.

In questa indagine ci proponiamo - senza pretesa di completezza - da un lato, di collocare i recenti sviluppi in Italia dell’etica degli affari - intendendo riferirci con questa espressione a un settore di indagine e insegnamento e a un movimento di opinione e non a pratiche economiche quotidiane - nel più vasto contesto internazionale (Stati Uniti ed Europa occidentale), dall’altro lato, di fornire un contributo conoscitivo alla corretta impostazione del problema della istituzionalizzazione dell’etica, con particolare riguardo all’introduzione dell’insegnamento dell’etica nelle istituzioni scolastiche e accademiche e nelle attività di formazione aziendale e all’adozione da parte di organizzazioni - soprattutto imprese - dei codici etici di autoregolazione, problema ampiamente dibattuto all’estero e su cui solo negli ultimi anni si è cominciato a riflettere nel nostro paese.

La nascita dell’etica degli affari come settore autonomo di indagine interdisciplinare e di insegnamento - che possiamo fissare convenzionalmente nel novembre 1974, data della prima conferenza di etica degli affari sul tema “Ethics, Free Entreprise and Public Policy” svoltasi negli Stati Uniti all’Università del Kansas per iniziativa di R. De George e J. Pichler - può essere compresa se posta in relazione soprattutto al mutamento culturale avvenuto negli Stati Uniti grazie principalmente all’influsso esercitato nell’ambito della riflessione morale di indirizzo analitico dalla pubblicazione nel 1971 dell’opera di J. Rawls A Theory of Justice e dall’ampio dibattito tra teorie etiche rivali che ne è seguito.

Caratteristica principale del nuovo clima culturale è lo spostamento dell’interesse degli studiosi di etica dalla logica del linguaggio e del ragionamento morali (metaetica) e dalle questioni “formali” ad essa legate, dall’inizio del Novecento oggetto quasi esclusivo dell’etica, alla elaborazione di teorie etiche normative - atte a fornire ragioni valide per adottare un determinato sistema di principi etici - e alla loro applicazione ai problemi morali “sostanziali” o “concreti” di fronte a cui si trovano gli individui.

In generale, in quanto appartenente alla famiglia dell’etica applicata, l’etica degli affari può caratterizzarsi come l’applicazione delle teorie etiche normative alle decisioni e ai dilemmi di natura etica della vita economica e professionale. Secondo questa impostazione, l’etica degli affari ha il compito di valutare, alla luce di “valori sociali generalmente riconosciuti”, il “significato morale di istituzioni, politiche e comportamenti di soggetti aziendali nello svolgimento normale delle loro attività d’affari” ed è impegnata su tre livelli distinti di analisi : il livello macro, che riguarda il sistema politico-economico nel suo complesso; il livello meso, che riguarda la condotta di soggetti economici collettivi (associazioni commerciali, settori industriali) e le azioni e le politiche di specifiche imprese; e il livello individuale, che riguarda la condotta di individui particolari (dirigenti, dipendenti eccetera).

Ogni livello include agenti con i loro rispettivi obiettivi, interessi e motivazioni. Ad ogni livello, inoltre, si suppone che gli agenti abbiano più o meno estesi spazi di libertà decisionale, con la conseguente ascrizione ad essi di una qualche forma di responsabilità morale. In questo approccio quindi gli individui sono esplicitamente considerati come agenti morali. Anche le imprese e le organizzazioni economiche sono considerate agenti morali anche se di natura speciale.

Gli Stati Uniti d’America

I segni del progressivo riconoscimento scientifico ottenuto negli Stati Uniti dal nuovo settore di studio possono essere rinvenuti nella costituzione, a partire soprattutto dalla metà degli anni Settanta, di specifici enti di ricerca e di associazioni non profit interessate a sottolineare la dimensione etica nella conduzione degli affari e nelle attività professionali; e, a partire dai primi anni Ottanta, nella pubblicazione di riviste scientifiche di settore e nella realizzazione di iniziative di formazione in etica, a vari livelli, nelle principali università, business schools e scuole professionali del paese.

I centri di ricerca. Gli enti di ricerca in etica degli affari, assai numerosi oggi negli Stati Uniti, sono assai diversi tra loro per obiettivi e programmi, per modalità di finanziamento e struttura organizzativa e per l’impegno in termini di adesione a determinati principi etici. In questa sede, a titolo di esempio, ci limiteremo a segnalarne solo alcuni tra quelli accreditati.

L’Olsson Center for Applied Ethics, nato nel 1966 per contribuire a migliorare gli standard di condotta sia nell’impresa privata sia nell’impresa pubblica, è collegato alla Darden Graduate School of Business Administration dell’Università della Virginia, dove il corso di Business Ethics è tenuto da P. Werhane. Diretto da E. Freeman, il Centro è noto soprattutto per l’importante attività di ricerca e di consulenza aziendale in etica degli affari svolta 8. Inoltre, a cura del Centro viene edita la prestigiosa “Ruffin Series in Business Ethics”, pubblicata originariamente da Oxford University Press e dal 1999 dalla Society for Business Ethics.

Collegato al Bentley College di Waltham, una grande business school, il Center for Business Ethics è sorto nel 1976 allo scopo di creare un forum attraverso il quale studiare le questioni etiche collegate alla pratica degli affari nella società contemporanea. Lo sforzo principale del Centro, diretto da W.M. Hoffman, è rivolto sia all’elaborazione di un framework etico per la conduzione degli affari, sia alla promozione della massima cooperazione su temi etici tra università, aziende, governo, mondo del lavoro e gruppi di interesse. In questo quadro si inserisce l’organizzazione dal 1977 delle conferenze nazionali di etica degli affari e la successiva pubblicazione degli atti.

Svolge prevalentemente attività di ricerca e consulenza l’Ethics Resource Center, un’organizzazione privata non profit nata a Washington nel 1977 come risposta alla crescente preoccupazione pubblica per il venir meno dei principi etici nella comunità degli affari e nelle attività di governo. Avendo come scopo quello di aumentare la fiducia pubblica in tali istituzioni mediante il rafforzamento delle loro pratiche etiche, il suo programma di consulenza si è rivolto principalmente a grandi corporations e ad agenzie governative federali e statali.

Le societies. L’ampia diffusione di enti di ricerca assai eterogenei tra loro ha reso necessario ben presto la costituzione di “societies” in grado di fornire una sede in cui affrontare i temi di comune interesse e di facilitare la comunicazione tra tutti i soggetti (studiosi, enti, imprese eccetera) interessati alla nuova disciplina e al suo sviluppo.

Dalla fine degli anni Settanta opera la Society for Business Ethics, con sede presso la Bowling Green State University la quale ha tra i suoi obiettivi quello di promuovere lo studio dell’etica degli affari e la diffusione del suo insegnamento nelle università e nelle altre organizzazioni, lo sviluppo di organizzazioni etiche, la ricerca in etica degli affari attraverso la pubblicazione regolare del trimestrale “Business Ethics Quarterly” e della Ruffin Series, sotto forma di fascicoli speciali.

Un particolare significato per lo sviluppo della disciplina ha rappresentato infine la costituzione in anni più recenti della International Society of Business, Economics and Ethics. Si tratta di un’organizzazione non profit sorta nel 1989 allo scopo di: 1) incoraggiare l’attività di ricerca sulle questioni di etica degli affari a livello internazionale; 2) sviluppare un network per la condivisione di informazioni e 3) promuovere lo sviluppo dell’etica degli affari a livello internazionale; a questo proposito dal 1996 organizza, con cadenza quadriennale, un congresso mondiale di etica degli affari. Attualmente l’associazione è presieduta da R. De George, dell’Università del Kansas, e conta oltre 250 membri (individui, imprese, centri di ricerca e organizzazioni non profit) in oltre 20 paesi.

Le riviste. Al consolidamento del nuovo settore di studio ha dato un apporto decisivo la pubblicazione di riviste scientifiche di settore in quanto strumenti essenziali per l’aggregazione e il confronto tra studiosi di diverse discipline, esperti e operatori.

Nel 1981-82 sono nate due riviste dirette da filosofi e con taglio interdisciplinare - le prime del settore: “Journal of Business Ethics” - rivolta all’esame delle questioni etiche collegate al business - e “Business and Professional Ethics Journal” - rivolta all’analisi dei problemi etici dei professionisti che operano in organizzazioni pubbliche e private. Nel 1988 è nato “l’International Journal of Value-Based Management”, rivolto alla chiarificazione del ruolo dei valori nel comportamento organizzativo e nel processo decisionale aziendale.

Nel 1991-92, il già ampio panorama delle riviste statunitensi 13 si è arricchito di due nuove testate: “Business Ethics Quarterly”, organo della Society for Business Ethics, e “Professional Ethics”, organo del Center for Applied Philosophy and Ethics dell’Università della Florida, Gainesville. Attualmente le due riviste più importanti e diffuse sono sicuramente “Journal of Business Ethics” e “Business Ethics Quarterly”, che si caratterizzano per l’adozione di due approcci diversi: più applicato ed empirico la prima, più teoretico la seconda.

La letteratura. Non sorprende quindi constatare, in questo fermento di iniziative, culminato nell’inserimento, per iniziativa di Richard De George, di una tavola rotonda sull’etica degli affari nel programma del Congresso mondiale di filosofia del 1988 - evento decisivo per l’accreditamento a livello internazionale del nuovo campo di studi - che dal 1978, data di pubblicazione, a cura dello stesso De George e di J.A. Pichler, di una fondamentale raccolta di saggi dal titolo Ethics, Free Enterprise and Public Policy (Oxford University Press), la bibliografia relativa a questo settore di studi sia enormemente cresciuta e ad esso siano specificamente dedicate alcune collane di volumi come la già citata Ruffin Series in Business Ethics (edita dal 1989 al 1999 da Oxford University Press), e successivamente dalla Society for Business Ethics, la Issues in Business Ethics (edita da Kluker Academic Publishers), la Notre Dame Series in Business Ethics (edita da University of Notre Dame Press) e la Foundations of Business Ethics (edita da Blackwell).

Tra i numerosi temi affrontati, a partire dagli anni Settanta, dagli studiosi statunitensi vanno almeno ricordati quelli della giustizia economica, della responsabilità sociale delle imprese, della teoria del contratto sociale, della teoria degli stakeholders, della teoria dell’impresa come comunità morale, della teoria della virtù, dei modelli di comportamento etico delle imprese, del problema decisionale nel marketing, della moralità e della coscienza aziendali, dei diritti dei dipendenti, dei “delatori” aziendali, del ruolo dell’etica nel curriculum nelle business schools e dei codici etici di impresa, dell’autorità manageriale, dell’etica nel marketing, delle questioni ambientali e dell’etica nel business globale.

La letteratura scientifica può essere anche classificata secondo quattro tendenze dominanti: letteratura di tipo normativo, metaetico, descrittivo e prescrittivo. La letteratura di tipo normativo si è concentrata soprattutto sull’esame della teoria del contratto sociale e della teoria dell’impresa basata sul modello degli stakeholders. La nozione di contratto sociale, introdotta dai filosofi politici (da T. Hobbes a J. Rawls) al fine di fondare la legittimità morale di particolari forme di governo e di definire gli obblighi reciproci di governanti e cittadini, è stata applicata a partire dai primi anni Ottanta anche alle istituzioni economiche e alle organizzazioni produttive.

Nella prospettiva contrattualista le corporations, come gli Stati politici, sono “manufatti” creati dall’uomo e in quanto tali necessitano di giustificazione. Le domande fondamentali da porre a questo riguardo sono: perché le corporations esistono? Qual è la giustificazione della loro attività? Quali obblighi la società dovrebbe imporre ad esse? Il riferimento a un contratto implicito tra corporations e società fornisce una risposta a tali questioni. Nella prospettiva contrattualista, infatti, il “fondamento morale” della corporation, intesa come organizzazione produttiva, risiede nella sua capacità di promuovere “il benessere della società attraverso la soddisfazione degli interessi del consumatore e del lavoratore”.

La teoria dell’impresa basata sul modello degli stakeholders, elaborata compiutamente da W. Evan e E. Freeman in un articolo del 1988 dal titolo A Stakeholder Theory of the Modern Corporation: Kantian Capitalism sostiene che la dottrina secondo cui i manager sarebbero responsabili esclusivamente verso gli azionisti dovrebbe essere sostituita da una teoria più generale secondo cui essi hanno un “rapporto fiduciario” verso una ampia serie di stakeholders dell’impresa, intendendo con questo termine “fornitori, clienti, dipendenti, azionisti e la comunità locale, come pure il management nel suo ruolo di agente di questi gruppi”, cioè quegli individui o “gruppi che hanno un interesse legittimo o una pretesa legittima sull’impresa”.

Il fondamento morale della teoria risiede nel principio kantiano del rispetto delle persone secondo cui esse (stakeholders) devono essere trattate come fini in sé e non meramente come mezzi per qualche fine; sulla base di questo principio Evan e Freeman sostengono che i diritti di proprietà degli azionisti non sono assoluti e pertanto non possono giustificare l’uso degli stakeholders come mezzi in vista di fini aziendali. Il manager, dunque, nel prendere delle decisioni aziendali deve attribuire simultanea attenzione agli interessi legittimi di tutti gli stakeholders.

La letteratura di tipo metaetico si è concentrata: a) nello studio dei frameworks cognitivi che sono implicati nel processo decisionale etico individuale e aziendale e b) nello sviluppo di dettagliati modelli decisionali manageriali normativi.

La letteratura di tipo descrittivo ha indagato tra l’altro: a) le credenze etiche di manager con specifiche responsabilità funzionali e b) le credenze di individui e aziende attraverso le culture.

La letteratura di tipo prescrittivo, infine, allo scopo di incoraggiare la business community ad essere più etica, ha teso a fornire agli uomini d’affari indicazioni su come ciò può essere raggiunto attraverso l’istituzionalizzazione dell’etica nelle organizzazioni mediante l’adozione di codici etici e l’insegnamento dell’etica.

Come si può desumere da questo quadro sintetico, l’etica degli affari negli Stati Uniti ha affrontato nel corso degli ultimi trent’anni prevalentemente questioni emergenti al livello micro (degli individui) e al livello meso (delle organizzazioni). A conferma di ciò, questo quadro tematico può essere utilmente confrontato con l’insieme delle diverse questioni trattate nei fascicoli speciali pubblicati negli anni Novanta dalle due maggiori riviste sopra richiamate (“Journal of Business Ethics” e “Business Ethics Quarterly”).

Da questo confronto si può desumere che le questioni dell’insegnamento dell’etica degli affari, dell’etica nel marketing e del ruolo dell’etica nel business internazionale sono tra le più discusse dagli esperti negli anni Novanta, inoltre, che nella prima metà degli anni Novanta, accanto allo studio delle teorie normative degli stakeholders e del contratto sociale, emerge un’attenzione particolare per il metodo impiegato nelle ricerche empiriche e per la distinzione normativo/descrittivo in etica degli affari, e che nella seconda metà emerge un’attenzione per temi inediti quali quello del ruolo delle donne nella gestione aziendale e dell’applicazione della teoria dei giochi allo studio dell’etica degli affari.

L’insegnamento universitario. Fornito questo quadro sintetico della ricerca in etica degli affari, occorre precisare che gli sviluppi più significativi dell’etica degli affari negli ultimi venticinque anni riguardano, probabilmente, l’insegnamento in ambito accademico, sia a livello undergraduate sia graduate, della nuova disciplina. Già alla fine degli anni Ottanta, infatti, in oltre il 50 per cento delle business schools statunitensi l’etica era entrata a far parte del programma di studi. La considerazione di tale dato, soprattutto se confrontato con la situazione registrata quindici anni prima, ha portato alcuni studiosi a ritenere che attualmente negli Stati Uniti “l’appropriatezza dell’insegnamento dell’etica nelle business schools sembra essere ampiamente accettata”.

Secondo stime recenti, negli Stati Uniti (e Canada) esistevano a metà degli anni Novanta oltre quaranta cattedre di etica degli affari e delle professioni - istituite prevalentemente grazie a donazioni private - e oltre cinquecento corsi di etica in college, università e business schools, con più di quarantamila studenti. È il sistema delle donazioni private che ha infatti consentito alle business schools statunitensi di essere in molti casi innovative, favorendo l’introduzione nel curriculum di nuove materie di insegnamento senza per questo mettere in discussione la struttura esistente dei programmi e minacciare le posizioni accademiche consolidate.

Presupposto di questo sviluppo è la convinzione, ampiamente accettata tra gli esperti e docenti statunitensi, che l’etica possa essere insegnata non solo negli asili d’infanzia ma anche nei college e nelle università. Per quanto riguarda in particolare le business schools è importante a questo proposito ricordare che la American Assembly of Collegiate Schools of Business - l’autorevole agenzia che accredita nel Nord America i programmi delle business schools - abbia deciso di accettare, già dal 1974, solo piani di studio con una componente etica, stabilendo nei suoi criteri di accreditamento che “i curricula, a livello sia undergraduate sia MBA, offrano una interpretazione delle prospettive che formano il contesto del business” - includendo le “questioni etiche e globali” e “le influenze dei problemi politici, sociali, legali, ambientali e tecnologici” - per cui agli studenti dovrebbe essere fornito “un background dell’ambiente economico e giuridico […] insieme a considerazioni etiche e influenze sociali e politiche in quanto toccano le organizzazioni”.

La tendenza attuale nelle business schools - che si inserisce in un più generale programma, in discussione negli Stati Uniti, tendente ad un ampliamento della business education attraverso l’integrazione negli studi di management di discipline umanistiche come la filosofia, la sociologia, la letteratura, lo studio dei classici e la storia - consiste nel ritenere che i piani di studio non prevedano soltanto un corso separato, facoltativo o obbligatorio, di etica degli affari, ma che l’etica sia anche integrata adeguatamente all’interno dei corsi obbligatori che già fanno parte del curriculum. Istruttive, a questo proposito, sono le strategie didattiche concepite a partire dalla metà degli anni Ottanta alla Wharton School of Business dell’Università della Pennsylvania e al College of Business della Northern Illinois University sia per quanto attiene al livello graduate sia undergraduate di insegnamento.

Esaminiamo qui nelle sue linee generali l’esperienza di progettazione e implementazione realizzata presso la Wharton School in quanto essa è diventata per molte business schools statunitensi un modello da seguire.

Nell’anno accademico 1987-1988 un progetto di studio sull’insegnamento dell’etica nei programmi di MBA nelle business schools ha concluso che questo insegnamento doveva essere incorporato direttamente nei corsi fondamentali del master e che, in vista di ciò, i docenti delle materie funzionali dovevano essere attivamente coinvolti nell’insegnamento dell’etica degli affari. L’idea non era infatti quella di “aggiungere” semplicemente l’etica alla trattazione delle funzioni aziendali quanto di accentuare la dimensione etica di queste. In vista di ciò, un project team, costituito da studenti, docenti di etica e docenti di business, ha elaborato un programma per l’integrazione dell’etica.

Il primo passo in questa direzione è stato quello di individuare alcuni corsi fondamentali nel curriculum del MBA dove l’integrazione dell’etica poteva essere appropriata. I corsi selezionati sono stati i seguenti quattro: “Management and organizational behaviour”, “Marketing management”, “Corporate finance” e “Business policy”.

L’integrazione dell’etica venne realizzata attraverso l’impiego di due componenti fondamentali: a) una introduzione generale all’etica, rivolta a familiarizzare gli studenti con letteratura e concetti di etica degli affari e b) alcuni moduli di etica sistematicamente integrati nei corsi fondamentali precedentemente individuati. Uno degli esiti più interessanti dello studio condotto alla Wharton School è stato quello di scoprire che molti corsi del Master sono candidati possibili per l’inclusione di moduli di etica. Per un esempio di corsi e di argomenti da affrontare nei moduli di etica si può vedere la tavola seguente:

Caratteristica essenziale dell’approccio seguito alla Wharton School è la ricerca di un coinvolgimento diretto - da ottenere in modo non autoritario - di un ampio numero di docenti delle materie funzionali. L’esperienza della Wharton School mostra che una modalità efficace per ottenere ciò consiste prima di tutto nel realizzare un incontro con i docenti che insegnano le materie fondamentali per presentare loro l’idea dell’integrazione dell’etica nel curriculum delle business schools; in secondo luogo nel chiedere ad ognuno di essi di descrivere che cosa già facciano nei loro corsi relativamente alle questioni etiche. Tale modalità dovrebbe consentire di avviare quanto meno una discussione in cui i docenti di business scoprono che a) già affrontano questioni di etica nei loro corsi e b) le tematiche di etica professionale sono affrontate ampiamente nelle riviste specializzate nelle loro discipline.

La Wharton School, inoltre, nell’anno accademico 1991-92 ha avviato un progetto per l’integrazione dell’etica anche nel curriculum degli studi a livello undergraduate. In vista di ciò sono stati individuati dodici corsi fondamentali, inclusi quelli di contabilità, finanza, management e marketing. Scopo del progetto era quello di contribuire alla crescita della capacità degli studenti di affrontare responsabilmente le questioni etiche nel business e, in particolare: convincere gli studenti che l’etica è una parte importante delle funzioni chiave del business; fornire una trattazione di una ampia gamma di questioni etiche a tutti gli studenti e non solo a quelli frequentanti un corso facoltativo di etica; aumentare la consapevolezza dello studente riguardo alle questioni etiche nel business; fornire agli studenti l’opportunità di sperimentare processi decisionali in cui sono presenti questioni etiche.

In ognuno dei dodici corsi selezionati, le questioni etiche sono presentate agli studenti in una o due lezioni, oppure sono periodicamente messe in evidenza lungo tutto il semestre. In questo modo si intende fornire agli studenti la possibilità di avere un esauriente confronto con questioni di equità e responsabilità sociale. Inoltre, attraverso le diverse opzioni disponibili nel curriculum, l’etica viene trattata in modo non uniforme consentendo così agli studenti di fare esperienza in modo vario di questioni etiche in contesti realistici.

Poiché lo scopo dell’iniziativa inaugurata alla Wharton School è quello di insegnare agli studenti un approccio generale alle questioni etiche, e non di insegnare loro una risposta specifica a particolari dilemmi etici, la strategia didattica adottata non garantisce che i laureati nella loro vita professionale si comporteranno eticamente: la comprensione intellettuale degli obblighi etici infatti può non essere sufficiente a garantire ciò; tuttavia, essa può fornire un importante contributo in vista di ciò.

Nonostante l’importanza delle esperienze realizzate alla Wharton School, occorre tuttavia sottolineare che una delle difficoltà maggiori che si presentano ancora oggi nelle business schools statunitensi, relativamente all’introduzione di un approccio integrato all’insegnamento dell’etica, sia a livello undergraduate sia graduate, è connessa al fatto che, pur essendo l’etica applicata agli affari un settore di studio interdisciplinare, vi è attualmente ancora una scarsa integrazione tra il lavoro dei filosofi morali, da una parte, e quello degli economisti ed esperti di management, dall’altra, con la conseguenza che pochi filosofi sanno a sufficienza di business e pochi economisti ed esperti di management sono preparati adeguatamente in etica per insegnare e scrivere con competenza di questioni etiche nella vita professionale e pubblica.

Per ovviare a questa difficoltà si è suggerita da più parti l’ideazione di programmi di specializzazione in etica degli affari. Tuttavia, la proposta di specifici dottorati di ricerca in etica degli affari si scontra con la constatazione del fatto che, come ha osservato nel 1992 De George, in nessuna università statunitense esiste un dipartimento autorevole in cui siano presenti in numero sufficiente docenti e ricercatori di etica degli affari in grado di fornire una formazione adeguata a studenti impegnati in un PhD. Solo a metà degli anni Novanta, la Darden Graduate School of Business Administration dell’Università della Virginia ha avviato un programma di dottorato, della durata di tre anni, che prevede la specializzazione nelle seguenti materie: “Finance”, “Marketing”, “Operations Management”, “Management Science” e “Management”. Quest’ultima materia contempla come sottocampi, oltre a “Organizational Studies” e “Strategic Management”, anche “Business Ethics”.

Per rispondere alla necessità della creazione di una comunità di esperti e docenti preparati ad affrontare le questioni etiche che sorgono nella vita pubblica e in particolare nel mondo degli affari, nella pubblica amministrazione, nel diritto e in medicina, è nato nel 1986 il Program in Ethics and the Professions, avviato dalla Università di Harvard, che prevede l’assegnazione annuale di borse di studio per un numero ristretto di giovani laureati in economia, scienze politiche, giurisprudenza o medicina, oppure in possesso di un dottorato in filosofia, teoria politica o teologia, che consentano loro di frequentare per un anno accademico un corso di studi rivolto a sviluppare la loro competenza ad insegnare e scrivere su questioni etiche nella vita pubblica e professionale.

Dalla sua istituzione il Program è progressivamente divenuto, sotto la direzione di D. Thompson, il cuore di ciò che è ora ad Harvard - dove ogni facoltà nell’ultimo decennio ha avviato corsi e programmi di etica costituendo un proprio gruppo di docenti specializzati - un consolidato movimento per dare all’etica un posto significativo nei piani di studio dell’università e nell’agenda della ricerca. A questo proposito il Program fornisce la consulenza necessaria per sviluppare nuovi corsi di etica non solo nell’Università di Harvard ma anche nelle altre istituzioni educative del paese che ne facciano richiesta.

Tra le professional schools di Harvard, interessante ai nostri fini è l’esperienza maturata presso la Graduate School of Business Administration che dal 1988 ha varato un piano di studi MBA denominato Leadership, Ethics and Corporate Responsibility, diviso in tre parti.

La prima parte prevede l’attivazione di un modulo di tre settimane sul tema “Decision Making and Ethical Values” la cui frequenza è obbligatoria da parte di tutti gli studenti che iniziano il MBA. Il corso, basato sulla discussione di casi aziendali, ha lo scopo di introdurre gli studenti del primo anno alla vasta gamma di questioni etiche del management e può contare sulla presenza di nove docenti tra cui alcuni esperti di etica. Attraverso questa iniziativa la business school è impegnata a coinvolgere sui temi dell’etica il maggior numero possibile di docenti e a sottolineare agli studenti, attraverso l’inserimento del modulo all’inizio del loro programma di studi, la centralità delle questioni etiche nel processo decisionale manageriale.

La seconda parte prevede l’integrazione della dimensione etica in tutte le materie funzionali. In vista di ciò gruppi di docenti delle varie aree funzionali, con il supporto dei docenti di etica, hanno provveduto alla elaborazione di nuovi materiali didattici, principalmente studi di casi e riveduto programmi di corsi obbligatori. La terza parte del piano di studi consiste, infine, nella attivazione di ulteriori corsi facoltativi di etica degli affari nel secondo anno. A questo riguardo due docenti della scuola, Lynn Sharp Paine e J. Gregory Dees, hanno tenuto recentemente due corsi dedicati, rispettivamente, a “Managing for Organizational Integrity” e a “Profits, Markets and Values”. Inoltre, altri corsi facoltativi già esistenti sono stati ripensati alla luce dell’integrazione dell’etica come, per esempio, quello tenuto da Joseph L. Badaracco sul tema “Moral Dilemmas of Management”.

Se l’Università di Harvard guida la promozione dell’etica degli affari a livello di MBA, occorre però ricordare che è soprattutto a livello undergraduate - generalmente nei Dipartimenti di filosofia, management e teologia - che negli Stati Uniti è stato introdotto l’insegnamento della nuova disciplina. A tale livello di insegnamento l’etica degli affari trova generalmente una trattazione più sistematica e completa che nei corsi di master, caratterizzati invece da una maggiore specializzazione e da una minore importanza attribuita alla formazione umanistica.

Un esempio interessante di introduzione sistematica all’etica degli affari è rappresentato dal corso facoltativo di base, dal titolo “Moral Issues in Business”, tenuto da R. De George nel Dipartimento di filosofia dell’Università del Kansas, a Lawrence, e considerato da molti esperti - per l’autorevolezza del docente - un modello da seguire.

Il corso è suddiviso in quattro parti dedicate, rispettivamente, a “Il ragionamento morale”, in cui si esaminano la natura dell’etica e le tecniche standard di argomentazione morale; “La moralità e i sistemi economici”, in cui si esaminano l’etica del capitalismo e del socialismo; “Le questioni morali per le imprese statunitensi”, in cui si discutono questioni specifiche quali le responsabilità morali delle imprese e di coloro che vi lavorano, i diritti dei lavoratori, la verità nella pubblicità eccetera, e “Le multinazionali e il business internazionale”, in cui si esaminano l’etica del sistema economico globale e gli obblighi etici delle multinazionali.

Per quanto riguarda la metodologia didattica, il programma prevede l’uso di lezioni teoriche, discussioni in classe e studi di casi. Gli studenti sono tenuti a conoscere due testi specifici, a elaborare tre brevi papers in cui il ragionamento morale viene applicato a casi e a sottoporsi a due test in classe e ad un esame finale.

Attraverso un corso di etica degli affari, secondo De George, è possibile porsi solo un obiettivo di natura intellettuale: attraverso un corso di etica non ci si propone, infatti, né di plasmare il carattere dei discenti, per poi motivarli ad agire eticamente, né di formare studenti in grado di affrontare solo situazioni concrete nelle quali potrebbero venire a trovarsi immediatamente, trascurando quindi i problemi più astratti di struttura o di politica aziendale, ma, invece, di aiutarli a riflettere sui problemi etici che potrebbero incontrare nel corso della loro vita professionale, mettendoli in grado di ragionare correttamente dal punto di vista etico nel difendere le proprie decisioni tanto di fronte ai dipendenti quanto di fronte ai superiori e di partecipare attivamente alle discussioni di politica aziendale e di politica pubblica.

Pertanto, con un corso di etica non si vuole trasformare gli studenti in “persone migliori”, ma elevare la qualità del processo decisionale aziendale. Tale scopo è raggiunto ogni qual volta un agente riconosce che sono in gioco considerazioni circa diritti e doveri, e che il benessere e il rispetto di tutti coloro che sono interessati dalle decisioni e azioni aziendali meritano di essere presi esplicitamente in considerazione.

Negli Stati Uniti la necessità di insegnare l’etica nelle università e nelle business schools, al fine di fornire ai business leaders di domani il framework indispensabile per prendere decisioni etiche difficili, è stata sottolineata con forza non solo dal mondo accademico ma anche da quello delle imprese. Nel 1987 l’Arthur Andersen&Co. di Chicago ha istituito un Advisory Council on Ethics, di cui facevano parte dirigenti d’impresa, docenti ed esperti di management e business ethics, allo scopo di elaborare le linee guida di un programma di etica degli affari. Il Council - presieduto da P. Werhane - ha sostenuto la necessità di integrare l’etica nel curriculum esistente nelle business schools del paese individuando in particolare nella contabilità, nella finanza, nel management e nel marketing le aree funzionali dove la formazione etica avrebbe potuto rivelarsi di più grande utilità.

Sotto la guida del Council il Business Ethics Program ha elaborato un’ampia gamma di materiali didattici, in modo particolare studi di casi, e organizzato presso l’Arthur Andersen Center for Professional Education di St. Charles, Illinois, seminari gratuiti di tre giorni sull’insegnamento dell’etica degli affari per docenti universitari - soprattutto di business. Tra il 1988 e il 1991 oltre mille docenti provenienti da circa trecento istituzioni educative del Nord America hanno partecipato a tali seminari.

Completato il Program, nel 1993 l’Andersen ha anche avviato, con l’intento di favorire ulteriormente la diffusione nelle università della formazione in etica degli affari, la costituzione di un network dei coordinatori di etica degli affari nominati dai presidi delle varie business schools del paese. Compito dei circa cinquecento coordinatori reclutati, a cui è stato fornito dall’Arthur Andersen un set completo di materiali didattici, è quello di promuovere l’adozione di tali strumenti tra i docenti delle varie università del paese.

Dopo il successo conseguito nelle università, l’Arthur Andersen ha infine deciso di mettere a disposizione anche di aziende, enti governativi e organizzazioni non profit i materiali didattici elaborati per il Business Ethics Program. Per la realizzazione di tale programma l’Arthur Andersen&Co. ha stanziato e speso cinque milioni di dollari in cinque anni.

Gli sviluppi recenti nel campo dell’istruzione universitaria e postuniversitaria qui documentati sono stati preparati - occorre rammentarlo - dall’attenzione che gli studiosi di etica ed esperti di management statunitensi hanno posto, fin dalla fine degli anni Settanta, ad alcune questioni fondamentali di ordine metodologico circa l’insegnamento dell’etica nell’istruzione superiore, cruciali nel momento in cui, diffondendosi nella società un nuovo interesse per l’etica applicata, le istituzioni educative si apprestavano ad inserire il nuovo insegnamento nel curriculum degli studi universitari, in particolare economici e manageriali. Nel 1980 apparvero, infatti, due rapporti che hanno posto le linee guida per lo sviluppo futuro dell’insegnamento dell’etica.

Il rapporto dello Hastings Center di New York, elaborato sotto la direzione di Daniel Callahan e Sissela Bok, ha identificato cinque scopi per i corsi di etica: stimolare l’immaginazione morale; sviluppare capacità nel riconoscimento delle questioni morali; sviluppare capacità analitiche; suscitare un senso di obbligo morale e di responsabilità personale; insegnare a tollerare - e a ridurre - il disaccordo morale. Su questa base, Power e Vogel - trattando specificamente della formazione in etica dei manager - hanno chiarito che specifico scopo dei corsi di etica degli affari nelle business schools è l’integrazione della competenza manageriale con quella etica; l’obiettivo cioè è di rendere avvertiti i futuri manager che l’etica è parte integrante di ogni processo decisionale in cui si troveranno coinvolti nella vita professionale. Pertanto, lo scopo di un corso di etica degli affari non è quello di cercare di mutare il comportamento degli studenti ma di aiutarli a sviluppare quelle intuizioni, capacità e prospettive che preparano ad una vita professionale moralmente responsabile, utilizzando una seria riflessione morale.

Il rapporto del Committee for Education of Business, a sua volta, ha fornito, tra l’altro, alcune raccomandazioni su come progettare i corsi di etica degli affari a vari livelli di insegnamento; secondo gli estensori, tre sono gli elementi essenziali di un corso di formazione in etica: a) una parte dedicata al chiarimento dei concetti etici fondamentali, come “equità”, “obbligo”, “giustizia”, “danno”, ritenuti indispensabili per l’analisi di casi di etica degli affari; b) una parte dedicata alla presentazione delle teorie etiche più influenti, come utilitarismo e kantismo, e alla loro applicazione ai problemi più urgenti nel campo dell’etica degli affari; c) una parte di studi di casi con analisi etica.

Entrambi i rapporti ritengono che il collegamento tra competenza manageriale e competenza etica sia assicurato dall’uso della metodologia dello studio dei casi, casi tratti dall’esperienza aziendale in cui si simulano decisioni manageriali da parte dello studente dopo che questi ha incluso nella sua analisi anche la dimensione etica. In questa prospettiva l’impiego del metodo dei casi costituisce, per dirla con Power e Vogel, “la più appropriata risorsa pedagogica [...] poiché sono i casi che mostrano la gamma di tipi di dilemmi morali che stimolano la riflessione etica secondo modalità che aiutano a coltivare il giudizio morale nella presa di decisioni manageriali”.

Sulla scorta di tali indicazioni, il numero dei manuali e delle raccolte di studi di casi attualmente disponibili è progressivamente cresciuto. E al libro di testo probabilmente tra i più adottati nelle business schools statunitensi, il volume curato da T.L. Beauchamp e N. Bowie, Ethical Theory and Business (prima ed. 1978, quinta ed. 1996), è possibile fare riferimento per trovare una esemplificazione del come e del che cosa insegnare in un corso di etica degli affari.

Il volume, periodicamente rivisto e aggiornato, ha mantenuto costante nel tempo l’attenzione sul valore e l’importanza della riflessione morale. Il primo capitolo pone le fondamenta per il resto del volume esaminando tre aree generali: definizioni, teoria normativa e analisi di casi. La prima area si concentra su concetti e questioni basilari che definiscono l’ambito del ragionamento etico. Segue una parte dedicata alla teoria etica normativa: l’approccio deontologico e teleologico sono discussi e confrontati. La parte finale del primo capitolo si occupa dell’applicazione del metodo dei casi al ragionamento etico. I curatori concludono questa parte con un avvertimento al lettore circa la natura e i limiti dell’indagine etica: “La filosofia può aiutarci a trovare un approccio ragionato e sistematico ai problemi morali, ma non fornisce soluzioni automatiche o procedure definitive per la presa delle decisioni”.

Il volume si sviluppa successivamente trattando le seguenti questioni: a) la responsabilità aziendale; b) la regolamentazione del mondo degli affari; c) il rischio accettabile dal punto di vista del consumatore, del lavoratore, dell’investitore e dell’ambiente; d) i diritti e i doveri del datore di lavoro e del dipendente; e) discriminazione e attività lavorative; f) la pubblicità e il trattamento delle informazioni; g) le questioni etiche nel business internazionale; h) le teorie della giustizia sociale ed economica. In ognuno degli otto capitoli, una introduzione dei curatori all’argomento trattato precede una selezione di saggi di diversi autori che offrono una gamma di punti di vista su questioni controverse. La parte restante di ogni capitolo è costituita dalla proposta di almeno due “prospettive giuridiche” - la considerazione delle quali dovrebbe stimolare lo studente a tenere conto delle differenze tra teoria etica e decisione giuridica - e dalla presentazione di quattro casi aziendali.

Per quanto riguarda più in generale gli argomenti affrontati nei manuali (e nei corsi), si può osservare che di solito il “modello degli stakeholders” opera come sfondo generale consentendo che vengano prese in considerazione le implicazioni etiche delle decisioni aziendali riguardanti le differenti constituencies dell’impresa. Questo approccio spesso è combinato con un “modello dei tre livelli” in cui il riferimento ai livelli dell’individuo, dell’azienda e della società nel suo complesso consente un’ulteriore articolazione dei problemi esaminati in aula. Alle differenti intersezioni dei due modelli si trovano i dilemmi morali che si devono affrontare nelle relazioni quotidiane d’affari: dilemmi che gli individui affrontano quando operano nei loro ruoli all’interno della gerarchia aziendale o direttamente di fronte alla comunità sociale; dilemmi dell’azienda in relazione a fornitori, clienti, concorrenti o enti governativi e dilemmi dell’azienda con riguardo all’ambiente naturale, alla società nel suo complesso e alle generazioni future.

L’etica in azienda. Il contributo più rilevante alla istituzionalizzazione dell’etica è però venuto dal mondo delle imprese e degli affari statunitense. A questo proposito, indicativi sono i risultati di alcune ricerche sulla diffusione dei codici etici nelle grandi aziende. La ricerca, effettuata nel 1984 dal Center for Business Ethics, ha mostrato che 208 (il 75 per cento) delle 279 organizzazioni che hanno risposto ad un questionario inviato alle 1.000 imprese statunitensi classificate da “Fortune” possiedono un codice etico inteso come uno strumento formale idoneo a esplicitare le aspettative che l’azienda ha sul comportamento etico di tutti i dipendenti e a definire gli obblighi e le responsabilità morali dell’azienda verso i propri stakeholders; che tra le aziende rispondenti circa il 35 per cento organizza seminari quali iniziative per la formazione in etica dei dipendenti; che circa il 35 per cento prevede un ethical audit che analizza le attività aziendali in alcune aree particolarmente delicate dal punto di vista etico; che circa il 14 per cento possiede un comitato etico e che il 3 per cento possiede un ethics officer, la nuova funzione aziendale preposta alla progettazione e gestione dei programmi di etica.

L’indagine condotta nel 1990 dal Center for Business Ethics presso le 1.000 imprese di “Fortune”, ha mostrato come, tra i modi in cui i valori etici possono essere integrati in azienda, i codici etici ottengano il 93 per cento (212 aziende delle 229 che hanno risposto al questionario); la formazione in etica ottenga il 52 per cento e l’istituzione di comitati etici il 33 per cento. Inoltre, il 43 per cento delle aziende rispondenti utilizza i seminari per comunicare le politiche aziendali in materia di etica ai dipendenti e il 30 per cento attua un ethical audit. Questa tendenza è stata confermata anche da indagini più recenti.

Come hanno rilevato diversi studi empirici condotti presso manager e imprenditori statunitensi, alla base dell’adozione dei codici etici nelle aziende vi sarebbe una serie ben definita di ragioni. Secondo uno studio promosso nel 1980 dall’Ethics Resource Center, l’introduzione di un codice etico in azienda serve a: fornire linee guida per il comportamento dei dipendenti; migliorare l’immagine e la reputazione aziendale presso il pubblico; aumentare il grado di conformità alla legge tra i dipendenti; affermare elevati standard professionali entro l’organizzazione.

Un rapporto del 1988 preparato dalla Business Roundtable di New York ha permesso di precisare inoltre che al fondo della visione secondo cui adottando un codice etico “l’impresa desidera e si aspetta che il proprio personale riconosca la dimensione etica delle politiche e attività aziendali” vi sarebbero due convinzioni ormai ampiamente diffuse nella comunità degli affari in azienda: che la volontà umana sia fragile e necessiti di un sostegno istituzionale; che una cultura aziendale e un’etica solide siano le chiavi strategiche per la sopravvivenza e la redditività aziendale in un’era altamente competitiva.

L’idea secondo cui istituzionalizzare l’etica è nell’interesse dell’azienda era condivisa anche dai rispondenti ad una indagine condotta nel 1987 da Touche Ross tra personalità del mondo degli affari, della politica e dell’università. L’indagine infatti metteva in luce la convinzione posseduta dal 63 per cento dei rispondenti che elevati standard etici rafforzino la posizione competitiva delle aziende.

L’aumento consistente negli anni Novanta della diffusione dei codici etici di impresa può essere in parte spiegato tenendo presente che con l’entrata in vigore nel 1991 delle U.S. Sentencing Commission’s Guidelines - che prevedono a carico delle aziende condannate per reati federali un inasprimento delle multe fino a 290 milioni di dollari, nel caso in cui queste abbiano tentato di occultare una violazione di legge o ostacolato l’investigazione, o la possibilità di una loro riduzione rilevante, se l’azienda ha rivelato di sua iniziativa la violazione, ha cooperato nella fase di investigazione e ha attuato, prima di commettere l’illecito, un efficace programma per prevenire e scoprire violazioni di legge, cioè un rigoroso programma di conformità alle leggi - è cresciuto il numero delle imprese statunitensi che vedono nella adozione di codici etici un valido investimento per il futuro.

Tuttavia - come ha notato a questo riguardo Paine - poiché “l’etica aziendale richiede qualcosa di più che semplicemente evitare pratiche illegali”, l’etica del management richiede un approccio diverso “fondato sull’idea di integrità morale”, che combini “l’attenzione per la legge con un’enfasi sulla responsabilità morale manageriale”. Una strategia basata sul principio di integrità morale permetterebbe infatti di stabilire uno standard di condotta più solido. Mentre il principio di conformità alle leggi si basa sulla necessità di evitare sanzioni legali, il principio di integrità si fonda sull’idea di autogoverno e di responsabilità del management in conformità a una serie di principi e valori etici guida.
Secondo questo approccio l’etica “è una questione che investe la sfera organizzativa tanto quanto quella individuale”.

Le tesi di Paine hanno il merito di non trascurare la dinamica essenziale tra individui e organizzazioni: come le organizzazioni sono costituite di individui, gli individui dipendono dalle organizzazioni. Le aziende, come altre organizzazioni sociali, possono infatti influenzare le decisioni e le azioni individuali. Pertanto, le aziende dovrebbero verificare al loro interno se le strutture e relazioni, che vincolano e muovono i dipendenti, siano compatibili con la condotta etica. E se non lo sono, allora certi passi dovrebbero essere compiuti per modificarle. Pertanto la creazione di una cultura aziendale ispirata all’etica richiede un piano di lavoro, un programma.

Aziende come Ibm, 3M, General Electric, Boeing, Champion, International Chemical Bank, General Mills, GTE, Hewlett-Packard, Johnson&Jonhson, Xerox, General Dynamics, McDonnell Douglas, Texas Instruments, sono solo alcune delle numerose società che hanno elaborato programmi formali di etica e adottato codici etici 62. Tra questi, esemplari sono i programmi elaborati dalla McDonnell Douglas e dalla Texas Instruments. A quest’ultima azienda, in particolare, sono stati recentemente attribuiti numerosi riconoscimenti pubblici.

La redazione di un codice etico è un importante primo passo verso la costruzione di un’azienda etica, ma occorre tenere presente che è semplicemente questo - un primo passo. Per essere efficace, infatti, il codice etico deve essere sostenuto da altri tipi di strutture aziendali in grado di assicurarne la comunicazione attraverso l’organizzazione, l’imposizione e revisione. In sintesi, le linee guida per redigere (o ridisegnare) e implementare in azienda un codice etico sono le seguenti: cercare di ottenere il sostegno in vista della sua introduzione da tutti i livelli dell’organizzazione, in particolare dal vertice aziendale; far sì che ogni dipendente - anche ai livelli più bassi - partecipi allo sforzo di elaborazione del documento; scrivere il testo del codice etico nel modo più semplice e chiaro possibile, cercando di fornire le ragioni per le disposizioni contenute in esso; ideare un efficace programma per comunicare il codice alla generalità dei dipendenti e per formare questi al suo utilizzo; una volta adottato il codice, assistere i dipendenti nella interpretazione delle norme in esso contenute; specificare il ruolo del management nell’implementazione del codice; ideare concrete azioni per far valere il codice in azienda; selezionare persone competenti per la gestione del codice etico; consentire revisioni del codice al fine di prevedere nuove situazioni e problemi.

Un’altra parte essenziale del piano per la costruzione di una cultura aziendale etica consiste nella nomina di un ethics officer e nella costituzione di un comitato etico.

Una delle funzioni primarie dell’ethics officer è di incoraggiare la presa di decisioni ispirate eticamente in ogni parte dell’organizzazione e di promuovere programmi per accrescere la consapevolezza etica e l’importanza dell’etica in tutti i dipendenti. Perché gli sforzi dell’ethics officer non siano vani occorre: che la sua azione goda di un inequivocabile e visibile sostegno da parte del vertice dell’azienda; che la sua posizione sia centrale nell’organizzazione tanto da avere facoltà di accesso ad ogni livello aziendale, da quello più alto a quello più basso, tenendo presente che ciò che può provocare una perdita di efficacia nella sua azione è una identificazione con l’alta direzione; che esso abbia anche diretto accesso al consiglio di amministrazione, dal momento che alcuni problemi più difficili e delicati si verificano quando è in discussione proprio la condotta etica dell’alta direzione aziendale.

Il disegno ottimale del piano prevede la presenza sia di un ethics officer che di un comitato etico, in quanto un ethics officer ha bisogno di un comitato etico da cui trarre idee, ricevere sostegno nella comunicazione in azienda del programma di etica e assistenza nel processo decisionale e nella revisione delle politiche in materia di etica; e a sua volta un comitato etico ha bisogno di un ethics officer per svolgere le operazioni quotidiane legate alla realizzazione del programma di etica aziendale, per svolgere le funzioni di portavoce e per avere accesso ai più alti livelli del management.

Perché un comitato etico sia efficace ed efficiente, capace cioè di disegnare un programma di etica rilevante per l’intera azienda e di rendere ogni dipendente partecipe alla costruzione e affermazione di una cultura aziendale etica è indispensabile che esso sia rappresentativo di tutti i livelli dell’organizzazione.

Il piano dovrebbe prevedere anche una diretta reporting line dall’ethics officer e dal comitato etico al consiglio di amministrazione, per esempio attraverso un membro del consiglio - un consigliere esterno - con specifiche responsabilità di controllo delle attività etiche e del clima etico aziendale.

Un elemento decisivo nel piano è l’attività di formazione in etica per i dipendenti dell’azienda. In esso, la funzione importante per il successo di un programma di formazione in etica è svolta dagli incontri seminariali: attraverso tali incontri, grazie al fatto che i dipendenti possono dialogare l’uno con l’altro sull’importanza dell’etica degli affari e sulle questioni etiche che sorgono nelle attività quotidiane in azienda, si cerca di: contribuire ad aumentare la consapevolezza etica dei dipendenti; aiutare i dipendenti a riconoscere le questioni etiche collegate direttamente all’attività aziendale; fornire ai partecipanti strumenti e criteri per l’analisi razionale etica e per la presa di decisioni etiche entro l’azienda; fornire loro assistenza su come tradurre il ragionamento etico in concreta azione etica nel contesto aziendale; esaminare le strutture, strategie, politiche e scopi che modellano l’ambiente etico e guidano le attività etiche aziendali; sottolineare l’importanza della leadership etica a tutti i livelli dell’organizzazione.

Un programma di formazione in etica per essere coronato da successo dovrebbe inoltre essere rivolto a tutti i dipendenti e non solo al management; e vedere tra i partecipanti, in una stessa classe, rappresentanti di differenti livelli aziendali, dall’operaio al dirigente al consigliere di amministrazione, al fine di favorire una migliore comunicazione e comprensione tra tutti i membri dell’organizzazione relativamente ai problemi e agli impegni etici della azienda.

Attraverso la realizzazione di programmi di formazione in etica così impostati dovrebbe essere possibile raggiungere l’obiettivo della costruzione di una cultura etica d’impresa più forte e integrata.

Un piano adeguato infine dovrebbe includere anche l’impiego di un “ethical audit”, vale a dire un processo per analizzare e misurare le attività aziendali in alcune aree particolarmente delicate dal punto di vista etico. In vista di ciò, alcune procedure dovrebbero essere ideate per determinare le aree di tensione etica e per fornire indicatori del grado di successo degli sforzi fatti per introdurre l’etica nell’organizzazione. Affinché l’ethical audit costituisca una parte integrante dei programmi di etica gestiti dall’ethics officer occorre che i risultati derivati da tali verifiche vengano diffusi ampiamente all’interno dell’azienda - non limitatamente al management - e all’opinione pubblica intera.

In questo modo le aziende, assumendo che si stiano comportando responsabilmente, potrebbero migliorare la loro immagine etica.

La consulenza. Qualche cenno merita infine anche il ruolo svolto dall’esperto in etica degli affari nel Nord America, alla luce degli sviluppi della disciplina sopra descritti. A seguito della grande importanza assunta dai corsi di etica degli affari, il maggior numero di esperti svolge attività di docenza a livello sia undergraduate sia graduate. In anni recenti, inoltre, è aumentato considerevolmente anche il numero degli esperti che svolgono attività di consulenza per società, singoli manager, funzionari pubblici e organizzazioni diverse, tanto è vero che la Society for Business Ethics ha sentito la necessità di costituire un gruppo di lavoro con il compito di fissare gli standard professionali del consulente in etica.

Compiti per il futuro. L’indagine fin qui condotta ha mostrato come negli Stati Uniti, grazie al lavoro svolto negli ultimi venticinque anni, l’idea della legittimità dell’etica degli affari come disciplina autonoma sia ampiamente accolta. Tuttavia, nel concludere questa prima parte, vorrei indicare sinteticamente alcuni compiti che attendono i ricercatori di etica degli affari per conseguire, dopo una fase contrassegnata da una rapida crescita, il consolidamento del nuovo campo di studio e insegnamento.

La prima osservazione è che in futuro è indispensabile conseguire una reale “cooperazione” tra filosofi ed esperti di business coinvolti nell’impresa dell’etica degli affari. Occorrerà cioè procedere ad alleanze strategiche e non a “matrimoni di convenienza”. Questa cooperazione diventerà probabilmente sempre più essenziale mano a mano che i ricercatori si sposteranno dalle riflessioni normative e teoriche a studi empirici sull’etica del management.

La seconda osservazione è che, nonostante i successi conseguiti in ambito accademico, si debbano vincere alcune “resistenze” nei confronti della nuova disciplina esistenti ancora nelle business schools statunitensi. Tale situazione può essere superata solo attraverso il coinvolgimento reale dei docenti di business scarsamente motivati a prendere sul serio l’etica in attività interdisciplinari di ricerca e di formazione, instaurando con essi un dialogo costruttivo.

L’ultima osservazione è che compito degli studiosi di etica degli affari dovrebbe essere quello di proporre costantemente nuove e più ampie teorie. Perché la disciplina si sviluppi ulteriormente occorre infatti che il lavoro di ricerca teorica si intensifichi in vista della individuazione di nuovi modi di descrivere la complessità della realtà, realtà in cui opereranno i manager di domani.
Solo prendendo sul serio tali compiti sarà possibile garantire all’etica degli affari come disciplina un periodo indefinitamente lungo di crescita.

L’Europa occidentale

Anche in Europa il fenomeno dell’etica degli affari, pur con un certo ritardo rispetto agli Stati Uniti, è andato rapidamente affermandosi a partire dal 1983, anno in cui è stato creato, presso l’Università di San Gallo in Svizzera, il primo incarico europeo di ricerca. Nella nostra indagine ci limiteremo ad osservare come si è sviluppato tale fenomeno fino ad oggi in alcuni paesi dell’Europa occidentale, rinviando la trattazione dell’Italia al paragrafo successivo.

I centri di ricerca. Per quanto riguarda il settore della ricerca è utile ricordare la nascita di alcuni centri specializzati - generalmente collegati con istituzioni universitarie - come il Centrum voor Economie en Ethick sorto nel 1997 presso la Facoltà di economia dell’Università Cattolica di Lovanio in Belgio e diretto da E. Schokkaert; l’Institute of Business Ethics, fondato a Londra nel 1986 per iniziativa della Christian Association of Business, e diretto da Stanley Kiaer; il Business Ethics Research Centre, sorto nel 1987 presso il King’s College dell’Università di Londra e diretto da J. Mahoney; l’Institut für Wirtschaftsethik, fondato nel 1989 presso l’Università di San Gallo in Svizzera e diretto da P. Ulrich; il Betriebwirtschaftliches Institut, operante nella Università Friedrich Alex di Nürnberg in Germania e diretto da H. Steinman e l’European Institute for Business Ethics (Eibe), fondato nel 1994, attraverso un accordo di collaborazione tra l’European Business Ethics Network e l’Università di Nijenrode a Breukelen (Olanda), e diretto da H. Van Luijk.

Le riviste. Per quanto riguarda la presenza di riviste specializzate nel panorama europeo, occorre segnalare la pubblicazione, dal 1992, di “Business Ethics: A European Review”, un quadrimestrale diretto da J. Mahoney ed edito da Blackwell, Oxford, che mira, attraverso un approccio pragmatico all’analisi delle questioni etiche che coinvolgono le imprese europee, a migliorare la qualità del processo decisionale manageriale; e, dal 1995, di “Revue Ethique des Affaires”, un quadrimestrale edito da Eska, Parigi, trasformatosi recentemente in una pubblicazione regolare in forma di libro.

La letteratura. Particolarmente intensa è stata la produzione scientifica negli anni Settanta e Ottanta; si possono ricordare a questo proposito gli studi di Melrose-Woodman e Kverndal e di Harron e Humble sulla responsabilità sociale delle imprese britanniche; di Steinman e Oppenrieder e di Steinman e Loehr sull’etica d’impresa; di Enderle su etica ed economia e sulla leadership etica del manager; di Van Luijk sulla moralità dell’uomo economico e del profitto; di Webley e di Schlegelmilch e Houston sui codici etici delle imprese britanniche, e di Mahoney sull’insegnamento dell’etica degli affari negli Stati Uniti e in Europa.

Nell’ultimo decennio le pubblicazioni nel settore dell’etica degli affari sono notevolmente aumentate di numero e migliorate rispetto alla qualità dei contributi - basti pensare ad esempio ai lavori teorici di K. Homan e F. Blome-Drees e di H. Steinmann e A. Löhr sul fondamento dell’etica degli affari, e al recente volume di P. Ulrich sull’etica degli affari “integrativa” - e questo in tutte le lingue europee.

I temi che negli ultimi anni hanno destato maggiormente l’interesse degli esperti europei sono desumibili, per esempio, dalla considerazione dell’insieme degli argomenti trattati nei focus che “Business Ethics: A European Review” dedica periodicamente all’analisi di questioni etiche particolarmente rilevanti per il mondo del business contemporaneo. Da questo esame emerge che negli anni Novanta i temi più ricorrenti sono stati quelli del ruolo sociale dell’impresa e del rapporto tra etica e accountancy; inoltre, che le questioni dell’etica nel marketing e del ruolo delle donne nelle imprese - presenti anche nelle riviste statunitensi - trovano qui una trattazione approfondita già nei primi anni Novanta; e che altri temi come il problema della lealtà aziendale, del rischio accettabile dal punto di vista dell’investitore e delle cure mediche come business, sono invece affrontati per la prima volta rispetto al panorama editoriale internazionale.

L’insegnamento universitario. Sul versante dell’insegnamento, dalla metà degli anni Ottanta un numero sempre maggiore di università, di business schools e di istituti professionali ha avviato - pur con ritmi diversi nei vari paesi europei - corsi di etica degli affari.

La prima cattedra di etica degli affari in Europa è stata infatti istituita nel 1984 in Olanda presso la School of Business dell’Università di Nijenrode a Breukelen e ne è titolare H. Van Luijk; attualmente sono oltre 25 le cattedre istituite in vari paesi d’Europa, anche se occorre tenere presente che solo la metà di queste ha un reale “peso” accademico per la ragione che alcune scuole in cui esse sono state istituite non possono vantare uno status universitario pieno.

La difficoltà principale che incontra l’istituzionalizzazione dell’etica degli affari a livello accademico è probabilmente connessa alla scarsa diffusione nei paesi europei del sistema delle donazioni private che, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, hanno consentito alle business schools del Nord America di essere innovative.

Nei primi anni Novanta sono stati istituiti gli insegnamenti di Business Ethics and European Civilization, affidato a G. Marion, presso la Groupe ESC di Lione, di Corporate Responsibility, affidato a B. Harvey, presso la Manchester Business School e di Business Ethics and Social Responsibility, affidato a Mahoney, presso la London Business School. Inoltre, recentemente è stata avanzata la proposta di introdurre un corso specialistico di Business Ethics nel Master organizzato dal Cems (Community of European Management Schools), un consorzio di cui fanno parte sedici università europee, fra cui la Bocconi di Milano, e cinquanta imprese europee, tra cui l’italiana Comit, allo scopo di rispondere al crescente bisogno di manager europei.

Per quanto riguarda i metodi didattici usati nei corsi di etica avviati in università e business schools europee, sono simili rispetto a quelli impiegati nei corsi statunitensi: lezioni, discussioni in classe, presentazione di casi costituiscono i principali metodi impiegati per avvicinare gli studenti alla materia. Si rileva a questo riguardo un’enfasi particolare da parte dei docenti europei sulla necessità di disporre quanto prima per la didattica di studi di casi tratti dal contesto europeo da sostituire ai casi americani o per integrarli.

Anche per quanto riguarda i contenuti dei corsi non si registrano differenze significative: ciò che occorre notare è che l’introduzione agli approcci morali tradizionali, utilitarismo da un lato e kantismo dall’altro, si accompagna a volte a una particolare attenzione alle caratteristiche proprie dell’economia di mercato o ai problemi connessi al declino del welfare state e alle implicazioni che ciò comporta per il ruolo dell’impresa.

Relativamente agli scopi dell’insegnamento dell’etica degli affari, come negli Stati Uniti, anche in Europa con i corsi di etica si intende principalmente contribuire all’aumento della consapevolezza etica degli studenti e arricchire la loro dotazione di strumenti analitici, migliorando in questo modo la qualità morale del processo decisionale nelle imprese.

In questa sede può essere utile guardare all’esperienza didattica consolidata di H. Van Luijk per precisare il contributo specificamente “europeo” allo sviluppo dell’insegnamento dell’etica degli affari. Attraverso un corso rivolto a studenti delle business schools o a dirigenti che partecipano a programmi di sviluppo manageriale, ad avviso di Van Luijk, non si deve tendere ad insegnare né una specifica teoria etica né un dato comportamento etico, ma a sviluppare una “competenza” etica: competenza nella determinazione degli elementi normativi presenti in una data situazione; nell’analisi di tali elementi; nella elaborazione di un proprio punto di vista etico da difendere in una discussione con altri. Per ottenere ciò Van Luijk propone l’adozione del “modello dei sei stadi”. Tale modello presenta tre livelli, ognuno dei quali ha due stadi, che devono essere visti come tappe successive, comportanti difficoltà diverse, nello sviluppo della competenza etica.

Limitatamente alle caratteristiche generali del modello possiamo dire che al primo livello (analitico) gli studenti sono stimolati 1) a determinare gli elementi normativi di un dilemma etico concreto che altri o loro stessi hanno proposto attingendo all’esperienza personale o semplicemente alla lettura dei quotidiani e 2) ad analizzare tali elementi con l’ausilio di strumenti teorici, concettuali e metodologici; al secondo livello (discussione) ogni studente è incoraggiato a formulare il proprio punto di vista normativo sulla situazione in esame e a difenderlo esclusivamente mediante “buone ragioni” in una discussione pubblica con altri (la classe, la comunità di appartenenza, le diverse culture); al terzo e ultimo livello (integrativo) gli studenti sono invitati ad approfondire la conoscenza del contesto socio-politico da cui è emerso il dilemma in esame e a valutare la forza del punto di vista normativo difeso nella fase precedente alla luce di tale conoscenza.

Questa è la parte più difficile da affrontare perché richiede allo studente di calarsi nel contesto sociale e politico, mediante l’analisi strutturale dei fatti e dei concetti fondamentali. In conclusione, secondo Van Luijk, lo sviluppo della competenza etica, nelle modalità descritte, è l’unica via per conseguire l’“integrità manageriale”, obiettivo finale del percorso formativo.

L’impiego di tale modello didattico, a giudizio di Van Luijk, dovrebbe ovviare a ciò che, guardando agli sviluppi recenti nell’insegnamento dell’etica degli affari negli Stati Uniti e in Europa, costituisce un aspetto critico: a suo avviso, infatti, la teoria etica, pur essendo disponibile, non sarebbe usata in aula in maniera adeguata. Gli studenti americani nei corsi di etica di solito imparano ad applicare ad ogni singolo argomento due o tre approcci etici fondamentali e “questo è tutto”. Impiegando le teorie etiche normative presentate in un qualsiasi libro di testo, gli studenti sono sicuramente in grado di distinguere alcune possibili implicazioni etiche del caso esaminato, ma, secondo Van Luijk, “non c’è alcuna garanzia che essi siano in grado di cogliere la sua specificità”.

L’utilizzo adeguato della teoria etica richiede, secondo Van Luijk, che si assumano, al terzo livello del suo modello, due ulteriori prospettive tra loro distinte. La prima è la prospettiva teorica delle “questioni fondamentali”, del tipo: “perché essere morali sul mercato?”; la seconda è la prospettiva strutturale che mira a rendere giustizia alla specificità del caso in discussione: una cosa, infatti, è individuare in astratto le condizioni in cui, per esempio, l’attività di “whistleblowing” in azienda è moralmente giustificata, un’altra è determinare quando tale attività deve essere considerata un dovere morale in un sistema - diffuso nell’Europa occidentale - in cui il diritto non protegge il “delatore” dalla possibilità di licenziamento. Pertanto, per rendere giustizia al contesto strutturale che determina la specificità del caso occorre che siano valutate le sue dimensioni organizzative, economiche, politiche e storiche.

Tale impostazione - secondo Van Luijk - ha delle implicazioni anche per quanto riguarda la tesi che vede l’etica come una dimensione di tutte le discipline fondamentali dei programmi delle business schools in quanto, una volta che si è individuato un “elemento etico” in una situazione, per esempio, di marketing, adottando la prospettiva strutturale l’esperto di etica perde il suo ruolo privilegiato di unico competente nella trattazione delle questioni etiche e diventa soltanto uno dei contributori ad un approccio integrato al management.

Lo sforzo per sviluppare un approccio europeo all’etica degli affari si è concretizzato nella pubblicazione di un manuale, a cura di B. Harvey, dal titolo Business Ethics. A European Approach (Prentice-Hall, New York 1994), e di una raccolta di casi, a cura di B. Harvey, H. Van Luijk e H. Steinmann, dal titolo European Casebook on Business Ethics (Prentice-Hall, New York 1994). Entrambi questi volumi soddisfano un bisogno reale ben presente in passato. Scopo della prima opera, il cui impianto è tradizionale, è quello di fornire, attraverso un insieme di saggi predisposti da studiosi provenienti da differenti paesi europei, un testo esauriente che si concentri soprattutto sulle questioni etiche urgenti che emergono nel contesto europeo.

Scopo della seconda opera è quello di offrire agli studenti non semplicemente la narrazione di una serie di fatti ma una analisi dettagliata di casi. Attraverso una selezione, necessariamente non esaustiva, di dieci casi tratti dall’esperienza europea i curatori aspirano a fornire una valida introduzione all’etica degli affari in Europa.

Ciò che caratterizza questa raccolta di casi - come chiarisce Van Luijk nella introduzione al volume - rispetto alle numerose altre attualmente disponibili nel panorama editoriale internazionale è l’inclusione nella presentazione dei casi - oltre all’elemento narrativo (spiegare le circostanze del caso) - di un’analisi dettagliata (indicare che tipo di problema etico il caso rappresenta) e di un elemento normativo (una valutazione etica argomentata del caso fornita dall’autore). Per i curatori dell’opera la presenza degli elementi analitico e normativo è infatti indice di uno studio di caso di qualità.

Questo approccio metodologico - fornendo una assai ampia assistenza al lettore, tanto che il volume sembra più adatto a uomini d’impresa e a studenti universitari che a laureati impegnati in un master - sembra però ridurre quello che solitamente è considerato il vantaggio principale derivante dall’uso dei casi a scopo didattico. Come ha spiegato a questo proposito C. Gragg: “Nel processo di apprendimento, la cooperazione dinamica da parte del principiante è necessaria. […] In verità, è essenziale che venga avviata da parte dello studente una riflessione indipendente e costruttiva”.

Come riconosce a questo proposito Van Luijk, “tutti e tre questi elementi non sono sempre presenti nella presentazione di un caso. Molte raccolte di casi infatti si limitano a dare spazio all’elemento narrativo, lasciando il resto all’iniziativa del lettore”. Tuttavia, egli difende la tesi secondo cui “un’analisi etica di un caso rimane incompleta e perciò solo parzialmente efficace se non viene prestata la dovuta attenzione a tutti e tre gli elementi”, richiamandosi al cosiddetto “argomento della difficoltà al cubo” nell’operare con i casi; secondo questo argomento, una cosa è affermare: “Questa è l’esposizione dei fatti, questo è il problema, questi sono i possibili argomenti, questa è la posizione finale assunta dal protagonista - Sei d’accordo?”; e un’altra cosa è affermare: “Questa è l’esposizione dei fatti, questo è il problema, quale è la tua posizione e quali sono i tuoi argomenti?”; ed è una cosa diversa, ancora più difficile, affermare: “Questa è l’esposizione dei fatti, che cosa tu ne pensi è il problema, quale è la tua posizione morale e perché ritieni che sia convincente?”.

Per Van Luijk, pertanto, “raccontare semplicemente i fatti e lasciare ai lettori il compito di reagire in un modo moralmente giustificabile non necessariamente rende ad essi più facile il compito”. Per cui in un’analisi standard di un caso tutti e tre gli elementi devono essere presentati in modo ordinato, procedendo da una narrazione accessibile, attraverso sforzi analitici, a una preferenza morale non ambigua.

Per articolare un dato caso Van Luijk propone l’impiego - in primo luogo nell’ambito di corsi di etica - del “modello dei sette passi”. Tale modello, in sintesi, dopo che è stata fornita una descrizione del caso, prevede la formulazione delle seguenti domande: 1) Qual è il problema morale in gioco? 2) Quali persone o gruppi sono coinvolti? 3) Quali persone o enti sono moralmente responsabili? 4) Di quale informazione abbiamo bisogno per giungere ad una decisione fondata? 5) Quale tipo di argomenti possono essere addotti per chiarire il caso, e quali contro-argomenti ci si può attendere? 6) Qual è la conclusione suggerita da un ponderato bilanciamento degli argomenti? 7) Che cosa penso a questo punto? Sono preparato a sostenere in pubblico la mia posizione? La mia preferenza morale sarà simile in tutti i casi simili? Sono disposto a difendere la decisione proposta come una personale ferma convinzione?

Secondo Van Luijk, in conclusione, “ciò che conta è che più una presentazione di un caso mostra consapevolezza dei requisiti narrativo, analitico e normativo, più essa contribuisce alla nostra comprensione di ciò che è moralmente in gioco, non solo in uno specifico caso, ma anche nei dilemmi morali simili”.

I network. Accanto ad una disciplina accademica emergente troviamo in Europa anche un movimento sociale nascente: in tutto il continente, infatti, stanno sorgendo iniziative (convegni, dibattiti, pubblicazioni eccetera) relative alle principali questioni di etica degli affari, promosse non solo da appartenenti al mondo degli affari o a quello accademico ma anche da rappresentanti di organizzazioni sociali, chiese, enti senza scopo di lucro, gruppi politici e di interesse, che testimoniano la diffusione di un autentico interesse in questo campo.

Allo scopo di coordinare e sfruttare al massimo le potenzialità insite in queste sempre più numerose iniziative si è proposta sul piano organizzativo, nella seconda metà degli anni Ottanta, la costituzione di network. Un risultato importante in questa direzione è stato conseguito attraverso la costituzione nel 1987 dell’European Business Ethics Network (Eben), un’associazione internazionale non profit di accademici, uomini d’affari e professionisti con sede a Breukelen in Olanda, attualmente presieduta da Van Luijk. Nel 1998 l’Eben poteva contare su 750 soci. Lo statuto precisa che scopo dell’Eben è “sostenere e migliorare la qualità etica del processo decisionale aziendale a tutti i livelli”.

Il network europeo organizza in città europee, allo scopo di fare periodicamente il punto sulle principali questioni etiche al centro del dibattito europeo, una conferenza annuale a cui partecipano numerosi studiosi e uomini d’affari provenienti da tutto il mondo. Di tali conferenze pubblica generalmente gli atti.

Due iniziative significative dell’Eben attuate nell’ultimo decennio sono state la promozione di network nazionali e la costituzione del già ricordato Eibe. Per quanto riguarda i network nazionali, la sfida che essi hanno di fronte è quella di trovare un equilibrio tra iniziative su base nazionale (con linguaggio e cultura comuni) da un lato, e comunicazioni regolari a livello transnazionale dall’altro, in vista di un reciproco scambio di informazioni e, dove possibile, di una reciproca cooperazione tra i vari paesi.

L’etica in azienda. A fronte delle numerose iniziative di studio sopra ricordate si registra tuttavia una minore inclinazione delle imprese europee rispetto a quelle statunitensi ad adottare codici etici. Secondo un’indagine sulla diffusione dei codici etici condotta nel 1988 presso le 600 più importanti società britanniche, francesi e tedesche, delle 189 organizzazioni che hanno risposto al questionario inviato loro 78 (il 41 per cento) hanno codici etici; il 35 per cento di queste ultime però fa capo a una casa madre nordamericana. Considerando solo le imprese nazionali, le organizzazioni con codici etici sono 51 (il 33 per cento). In Francia la diffusione dei codici etici riguarda il 18 per cento delle imprese; in Germania il 47 per cento e nel Regno Unito il 31 per cento. L’indagine pertanto concludeva che “agli attuali ritmi di diffusione dei codici, occorreranno altri otto anni prima che la percentuale delle imprese europee dotate di codici etici possa eguagliare il livello del 75 per cento raggiunto dagli Stati Uniti già a metà degli anni Ottanta”.

La stessa indagine ha consentito anche di rilevare differenze significative, rispetto al contenuto, tra i codici etici aziendali delle imprese europee - per esempio British Telecom, Bmw, Hoechst e Bouygues - e quelli delle imprese statunitensi: tutti i codici etici adottati dalle imprese europee censite, a differenza di poco più della metà di quelli delle imprese statunitensi, disciplinano la condotta del personale; di contro, quelli delle imprese statunitensi disciplinano per l’80 per cento i rapporti con la clientela, mentre in Europa questa percentuale scende al 67 per cento. Infine, quasi tutti i codici di impresa statunitensi regolamentano i rapporti con il governo e l’86 per cento di essi anche i rapporti con i fornitori, mentre gli stessi argomenti sono trattati solo nel 20 per cento dei codici etici di imprese europee.

La diffusione a livello internazionale dei codici etici di impresa non deve tuttavia portare a sottovalutare le problematiche etiche connesse allo sviluppo di un mercato globale. L’era della globalizzazione in cui ci troviamo, infatti, pone una serie di sfide a qualsiasi tentativo di definire standard etici globali per le multinazionali: le imprese dotate di codici etici hanno le carte in regola per affrontare il mercato globale? I codici etici d’impresa, le cui norme e procedure sono state pensate per guidare il comportamento aziendale all’interno di determinati confini nazionali, possono essere - senza modifiche - impiegati dalle multinazionali che operano all’estero? Oppure devono essere modificati per tenere conto delle caratteristiche proprie di altre culture? La nascita di un mercato globale pone quindi in primo piano la necessità di promulgare codici etici transnazionali.

L’urgenza di “identificare una serie di valori condivisi a livello internazionale, di conciliare valori in conflitto e di sviluppare una prospettiva comune e onorata da tutti per il comportamento economico accettabile” ha ispirato i Caux Round Table’s Principles for Business, un documento proposto alle imprese di tutto il mondo nel 1992 dalla Caux Round Table, organizzazione svizzera a cui aderiscono numerose aziende multinazionali tra cui la giapponese Canon e la statunitense Chase Manhattan Bank. Business leaders provenienti dal Giappone, dall’Europa occidentale e dal Nord America hanno lavorato insieme per quasi dieci anni giungendo a impegnare le loro società nei confronti di quei principi guidati dagli ideali etici della dignità umana e del kyosei (“lavorare e vivere insieme per il bene comune”).

Il documento, imperniato su sette principi generali (sez. 2) riguardanti la responsabilità dell’impresa verso gli stakeholders, l’impatto economico e sociale dell’attività imprenditoriale, il comportamento negli affari, il rispetto delle leggi, il sostegno agli accordi multilaterali sul commercio, il rispetto per l’ambiente, la condanna di attività illegali e su regole (sez. 3) concernenti il trattamento dei vari stakeholders dell’impresa, nasce dallo sforzo di adattare i principi americani (un impegno verso onestà e rispetto dei diritti umani) al presupposto comunitario giapponese, in un contesto europeo.

La consulenza. Va infine segnalato il fatto che l’attività di consulenza in etica degli affari è in rapido sviluppo, per lo meno in alcuni dei paesi europei. Essa consiste meno nell’attività di docenza in corsi di etica - ancora poco diffusi in Europa - e maggiormente nel supporto fornito a aziende e settori economici in vista della elaborazione o revisione di codici di condotta e della progettazione di iniziative di formazione aziendale in etica. L’esperto in etica degli affari offre la sua consulenza alle aziende anche in merito alla introduzione di sistemi di ethical audit e alla ricognizione dei valori etici fondamentali di una organizzazione.

Un confronto. Giunti a questo punto della nostra indagine può essere utile tentare un confronto tra il modo in cui l’etica degli affari è concepita nell’Europa occidentale e il modo in cui è concepita negli Stati Uniti, al fine di far emergere le differenze più significative tra i due approcci e, soprattutto, di creare le premesse per la elaborazione di una concezione dell’etica degli affari più generale e più integrata rispetto a quella corrente negli Stati Uniti e in Europa.

A questo riguardo, G. Enderle, dell’Università di Notre Dame, Indiana, Usa, ha proposto come base di confronto una matrice che include tre modi differenti di intendere l’etica degli affari (come questione semantica: “parlare di etica degli affari”; come questione pratica: “agire eticamente negli affari”; e come questione teorica: “pensare circa l’etica degli affari”) oltre a tre livelli qualitativamente differenti di azione (individuale [micro], organizzativo [meso] e sistemico [macro]). Impiegando questa griglia interpretativa, Enderle ha individuato alcune caratteristiche peculiari dell’etica degli affari in Europa. Mentre l’etica degli affari nel Nord America tende ad occuparsi prevalentemente di questioni etiche che emergono al livello micro (degli individui), talvolta a livello meso (delle organizzazioni) e raramente a livello macro (dei sistemi), nell’Europa occidentale - segnatamente nei paesi di lingua tedesca - l’enfasi è posta soprattutto su questioni etiche presenti a livello macro, talvolta su questioni micro. Per quanto riguarda le questioni etiche presenti a livello meso, al livello delle organizzazioni, gli esperti europei solo di recente hanno cominciato ad interessarsene.

Gli studiosi europei tendono a dare priorità al livello macro poiché sostengono che solo le regole a livello macro (le cosiddette regole del gioco) e la loro implementazione hanno rilevanza dal punto di vista morale mentre la condotta degli individui e delle organizzazioni è semplicemente una questione di “efficienza”. Nelle aziende americane invece è forte la convinzione che manager e aziende possano e debbano comportarsi eticamente; che non dovrebbero limitarsi a seguire le regole del gioco economiche e giuridiche dal momento che queste regole a livello macro non possono determinare completamente i corsi di azione a livello micro e meso. Chi sostiene questa visione insiste pertanto sull’idea di responsabilità individuale e aziendale e sull’idea di autoregolazione attuata attraverso regole “supplementari” espresse nei codici etici di impresa. Da qui anche la maggiore diffusione dei codici etici tra le imprese statunitensi registrata sopra.

Osservazioni illuminanti sono state fatte da Enderle anche in merito all’orientamento generale dell’approccio alla business ethics, al paradigma dell’etica degli affari e all’insegnamento dell’etica degli affari.

Relativamente all’orientamento generale, l’approccio all’etica degli affari seguito nel Nord America è molto più pratico di quello seguito in Europa, per lo meno riguardo ai livelli micro e meso. In Europa infatti si tende a privilegiare maggiormente l’analisi delle questioni teoriche di tipo fondazionale (per esempio le condizioni di possibilità dell’etica degli affari, il ruolo delle considerazioni economiche nella fondazione dell’etica) rispetto alle sfide pratiche generate dalle questioni normative.

Inoltre, nonostante non esista, al di qua e al di là dell’Atlantico, un “paradigma” della business ethics accettato dalla comunità degli esperti e nonostante sia difficile tenere distinto l’approccio americano da quello europeo, a causa delle numerose interazioni esistenti tra i due continenti, possono essere comunque segnalate due differenze di carattere generale tra i due punti di vista: da un lato, gli studiosi europei di etica degli affari, in modo particolare quelli di lingua tedesca, sono più interessati al contributo fornito all’etica degli affari dalle scienze sociali, in particolare dall’economia, dall’altro gli studiosi nord americani sono sorretti da un più forte riferimento alla filosofia morale e politica.

Per quanto riguarda l’insegnamento dell’etica degli affari, mentre nel Nord America, come abbiamo visto sopra, un gran numero di business schools offrono corsi di etica degli affari e molte cattedre di etica degli affari sono state istituite, in Europa il processo di istituzionalizzazione dell’etica degli affari a livello accademico è ancora piuttosto lento. Tale situazione può essere spiegata, da un lato, facendo riferimento alla convinzione ormai diffusa e consolidata nell’America del Nord - mentre non lo è affatto in Europa - che l’etica possa essere insegnata nei college e nelle università, dall’altro, considerando il diverso contesto istituzionale presente nel Nord America e nell’Europa continentale. Il primo contesto è caratterizzato soprattutto dal sistema delle donazioni private (da parte prevalentemente di uomini d’affari interessati all’educazione morale dei futuri business leaders) - poco diffuso in Europa - che ha consentito l’istituzione della maggior parte delle cattedre di etica degli affari attualmente esistenti negli Stati Uniti.

Evidenziate le differenze esistenti tra i due approcci, è indispensabile sottolineare anche alcuni aspetti di complementarità presenti in essi e trarre qualche conclusione per l’elaborazione di una concezione dell’etica degli affari più generale e meglio integrata.

Il confronto svolto sopra ha mostrato che ognuno degli approcci considerati pone in modo diverso una maggiore enfasi su uno dei tre livelli dell’azione umana sopra individuati; poiché tutti e tre i livelli sono interrelati intrinsecamente, trascurare tali legami porta inevitabilmente a perdere di vista aspetti essenziali dell’etica dell’ordine economico, dell’etica aziendale e dell’etica manageriale. Pertanto, sebbene non tutti gli aspetti possano essere trattati contemporaneamente, essi dovrebbero essere almeno inclusi nell’approccio generale all’etica degli affari. Ne risulterebbe così una concezione dell’etica degli affari assai più ricca e più aderente alla complessità dell’impresa moderna. In questo quadro, poiché le questioni meso - concernenti l’etica aziendale - sono state fino ad ora trascurate, anche se in misura diversa, da entrambi gli approcci, esse dovrebbero diventare oggetto privilegiato degli sviluppi futuri della disciplina.

Inoltre, con riguardo al paradigma dell’etica degli affari, gli esperti europei dovrebbero prestare maggiore attenzione alle questioni normative, mentre quelli nord americani potrebbero trarre vantaggio da una maggiore integrazione delle scienze sociali, in particolare l’economia, nel loro approccio dominato dal riferimento alla filosofia.

Tali considerazioni, come ha chiarito Enderle, hanno riflessi importanti non solo per la ricerca quanto anche per l’insegnamento della disciplina; infatti, finché non è disponibile una concezione più integrata dell’etica degli affari è difficile riuscire a convincere i docenti in varie aree funzionali della rilevanza dell’etica degli affari per gli studi manageriali e quindi a cooperare con gli esperti di etica degli affari per l’integrazione dell’etica nel curriculum. Pertanto, Enderle non esagera quando afferma che la sopravvivenza e lo sviluppo dell’etica degli affari nelle università e nelle business schools dipende in larga misura dallo sviluppo dell’etica degli affari come disciplina.

L’Italia

In sintonia con quanto è avvenuto in Europa, anche in Italia alla fine degli anni Ottanta si è assistito alla nascita di un dibattito sull’etica degli affari e quindi di un movimento che ha coinvolto non solo studiosi ma anche professionisti, manager, imprenditori, formatori, religiosi e sindacalisti.

I centri di ricerca. Questo movimento è stato preparato da un intenso lavoro di ricerca e discussione sull’etica pubblica, intesa come teoria normativa della politica e delle istituzioni fondamentali della società, e sull’etica applicata avviato, prevalentemente al di fuori della cerchia delle istituzioni accademiche, già alla fine degli anni Settanta, per iniziativa di alcuni studiosi ruotanti attorno ai seminari della Fondazione Feltrinelli di Milano e proseguito, dalla metà degli anni Ottanta, attraverso le attività scientifiche del Centro studi Politeia di Milano - lavoro che ha consentito di colmare il gap esistente soprattutto nei confronti della cultura anglosassone.

Sorto nel 1983 per iniziativa di un gruppo di studiosi provenienti da approcci disciplinari differenti ma accomunati da un’identica proposta di etica laica e razionale, il Centro studi Politeia, nel cui ambito operano la sezione di etica degli affari e la sezione di bioetica, attualmente coordinate, rispettivamente, da E. D’Orazio e M. Mori, ha probabilmente conseguito in Italia i risultati scientifici più interessanti nel campo dell’etica applicata. A questo proposito, con riferimento specifico all’etica degli affari, occorre ricordare la partecipazione di esperti di Politeia alla ricerca Il manager di fronte ai problemi etici promossa dall’Asfor (1989), la realizzazione di Uno studio per un codice quadro di etica del servizio per la Fendac (1991) e della ricerca Etica manageriale e strategie dell’impresa pubblica per l’Eni (1991).

Queste attività sono state svolte attraverso l’impiego di una prospettiva contrattualista in etica e di una originale metodologia di indagine circa le concezioni etiche di manager e imprenditori basata sulla nozione di “equilibrio riflessivo” tra intuizioni e teorie etiche; tali attività hanno consentito anche la costituzione di un gruppo stabile e interdisciplinare di ricerca.

Per quanto riguarda in particolare la metodologia impiegata nelle indagini empiriche, che si avvale, come strumento di rilevazione dei dati, dell’intervista semidirettiva in profondità, essa assume che persone competenti (quali sono sicuramente i dirigenti e amministratori intervistati) esprimono dei giudizi morali che possono valere alla stessa stregua delle evidenze empiriche nelle scienze positive e che pertanto possono confutare o confermare le teorie normative di riferimento. In particolare, i giudizi trovano riscontro nella teoria morale solo fino a che quest’ultima non nega qualche aspetto del singolo giudizio valutato come “irrinunciabile” dal decisore competente: sarà allora la teoria a dover essere mutata introducendo nuove ipotesi che consentano di considerare anche gli aspetti irrinunciabili dei giudizi.

Forniamo, in sintesi, alcuni dei risultati più significativi derivanti da queste indagini empiriche, le prime realizzate in Italia nel campo dell’etica degli affari.

La ricerca Asfor ha consentito, tra l’altro, l’identificazione dei tratti del profilo morale del manager italiano (la ricerca ha infatti interessato oltre 200 manager di altrettante aziende pubbliche e private). Il riferimento costante degli opinion leader intervistati a principi etici quali 1) onestà, lealtà contrattuale e rispetto delle leggi, 2) rispetto dei diritti individuali e 3) bene dell’azienda, ha portato i ricercatori a caratterizzare come “etica del mercato” il profilo prevalente: per il manager italiano, infatti, esistono delle premesse morali del mercato (cioè il rispetto dei diritti individuali e della lealtà contrattuale) ed è solo nel rispetto di questi vincoli che può essere legittimamente perseguito il bene dell’azienda.

Nella ricerca Fendac il criterio etico di riferimento impiegato nella elaborazione del codice etico quadro per i dirigenti di aziende commerciali e di servizi è stato trovato nella nozione di un contratto ideale tra fornitore del servizio e cliente, nel quale le parti sono completamente libere, razionali e informate, perfettamente in grado di controllare l’esecuzione e la qualità delle prestazioni, cioè un contratto nel quale si esprime l’autonomia delle parti. Nonostante che le situazioni contrattuali reali spesso non soddisfino le caratteristiche per un contratto ideale, l’idea qui soggiacente è che il fornitore ha il dovere morale di trattare il cliente “come se” la situazione fosse definita dal contratto ideale. Il codice etico, allora, se si assume questa idea, diventa l’ideale regolativo del fornitore. Sulla base dello Studio di codice quadro la conferenza permanente sull’etica del servizio, su proposta della Fendac, ha approvato un documento denominato Principi generali e linee guida che, individuati i destinatari del documento in tutti i fornitori di servizi pubblici e privati, enuncia i seguenti principi generali di etica del servizio:

1) L’utente come soggetto morale; 2) La centralità dell’utente; 3) Pariteticità degli interessi del fornitore e dell’utente.

La ricerca Eni ha consentito, in particolare, l’individuazione, attraverso un’indagine empirica basata su interviste in profondità a manager dell’Eni, delle ragioni principali che manager pubblici potrebbero addurre a favore o contro l’adozione dei codici etici in azienda. A questo proposito è stata elaborata una tassonomia di cinque argomenti a favore e di un argomento contro. Per quanto riguarda gli argomenti del primo tipo, il codice etico sarebbe un valido strumento per: a) la ricomposizione della cultura aziendale; b) la formazione aziendale; c) la gestione delle risorse umane; d) la legittimazione dei ruoli manageriali; e) il miglioramento dell’efficienza aziendale.

Per alcuni manager il codice etico è uno strumento efficace per consolidare nelle organizzazioni la cultura d’impresa attraverso la sua ricomposizione in un unico documento laddove essa non sia più acquisibile dai componenti l’impresa in quanto, a causa delle dimensioni di impresa o della diversificazione del business, è frammentata e non più unitaria, oppure per creare ex novo la “cultura d’impresa” nelle aziende “giovani” o ad azionariato diffuso. Secondo altri manager, l’adozione di un codice etico e la conseguente attività di formazione aziendale in etica permette di “lavorare sulle leve giovanili” proponendo loro uno specifico schema di valori a cui si ispira l’impresa.

Da questo punto di vista il codice etico costituisce anche uno strumento efficace sia per la gestione delle risorse umane affidate al manager, sia come guida per le decisioni manageriali. In questo caso l’obiettivo principale dell’adozione di un codice etico è quello di “rendere omogenei i comportamenti delle imprese”. Un altro argomento addotto a sostegno dell’introduzione di codici etici in azienda è quello secondo cui essi forniscono una “legittimazione dei ruoli manageriali all’interno delle imprese attraverso l’esplicitazione di meccanismi di valutazione dei risultati” e la responsabilizzazione degli individui rispetto agli stessi. In questo senso, un codice etico che descriva esattamente gli ambiti di competenza e permetta di valutare i risultati delle attività manageriali diventa uno strumento per il miglioramento effettivo dei risultati aziendali. All’“efficienza aziendale” fa riferimento anche l’ultimo argomento addotto: il codice etico riesce a garantire chiarezza rispetto agli obiettivi che le imprese devono perseguire e trasparenza rispetto alle modalità di tale perseguimento.

Per quanto riguarda gli argomenti del secondo tipo, essi sono sintetizzabili in uno solo secondo cui i codici etici non sarebbero in grado, neppur minimamente, di incidere sui comportamenti dei dipendenti, a causa della “debolezza” intrinseca delle norme etiche in essi contenute in quanto prive o di un meccanismo sanzionatorio o di un sistema di verifica e controllo dei comportamenti opportunistici che guidano spesso gli individui e le imprese.

Uno dei frutti più maturi dell’impegno nella ricerca teorica nella seconda metà degli anni Ottanta è il volume del filosofo Lorenzo Sacconi - all’epoca responsabile della sezione etica degli affari di Politeia - dal titolo Etica degli Affari. Mercati, imprese e individui nella prospettiva di un’etica razionale (Il Saggiatore, Milano 1991), che costituisce la più ampia e approfondita presentazione di insieme della materia attualmente disponibile in italiano. L’analisi condotta nel volume consente all’autore di mostrare che attraverso l’adozione del codice etico le imprese sono in grado di difendere l’autonomia dell’organizzazione dai vincoli imposti dall’autorità pubblica, in risposta a eventuali comportamenti scorretti da parte dell’impresa o dei suoi dipendenti, e di esprimere efficacemente i valori aziendali fondamentali.

In particolare, funzione propria del codice etico è di legittimare l’autonomia dell’impresa ai diversi stakeholders interni ed esterni all’organizzazione annunciando pubblicamente che essa è consapevole dei suoi obblighi di cittadinanza, che ha sviluppato politiche e pratiche aziendali coerenti con questi obblighi e che è in grado di attuarle attraverso appropriate strutture organizzative e sanzioni. In questa prospettiva, il codice etico costituisce un “contratto sociale” o un “patto” tra l’impresa e i suoi dipendenti, da un lato, e tra l’organizzazione e i suoi vari stakeholders esterni, dall’altro.

La crescita di interesse per l’etica degli affari ha portato, negli anni Novanta, alla nascita di altri due enti di ricerca. Nel 1990 è sorto l’Istituto per i valori di impresa di Milano, un consorzio senza fini di lucro tra organizzazioni economiche e università che si propone di elaborare e diffondere i valori funzionali allo sviluppo delle imprese. L’Istituto persegue i propri obiettivi promuovendo ricerche fondate su indagini sul campo, organizzando workshop e convegni, promuovendo con altri enti un osservatorio sulla responsabilità sociale delle imprese e pubblicando materiali sul tema dei valori d’impresa.

In occasione di un seminario organizzato dall’Isvi su “Codici etici e cultura d’impresa”, Vittorio Coda - docente di Strategia e politica aziendale presso l’Università Bocconi di Milano - ha proposto una soluzione originale al problema della possibilità di una autoregolazione estesa all’intera comunità degli affari. Tra le obiezioni all’efficacia dei codici etici vi è infatti quella della mancanza per ogni singola impresa di incentivi ad osservare un codice etico in un contesto caratterizzato dalla generale inosservanza di codici etici da parte delle altre aziende concorrenti. L’azienda che, in questo contesto, decidesse di conformarsi ad un codice etico rischierebbe infatti di subire uno svantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti. Come ha osservato a questo riguardo l’economista K. Arrow: “Un codice di comportamento può essere di utilità per tutte le imprese se tutte le imprese lo rispettano, e, tuttavia, sarà vantaggioso per qualunque impresa imbrogliare; infatti, più le altre imprese vi tengono fede, più ciò si verifica”.

La soluzione al problema sollevato da Arrow è stata individuata, più che nell’adozione di un codice etico di un dato settore, che rischierebbe di violare la normativa antitrust, in una autoregolazione via codice etico estesa all’intero mondo degli affari e gestita da un’istituzione super partes riconosciuta da tutta la comunità economica con il compito di stabilire norme di comportamento, individuare le violazioni e irrogare sanzioni. A questo riguardo, già I. Maitland aveva ipotizzato la creazione di un’associazione confederale nazionale di rappresentanza degli interessi, introducendo la quale “un’economia di mercato potrebbe coesistere con un’effettiva autoregolazione”.

Nella stessa direzione va la proposta, avanzata da Coda, di uno “statuto dell’impresa” inteso come “l’oggetto di un vero e proprio patto sociale” da “siglarsi tra le parti sociali a livello centrale e periferico, di settore e di area territoriale, nell’ambito pubblico come in quello privato”. Tale statuto, recependo le “norme di buona gestione nonché i principi di fatto ad esse soggiacenti”, vale a dire autonomia dell’azienda, responsabilità del management, economicità, trasparenza eccetera, dovrebbe consentire alle imprese di coordinare il proprio comportamento.

Nel 1997 è sorto, presso il Libero istituto universitario C. Cattaneo di Castellanza, il Cele - Centro di ricerca in etica, diritto ed economia. Diretto da L. Sacconi, il Centro si propone quale luogo di riflessione interdisciplinare sulla funzione, l’insorgenza e l’attuazione delle norme morali, giuridiche e sociali che regolano l’economia. L’idea di base è che le norme etiche assolvono una funzione essenziale nel promuovere la razionalità e l’efficienza economica e al contempo siano indispensabili per dare alle istituzioni dell’economia - e in particolare al sistema delle imprese - la necessaria legittimità morale e sociale, basata sul riconoscimento della capacità di produrre efficientemente il benessere e di distribuirlo equamente.

Per quanto riguarda la ricerca teorica, un risultato significativo è stato conseguito con la pubblicazione nel 1997 del volume di L. Sacconi dal titolo Economia, Etica, Organizzazione. Il contratto sociale dell’impresa (Laterza). In questo volume l’autore intende approfondire il tema della dimensione etica dell’organizzazione sviluppando l’idea del codice etico come “carta costituzionale” dell’organizzazione.

In vista di ciò, il contrattualismo per Sacconi sembra essere la prospettiva teorica che più si presta, da un lato, a interpretare il codice etico come un elemento della cultura organizzativa e, dall’altro, a integrare il punto di vista morale con la visione economica dell’organizzazione intesa come istituzione.

Secondo il contrattualismo, l’organizzazione va intesa come il frutto di un contratto sociale che lega fra loro i diversi soggetti economici interessati a compiere in essa investimenti specifici (stakeholders), cioé lavoratori, azionisti, fornitori, clienti. In questo caso, a differenza di quanto accade nella prospettiva economica, l’insorgenza dell’autorità viene giustificata non in termini di efficienza, ma come esito di un patto razionalmente accettato dai diversi soggetti in vista di un reciproco vantaggio. Sotto questo profilo, il contratto sociale rappresenta la pietra di paragone rispetto alla quale le parti stabiliscono di impegnarsi su un piano di azione congiunto per la produzione di un surplus cooperativo.

Da un punto di vista etico, saranno considerati moralmente ammissibili soltanto gli esiti corrispondenti a un’ipotetica situazione di contrattazione tra individui razionali che negoziano a partire da uno status quo in cui nessuno di essi sia iniquamente avvantaggiato a priori (J. Rawls). Perciò nel caso dell’organizzazione, il contratto sociale impone che i diversi stakeholders vengano remunerati con una quota equa del surplus, al netto dei rispettivi investimenti specifici, finalizzata a compensare gli stessi investimenti specifici e a risarcire la loro rinuncia al controllo dell’organizzazione a vantaggio della parte in posizione di autorità. Secondo questo approccio, la struttura del codice etico comporterà l’enunciazione di diverse classi di casi critici in cui, a causa dell’incompletezza contrattuale, può accadere che un qualsiasi stakeholder tragga iniquamente beneficio a scapito degli altri soggetti, in quanto le clausole contemplate dal contratto lasciano uno spazio di discrezionalità.

Le procedure etiche del codice atte a regolare una data classe di pratiche organizzative, pertanto, completano il contratto in modo tale da escludere, o quanto meno limitare, che la sfera di discrezionalità di ciascun agente dia luogo a un comportamento iniquo. In questa visione, il codice etico rappresenta quella parte dei criteri decisionali cui l’organizzazione fa ricorso al fine di far fronte all’incompletezza dei contratti. Il codice etico può essere inteso quindi come la “carta costituzionale” dell’organizzazione.

Ma quanto finora detto non è comunque sufficiente a garantire che il codice etico venga concretamente osservato. A tale proposito, la teoria economica fornisce un argomento a sostegno dell’esistenza di una qualche forma di incentivo all’osservanza del codice etico incentrato sull’analisi dei cosiddetti “effetti di reputazione” (D. Kreps). Secondo questo argomento, la sua adozione in azienda consente di stabilire l’appartenenza di qualsiasi tipo di evento, anche il più imprevisto, a un principio generale (benché vago) enunciato nel codice etico e quindi di applicare a quell’evento la procedura di scelta che si è soliti adottare ogni qual volta si verifica un accadimento riconducibile a quella stessa classe di casi, permette agli stakeholders di valutare l’operato del soggetto in posizione di autorità, in base all’osservanza delle procedure del codice, e di generare in chi esercita il comando un incentivo razionale a conformarsi al codice etico per sostenere la propria reputazione, così da garantirsi al tempo stesso la cooperazione degli stakeholders indispensabile per il successo dell’impresa.

Il network italiano. Per quanto riguarda il movimento di etica degli affari, momenti significativi per la sua affermazione sono stati la costituzione a Milano nel giugno 1988, per iniziativa del consulente d’azienda Mario Unnia, del network italiano di etica degli affari. Tra gli scopi di questa associazione non profit grande importanza rivestono quelli di: 1) sostenere la ricerca nel campo dell’etica applicata, 2) promuovere l’insegnamento dell’etica degli affari a vari livelli e 3) favorire l’adozione di codici etici da parte dei vari soggetti presenti nel mondo degli affari.

La promozione del dibattito è stata realizzata principalmente attraverso l’organizzazione nel 1988 e nel 1990 della I e II conferenza nazionale di etica degli affari. Inoltre, nel 1990 a Milano si sono riuniti i maggiori studiosi mondiali della disciplina in occasione della III conferenza annuale dell’Eben tenutasi presso l’Università Bocconi. Nonostante un avvio promettente, dalla metà del 1995 il Network italiano non ha svolto alcuna attività e il suo consiglio direttivo ha smesso di riunirsi, per cui la sua esperienza sembra esaurita.

La rivista. All’intersezione tra ricerca e movimento si è posta la rivista “Etica degli Affari”, fondata da M. Unnia nel 1988. Prima in Europa ad essere pubblicata, essa è diventata progressivamente un punto di riferimento obbligato per quanti si interessano, in vario modo, alle tematiche connesse alla valutazione morale delle attività economiche. Nonostante l’impegno profuso dal comitato di redazione, la rivista, dal 1992 edita dal Sole-24 Ore Periodici con il titolo “Etica degli Affari e delle Professioni”, a fine 1995 ha cessato le pubblicazioni.

Nei suoi otto anni di vita la rivista, oltre ad affrontare questioni squisitamente teoriche - quali, ad esempio, la natura dei dilemmi etici negli affari, il rapporto tra etica generale e etica speciale del manager, il rapporto tra doveri morali generali e doveri del dipendente, la supposta “superfluità” dell’etica degli affari, il rapporto tra relativismo culturale e principi etici, la responsabilità morale dell’impresa, la globalizzazione delle regole dell’etica, la leadership aziendale, l’integrità morale delle multinazionali - trattate spesso in contributi “fondamentali” di studiosi stranieri presentati per la prima volta in traduzione italiana, ha dedicato ampio spazio all’analisi del problema dell’istituzionalizzazione dell’etica e in modo particolare alle problematiche connesse all’introduzione dei codici etici nelle imprese e dell’insegnamento dell’etica nelle università e nelle aziende, anche con riferimento allo specifico contesto italiano.

L’insegnamento. Per quanto riguarda, infine, la situazione italiana rispetto all’insegnamento dell’etica degli affari occorre dire che, nonostante la vivacità del dibattito avviato sul tema nel nostro paese, esiguo è ancora il numero delle iniziative - soprattutto a carattere seminariale - intraprese finora nelle università e business schools. Anche nelle aziende pubbliche e private le iniziative di formazione all’etica sono state ridotte di numero e di scarso peso nei programmi formativi.

In generale, occorre rilevare come il dibattito in Italia, diversamente da quanto è avvenuto nei paesi anglosassoni in cui, dopo aver discusso, come abbiamo visto, alla fine degli anni Settanta di problemi di metodologia didattica e del ruolo dell’etica nel curriculum universitario, si è proceduto alla integrazione dell’etica nel curriculum scolastico, si concentri ancora prevalentemente sulla valutazione della opportunità o meno di introdurre l’insegnamento dell’etica in generale e dell’etica degli affari nelle università o nei programmi di formazione manageriale. Nelle università statali, allo stato attuale, infatti, non esistono cattedre di etica degli affari in nessun corso di laurea. Così come non esistono nelle università private.

Offerte di formazione interessanti, in questa direzione, provengono, invece, soprattutto da enti di ricerca e formazione privati, però limitatamente agli studi postlaurea. Vanno segnalati, infatti, il progetto di ricerca e formazione su “Etica degli affari” realizzato dal Formez di Napoli nei primi anni Novanta, che ha consentito la specializzazione di un ristretto gruppo di giovani studiosi; il corso di etica degli affari inserito nel programma del master in “Decisioni manageriali ed etica pubblica” per giovani neolaureati organizzato negli anni 1991-92 e 1994 a Milano dal Centro studi Politeia nell’ambito di un progetto formativo Cee 110 e il master in “Teoria della decisione” organizzato dal Cele del Liuc di Castellanza, avviato nel 1997-1998 nell’ambito delle attività di formazione postlaurea approvate dalla Regione Lombardia.

Il master di Politeia proponeva un anno di formazione postuniversitaria per giovani neolaureati provenienti da differenti indirizzi di studi e interessati a diventare esperti nell’analisi, gestione, valutazione e controllo dei processi decisionali nelle organizzazioni complesse. Il programma del Master tendeva ad integrare lo studio dei processi decisionali nelle organizzazioni con l’esame dei criteri etici che orientano le scelte collettive. Dopo corsi di base e corsi avanzati il master prevedeva anche corsi di etica applicata per professioni: tra questi il corso, coordinato da E. D’Orazio, dal titolo “Etica applicata al management d’impresa” (45 ore d’aula) era così strutturato: “decisioni manageriali e giudizi etici”; “struttura della proprietà, governo d’impresa ed etica d’impresa”; “l’etica manageriale in diverse aree di responsabilità del management”; “codici etici d’impresa: teoria ed esperienze”; “programmi aziendali di etica: modelli e strumenti”.

Nelle esercitazioni è stato discusso un inedito studio di caso di etica manageriale, elaborato da E. D’Orazio e L. Savoja impiegando la metodologia dell’“equilibrio riflessivo”. Tale studio di caso, intitolato I dilemmi etici del manager, è basato su materiali originali ricavati da interviste in profondità somministrate a manager e imprenditori italiani nel corso di ricerche empiriche svolte direttamente dagli estensori del caso nei primi anni Novanta per Eni e per Confindustria. L’esercitazione con il caso ha come obiettivo quello di condurre gli studenti alla redazione di una bozza di codice etico per una data azienda passando attraverso una serie di momenti che vanno dall’analisi di specifici dilemmi etici vissuti da un dirigente dell’azienda all’analisi di tali dilemmi alla luce di teorie etiche normative di riferimento, alla individuazione di soluzioni organizzative adatte all’azienda. Attraverso questo percorso lo studente è in grado di valutare, in una situazione del tutto simile alla realtà, la portata dei concetti teorici appresi in aula. Gli estensori, inoltre, hanno dotato il caso di “Domande per la discussione”, come guida per gli studenti, e di alcune “Note” per il suo utilizzo a fini didattici, rivolte al docente.

Il master organizzato dal Liuc ha come obiettivo formativo di preparare esperti nell’analisi dei processi decisionali in contesti organizzativi molteplici, dall’impresa privata di produzione di beni e servizi, all’azienda pubblica, fino alle organizzazioni del terzo settore e quelle di ricerca e consulenza. Il corso - che si compone di circa mille ore complessive di attività didattica per un periodo di 9 mesi - si articola nelle seguenti aree didattiche: 1) area propedeutica; 2) teoria generale della scelta; 3) approfondimenti in aree di specializzazione; 4) analisi di casi; 5) stage aziendali.

Una particolare menzione, infine, meritano le conferenze annuali su “Etica ed Economia” organizzate dal 1991 da Nemetria - centro di formazione presieduto dall’economista Paolo Savona che si propone di portare il dibattito sulle relazioni tra etica ed economia fuori dagli schemi consueti dell’analisi dei comportamenti illegali degli operatori economici per indagare le basi etiche dei principi razionali su cui si fonda la disciplina economica - e i seminari di etica degli affari tenuti da esperti e organizzati nell’ambito dei dottorati di ricerca in Economia aziendale istituiti presso le Università di Trieste e di Pisa.

Alcune sfide. Nel concludere questa panoramica intendiamo porre alcune questioni urgenti per l’Italia - delle vere e proprie sfide - concernenti il successo nella istituzionalizzazione dell’etica nelle organizzazioni - e tentare di prospettare rispetto ad esse alcune soluzioni possibili.

A mio avviso, la questione oggi più urgente nel nostro paese è quella, più volte richiamata da Salvatore Veca, di chi educa i formatori? A questo proposito, occorre riconoscere che, non esistendo, per varie ragioni, nel nostro paese una tradizione consolidata nell’insegnamento dell’etica generale e quindi, a maggior ragione dell’etica applicata, siamo qui di fronte - dopo i risultati a cui è giunto il pensiero economico e la teoria morale - ad una grave responsabilità in primo luogo delle nostre istituzioni scolastiche e in modo particolare universitarie.

Per ovviare a questa situazione si tratta quindi di far sì che le istituzioni scolastiche e la comunità degli studiosi del nostro paese prendano finalmente sul serio l’etica. Questo è tanto più urgente oggi in quanto, in seguito al crescente interesse per l’etica manifestato dalla società italiana, enti di formazione pubblici e privati e società di consulenza si accingono a rispondere alla domanda di formazione in questo campo proveniente dal mondo della scuola e dal mondo delle aziende attraverso iniziative di varia concezione fuori di ogni controllo, per cui occorrerà presto fissare per esse standard di qualità stabiliti da agenzie accreditate e certificati da apposite società, in particolare per quanto riguarda i programmi di aggiornamento per insegnanti di scuola media, delle scuole di specializzazione in etica e di formazione manageriale. A questo riguardo, il riferimento all’esperienza internazionale sopra descritta - con il forte richiamo ad una reale cooperazione tra docenti di business ed esperti di etica in vista della integrazione della competenza manageriale con quella etica - può essere di grande utilità.

Una seconda questione concerne il perché insegnare l’etica degli affari e più in generale l’etica ad adulti, ed è tanto più urgente in quanto, come si è più volte detto sopra, in Italia l’insegnamento dell’etica non trova ancora una sua piena legittimazione. Emblematico a questo proposito è il caso delle discussioni in atto su recenti proposte di introduzione dell’insegnamento di temi bioetici nella scuola secondaria.

Per i sostenitori italiani del movimento dell’etica applicata scopo principale dell’insegnamento dell’etica è quello di consentire ad una persona, che si presume abbia già interiorizzato - attraverso soprattutto l’influsso della famiglia - i doveri della morale di senso comune, di sapere, in situazioni dilemmatiche, non solo che cosa è giusto fare, ma anche perché. L’insegnamento dell’etica consiste, allora, nel fornire ad essa gli strumenti concettuali necessari per “criticare” e - se necessario - rivedere le opinioni morali ricevute.

Strettamente connessa a questa è la questione del come insegnare l’etica, cioè del metodo didattico da impiegare per sviluppare tale “pensiero critico” nei discenti. Tra le due alternative oggi in campo, quella che privilegia un approccio molto concreto basato sull’analisi di casi aziendali, come abbiamo visto assai diffuso nelle business schools americane, e quella che privilegia un approccio più astratto, volto a indagare i fondamenti dell’etica, più vicino alla cultura europea, probabilmente la soluzione sta nel giusto equilibrio tra attenzione ai fondamenti teorici e studio di casi, evitando così il rischio, da un lato, che l’insegnamento dell’etica si esaurisca nello studio dei fondamenti, di difficile assimilazione e impiego da parte per es. di manager e imprenditori, e dall’altro lato che l’insegnamento si impoverisca a causa di un accostamento eccessivamente pragmatico all’analisi dei casi.

L’uso del metodo dei casi può infatti nascondere un duplice pericolo: il primo, di natura didattica, è connesso al fatto che, spesso, nei corsi di etica degli affari, l’accento è posto quasi esclusivamente su racconti di casi. Tale enfatizzazione può portare a commettere due errori ricorrenti: la convinzione a) che la pura e semplice accumulazione di casi generi una comprensione di ciò che è in gioco nei dilemmi morali e b) che i casi siano rompicapi da risolvere, nella assunzione implicita che solo una “soluzione” sia quella appropriata. In realtà, da un lato, la semplice accumulazione non produce altro che un ampliamento quantitativo e, dall’altro, i casi morali non sono presentati per essere prioritariamente risolti, ma per essere confrontati e discussi. Dal punto di vista didattico, ciò che è importante quindi non è la scelta pratica fatta in un caso particolare, ma il bilanciamento di argomenti che conduce alla scelta tra alternative. Questo errore può essere evitato prestando la dovuta attenzione agli argomenti validi e alla loro applicabilità nei casi simili: solo un equilibrio tra descrizioni di circostanze particolari da un lato e analisi approfondita di norme e valori dall’altro possono impedire giudizi unilaterali.

Il secondo pericolo è di natura normativa ed è più serio del precedente in quanto è connesso direttamente alla validità del punto di vista morale assunto nel caso in esame. Si incorre in un abuso quando la descrizione di un caso particolare è usata per difendere una posizione insolita e anche indifendibile per le persone coinvolte. Vista da vicino, ogni situazione particolare costituisce un’eccezione alle regole generali accolte: più si sezionano gli aspetti specifici di una situazione più si troveranno circostanze attenuanti fino a che le responsabilità morali degli agenti coinvolti svaniranno completamente dietro a una massa di sottili distinzioni. Non c’è nulla di sbagliato nel raccogliere casi a scopo didattico, l’unica avvertenza da tenere presente è che venga mantenuto un equilibrio tra descrizione dei casi e considerazioni teoriche.

Da tali osservazioni consegue, allora, la necessità di privilegiare una strategia didattica che parta dall’analisi di casi per giungere, attraverso la presentazione e discussione delle ragioni pro e contro determinate scelte etiche, ai principi etici e teorie etiche di sfondo per poi ridiscendere, con maggior consapevolezza critica, ai casi. Sarà così possibile giungere, attraverso un “equilibrio riflessivo” tra intuizioni e teorie etiche, ad una valutazione critica delle nostre intuizioni morali accettate.

Questo punto può essere ulteriormente chiarito precisando che in etica l’impiego dei casi non solo è utile per comprendere una data teoria morale ma è anche indispensabile per dare alla teoria un fondamento e per renderla internamente coerente. Con riguardo alle teorie morali, i casi devono quindi essere considerati parte del processo che convalida una teoria morale. Una teoria morale convincente si origina in un “equilibrio riflessivo” tra giudizi ponderati, principi etici validi, esperienze della vita reale e convinzioni condivise. Secondo questo approccio, la “teoria” e i “casi” sono elementi di un processo unitario in cui, per dirla con Kant, una teoria senza casi è vuota e un caso senza teoria è cieco. La coerenza morale è il risultato di un continuo “va e vieni” tra indicazioni teoriche e prove sperimentali in cui esperienze basate su casi contribuiscono ad articolare e a modificare argomenti basati su principi e analisi concettuali che operano per purificare situazioni della vita reale.

In questa strategia didattica il metodo dei casi come si vede è cruciale. I ricercatori italiani di etica degli affari, pertanto, nella fase attuale dello sviluppo della disciplina, dovranno procedere alla realizzazione di studi di caso originali tratti dalla realtà aziendale ed economica italiana e non accontentarsi semplicemente di impiegare materiali tratti dalla letteratura anglosassone, pena una perdita di efficacia didattica della proposta formativa. In questo processo di ricerca le aziende potranno avere un ruolo importante se riusciranno a interagire con i ricercatori manifestando la disponibilità a fornire loro materiali, documentazione e testimonianze. In questa direzione va, per esempio, lo studio di caso elaborato per il corso “Etica applicata al management d’impresa” previsto nell’ambito del master di Politeia e ricordato sopra.

Non presenta, invece, particolari difficoltà la questione relativa al che cosa insegnare in un corso di etica degli affari in quanto, da un lato, dati i progressi raggiunti dalla disciplina, vi è ormai un sufficiente accordo tra gli esperti - basta scorrere a questo proposito uno dei tanti manuali oggi disponibili - circa i concetti, le teorie, le questioni da affrontare in un corso standard, dall’altro lato, l’esperienza di insegnamento maturata finora da alcuni esperti italiani in seminari universitari, in corsi di master postlaurea e in corsi aziendali è tale da consentire la progettazione di moduli formativi ben strutturati.

L’ultima questione da segnalare riguarda infine un problema che diventerà sicuramente assai pressante nel prossimo futuro, soprattutto se crescerà ulteriormente l’interesse delle imprese italiane per l’autoregolazione via codici etici, e che potremmo definire come un problema di etica del formatore, soprattutto del formatore che opera all’interno di un’organizzazione sia profit sia non profit dotata di codice etico. Nel contesto aziendale, infatti, l’idea della formazione in etica intesa come sviluppo nei discenti di una capacità “critica” nel senso detto rischia di corrompersi nel suo contrario. Come evitare, infatti, che l’attività di formazione aziendale basata su principi e valori etici stabiliti in un codice etico adottato dall’azienda per iniziativa dei suoi vertici, necessaria perché il codice stesso risulti efficace e non rimanga lettera morta, non si traduca - e non venga vissuta dai destinatari - nella imposizione “dall’alto” ai dipendenti di una cultura e di un’etica aziendali ad essi estranee?

A questo proposito, l’esperienza consolidata statunitense - sopra descritta - può fornire indicazioni utili in quanto mostra come il disegno ottimale di un codice etico debba prevedere una fase preliminare di discussione, a tutti i livelli nell’azienda, delle norme in esso presenti, in modo tale che la sua adozione sia preparata da un reale coinvolgimento di tutti i dipendenti, anche di coloro che dovrebbero conformarsi ad esso. In questo caso l’attività di formazione successiva alla sua adozione, trattando di valori condivisi, farà appello al consenso e non all’obbedienza passiva o peggio alla manipolazione dei destinatari del codice. A questa metodologia era ispirato - come si è visto sopra - il progetto realizzato in Acea.

All’approfondimento di tali questioni dovranno soprattutto rivolgersi, a mio avviso, nel prossimo futuro tutte le agenzie e istituzioni (le università pubbliche e private, il Cnr, il Comitato nazionale per la bioetica, i centri di ricerca privati, le scuole di formazione, gli Irrsae, le associazioni imprenditoriali, sindacali, scientifiche e professionali, le società di consulenza aziendale e di revisione, le organizzazioni di certificazione, gli enti governativi) realmente interessate a colmare lo scarto esistente nel nostro paese tra domanda di etica, emergente in modo chiaro da ampi settori del mondo degli affari e più in generale della società civile, e sistema educativo e formativo, fornendo così un contributo essenziale al miglioramento della qualità morale del processo decisionale aziendale e quindi al corretto funzionamento del sistema economico e delle singole imprese nel nostro paese.

 

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