CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Caffe' Europa
244 - 10.01.04


Cerca nel sito
Cerca WWW
I lettori ci scrivono
 


Da: Orazio Niceforo
Data: Mon, 1 Dec 2003 11:50:33 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Quanto conta il mio voto?

Ho letto l'articolo di Fishkin con vivo interesse. Due brevi note:
1. Il linguaggio è semplice, lineare, comunicativo: speriamo che anche in Italia si cominci a scrivere così, abbandonando le complicate, anche se molto "accademiche", elucubrazioni di molti nostri politologi.
2. La proposta mi sembra interessante sia in sè, come modalità di implementazione del modello partecipativo liberaldemocratico, sia in rapporto allo scenario politico italiano, nel quale potrebbe favorire forme di aggregazione del consenso, su tempi specifici, che vadano al di là delle contrapposizioni tra gli schieramenti politici, spesso schematiche e ancora più spesso ipocrite (esempi: il voto che ha impedito la riduzione dei tempi del divorzio, la legge sulla fecondazione assistita ecc.). Un cordiale saluto, e auguri.
Orazio Niceforo


Da: Diego Retis
Data: Wed, 3 Dec 2003 11:49:55 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: In rotta verso la Babele elettronica

Salve,
ho letto con interesse l'articolo sulla evoluzione dei media provocato dalla pubblicazione del libro La Nuova Babele elettronica che mi fa porre una domanda alla luce della approvazione della legge Gasparri sulla telecomunicazione avvenuta il 2 dicembre.
Il professor Somalvico parla di tecnologie digitali utilizzando la figura del rombo descritto come "una figura che ci disegna due processi di concentrazione, uno in alto, l’altro all’estremo inferiore del processo di produzione, distribuzione e fruizione della programmazione televisiva".
Secondo Voi la nuova legge che concentra su pochi editori potenti e dinamici tutte le risorse mediatiche che vanno dall'editoria alla trasmissione di qualsivoglia segnale non porta anche alla concentrazione dei contenuti destinati a passare al pubblico in minima parte, e quello che filtra è solo quello che più interessa a chi gestisce gli apparati mentre rimangono invisibili altri?
Vi ringrazio dell'attenzione, cordiali saluti
Diego Retis

Da: Raffaele Facciolà
Data: Wed, 26 Nov 2003 19:13:24 -0800
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: L'Europa.

Mi pare che nella costruzione dell'Europa, la mancanza di una direttiva politica e cioe' di una strada che i popoli europei devono percorrere assieme, c'è il "fastidio" molto presente e molto reale della percezione di una sovrapposizione di regolamenti europei che in fin dei conti sono inutili ai, e nei, vari paesi. Credo che se si eliminasse questa sensazione del "rompiscatole" dietro la porta, ora per un motivo ora per l'altro, l'Europa viaggerebbe alla velocità giusta, senza perdersi dietro le virgole, come scherzosamente alcuni oppositori dicono.
Cordiali saluti,
Raffaele Facciolà


Da: Giuseppe Di Mauro
Data: Fri, 5 Dec 2003 14:14:39 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Considerazioni inattuali

Troppi gli eventi che si stanno succedendo sullo scenario della storia da
non meritare un’attenzione particolare. Solo se si voglia un po’ affondare
lo sguardo dietro l’affannarsi delle notizie è possibile scorgere un filo
sottile la cui conoscenza potrebbe aiutare non poco alla comprensione del
destino del genere umano. Per far questo, prenderemo le mosse da una visione
della storia che purtroppo esula dalla cultura ufficiale così in voga nelle
accademie di tutto il mondo, dove si preferisce pensare alla stessa come
un susseguirsi di avvenimenti più o meno indipendenti tra loro come fossero
casuali o, secondo certe scuole, dettati da oscure volontà di potenza quando
non da meri interessi pragmatico-economici; mentre, per altri ancora, essa
rappresenta il dipanarsi progressivo di un cammino ascendente verso forme
di vite sempre più sviluppate e perfette.

Non vogliamo in questa sede dimostrare l’inconsistenza di tali posizioni, basterebbe uno sguardo appena disinteressato alla realtà , quanto invece dedicarci al senso nascosto, e palese a un tempo, dei fatti, essi stessi espressione formale di un progetto
provvidenziale la cui origine e il cui fine trascendono ogni esperienza/esistenza umana.

Abbiamo tempo fa’ fatto notare, durante la guerra in Iraq, una singolare
coincidenza: le truppe anglo-americane che dirigevano l’attacco hanno preso
come loro obiettivo strategico la terra di Ur, senza risparmiarsi nel conflitto
a fuoco. Sarebbe questo un fatto di cronaca come tanti altri, se non fosse
per la valenza simbolica che assume questa terra in ben altro contesto: la terra di Ur, infatti, secondo l’antica tradizione biblica, è la terra dove visse Abramo, padre della fede, da cui discendono le tre religioni, dette perciò anche ‘abramiche’, ebraica, cristiana e musulmana. Questo deve subito indurre ad una precisa constatazione: perché il conflitto si è svolto proprio su questo territorio? Non può forse essere quella irachena una guerra, certo più velata, contro le tre religioni, in luogo di una guerra tra
religioni o di pretese conquiste economiche?

Perché, se si riflette un attimo, le bombe che cadono come pioggia incandescente sui luoghi ove è nata la fede di tre popoli possono proprio rivelarsi immagine di serie minacce a ciò che più fonda una nazione e, ancor più, l’identità di interi popoli, ovvero il proprio credo ortodosso. Minacce che non sono certo da rintracciarsi esclusivamente tra gli eventi bellici, ma che possono invece provenire da ambienti
culturali, politici o economici, miranti a destabilizzare le basi dall’interno. E i
fatti stanno tutti lì a dare conferma a quanto or ora accennato.

Basti pensare al discredito che gettano sulla religione islamica quei furiosi kamikaze
che spacciano le loro presunte missioni come adempimento di una guerra santa
contro il ‘Grande Satana’. Agli occhi miopi delle menti d’occidente non può che apparire facilmente l’impressione di una religione rigida, aggressiva e autoritaristica. Se poi aggiungiamo le campagne che sono iniziate dalle nostre parti per abolire delle usanze antiche presso le popolazioni islamiche come fossero anacronistiche e ‘anti-democratiche’, ecco che il gioco di oscurare il messaggio divino è fatto.

Non può che balzare innanzi l’ultimo tragico attentato alle sinagoghe ebraiche in un quartiere di Istanbul: senza voler qui considerare l’importanza storica di quella che era la grande Costantinopoli, e che conferirebbe maggior spessore alle considerazioni esposte, ci basti sottolineare la deplorevole scelta da parte degli attentatori del giorno
del sabato, giorno santo per gli ebrei, esattamente come per noi cristiani è, o dovrebbe quantomeno essere, la domenica. Che non ci sia anche qui, camuffato dietro un simbolo, un attacco diretto contro il cuore della liturgia?

Il consumismo profanante, per certi aspetti, sembra proprio comprovare tale tesi: ogni festa pare sia diventata occasione tanto di compere quanto di lauti guadagni. Per non parlare di tutte le manomissioni e gli stravolgimenti che in ambito cattolico stanno riducendo la santa liturgia a qualcosa che la rende più simile a un luogo di incontro sociale o ad un concerto rock, piuttosto che ad un autentico e vivo partecipare al mistero di un Dio che si fa carne, rivelandosi all’uomo e redimendo l’universo intero.

Ancora un’altra osservazione: riportando la memoria ai discorsi dei
presidenti di Iraq e Stati Uniti in occasione della guerra, si ricorderà l’invocazione
reciproca fatta da entrambe le parti a Dio come mandante e protettore delle
truppe. Inutile domandarsi a quale Dio abbiano fatto riferimento i due presidenti, e
i frutti amari di questa guerra sono lungi dall’esser stati già raccolti.

Deve da ciò apparire chiara una cosa: non esiste un nemico chiaramente
identificabile e da combattere, per quanto possa assumere le sembianze di dittatore o di crudele tiranno. Non è questione di andare a cercare errori in un
fantomatico ‘sistema’, o discutere se gli Stati Uniti avessero fatto volentieri a meno
di attaccare il regime iracheno. Lasciamo a certi giornalisti il compito
di riempire le testate dei giornali con le loro chiacchiere. Di contro,
preferiamo constatare come, sia che si parli di destra, sia che si parli
di sinistra, sia che ci si schieri da parte americana o sia che si
sostengano le ragioni irachene, una soltanto sembra la causa profonda di tanto male:
il dilagare di una cultura della morte che non sta risparmiando alcun
popolo, né coscienza alcuna. Cultura il cui virus serpeggia già da sette secoli
per tutto l’occidente, ben dissimulato da maschere di potere sempre nuove
e sempre vecchie.

Sarebbe interessante interrogarsi sul perché proprio i secoli successivi alla rivoluzione francese siano stati i più sanguinari e violenti di tutta la storia, alla faccia di ogni bandiera di progresso e fratellanza; sul perché si siano scelti nomi come ‘Riforma’, ‘Umanesimo’, ‘Rinascimento’, ‘Illuminismo’ o ‘Risorgimento’ che si sono quasi sempre capovolti nel loro contrario. Diciamo ‘quasi’ perché non rientra nelle nostre intenzioni giudicare in modo unilaterale la storia; riconosciamo, al
contrario, la necessità di certi cambiamenti epocali per il cui ultimo significato
ci rimettiamo nelle mani di Colui che sa meglio di qualunque uomo.

Detto ciò, resta ancora da chiedersi quanto efficaci siano le risposte che
si tenta dare al processo descritto, quando non si limitino a mere e sterili
proteste. Il rischio è infatti quello di ostentare proposte che in un modo
o in un altro non fanno che riportare dentro la perversa spirale della
cultura della morte. Ponendo i propri valori su delle basi esclusivamente
sentimentali o, peggio, istintive, quali appaiono i valori propagandati da certi
movimenti di liberazione, di emancipazione, di libertà, in faccia ad ogni senso del
pudore, se ancora esiste, e ad ogni legge di diritto naturale, si pone
la seria possibilità di scambiare il male con il bene e di farne addirittura
una bandiera. Quanti pacifisti marciano per le strade delle nostre città,
gli stessi pronti a favorire ogni legge di promozione dell’aborto o
dell’eutanasia in nome di una presunta libertà dell’essere umano?

Neppure i progressi della genetica sono riusciti a farli desistere dai loro intenti: già nella prima cellula fecondata dell’embrione, cova silenziosa la catena del Dna da cui
dovranno in seguito realizzarsi tutte le potenzialità proprie della creatura.
Una grande donna, di recente proclamata beata, ha dato la propria vita per gli ultimi del mondo. Tra questi ultimi vi erano i milioni di feti che ogni anno vengono trucidati da strutture ospedaliere legalizzate. Peccato che nell’esaltare l’umanità di questa umile serva, i media abbiano omesso l’ammonimento che ella volgeva all’occidente intero: “Se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?
L’aborto è il più grande nemico della pace, perché se una madre può uccidere il figlio, ciò significa che gli esseri umani hanno perso totalmente il rispetto per la vita e più facilmente possono uccidersi a vicenda”.

Ecco perché occorre molta circospezione e vigilanza: facile è cadere nella trappola di fare il gioco dell’avversario.
Non si pensi, alla luce di queste considerazioni che potranno persino apparire inattuali, che si nutre da parte di chi scrive un atteggiamento pessimistico nei confronti del mondo. È vero semmai il contrario. La speranza non è mai venuta meno e tanti sono i segni, per chi voglia davvero cercare e vivere la Verità, che ci fanno presagire l’avvento di grandi avvenimenti, volti a portare a compimento le nozze così attese tra la Sposa pellegrina per il mondo e lo Sposo celeste.

Il sigillo è costituito dalla croce, croce che significa sofferenza, croce che è al contempo gloria luminosa. Per il momento, preferiamo contemplare tale luce in coloro che anticipano le nozze già su questa terra, attraverso la testimonianza delle loro opere e della loro stessa vita: sono i santi, i profeti, i poveri, gli ultimi, i semplici,
i piccoli e i martiri di ogni latitudine e di ogni longitudine, che dissetano in parte la nostra sete di amore e conoscenza, donandoci un modello al quale, con fatica, tentiamo di conformare le nostre sante vite.
Giuseppe Di Mauro