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254 - 29.05.04


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Il disperante bisogno dell'Unione

Daniele Castellani Perelli


Esiste una identitù europea distinta da quella americana? Nell'editoriale del primo numero della rivista "Global FP" ("Europa la terra senza sogni", che su "la Repubblica" Giorgio Ruffolo ha decisamente disapprovato), Ernesto Galli della Loggia ha detto di no. Le terribili immagini della prigione di Abu Ghraib e, pi¦ in generale, la gestione americana del dopoguerra iracheno, suggeriscono invece argomenti buoni per una tesi opposta. Nel frattempo, in questo momento di particolare impopolaritù planetaria degli Stati Uniti, due editoriali apparsi sul Los Angeles Times e sul giornale israeliano Haaretz invocano l'intervento dell'Europa e invitano Washington a prendere ad esempio il soft power dell'Unione.

"Europa œ dove non c'œ la pena di morte", ha scritto il filosofo francese Jean Pierre Faye, e questa œ giù una differenza con gli Stati Uniti. E' pur vero che per poter dire che la societù americana ha un tasso di violenza nettamente superiore a quella europea servirebbero analisi approfondite, e non bastano alcuni dati statistici o i film di Micheal Moore (autore di Bowling for Colombine, un film documentario che esplora la passione degli americani per le armi da fuoco). Epper… le cronache internazionali, non solo quelle italiane, sono concordi nel segnalare la profonda differenza dell'atteggiamento delle truppe europee e di quelle di Bush in Iraq. Da una parte le torture americane nel carcere di Abu Ghraib. Dall'altra la coraggiosa prudenza degli italiani, pi¦ sensibili al dialogo con il mondo musulmano e con le trib¦ locali, e non a caso fortemente impegnati sul fronte umanitario e nella difesa del patrimonio artistico. Il paragone rischia d'essere banalizzante ed ingiusto, sia perch¹ il compito dei 150.000 soldati americani œ ben diverso da quello dei 3.000 italiani, sia perch¹ il loro comportamento dei primi œ figlio non solo della societù americana, ma soprattutto dell'ideologia neocon dell'esecutivo, del disprezzo della legalitù internazionale insito nell'unilateralismo di Bush, dell'aperta ostilitù di Donald Rumsfeld verso i princ–pi della Convenzione di Ginevra. Detto questo, œ difficile negare che la forma mentis, l'atteggiamento di fondo dei due eserciti œ assolutamente opposto, tanto che il New York Times ha fatto notare che nelle prigioni Usa "si registrano abusi fisici e sessuali simili a quelli dell'Iraq", e tutto ci… pu… almeno aiutarci a dire che no, l'Europa œ tutt'altro che la versione infelice degli Stati Uniti.

Il fallimento della strategia di Bush e Rumsfeld œ ormai evidente anche agli occhi dell'opinione pubblica americana. Sullo scorso numero di Caffœ Europa abbiamo documentato la voce della think tank democraticaBrookings Institution. Dopo la pubblicazione delle foto di Abu Ghraib e del dossier della Croce Rossa, la situazione œ precipitata, tanto che alcuni democratici hanno chiesto le dimissioni di Rumsfeld, che sta perdendo sostenitori tra gli stessi repubblicani. Il Washington Post ha segnalato che molti intellettuali conservatori si lamentano sempre pi¦ dell'amministrazione Bush: il teorico neocon Robert Kagan, l'autore di Paradiso e Potere, ha scritto che "solo i pi¦ ciechi devoti del presidente americano non sanno vedere che i rappresentanti dell'amministrazione Bush non hanno idea di cosa fare in Iraq domani, figuriamoci cosa fare tra un mese". Lo stesso quotidiano ha pubblicato una lettera dal titolo "Gli europei non si sbagliavano", in cui viene fatto notare come "gli europei - e il resto del mondo - sono anti-Bush, non antiamericani", ma "se quest'uomo viene rieletto, il resto del mondo concluderù che gli americani appoggiano le politiche di Bush, e la distinzione non reggerù pi¦". Il Washington Times, molto vicino al Pentagono e alla Cia, ha pubblicato una vignetta in cui lo Zio Sam œ nudo nella prigione di Abu Ghraib, con due soldati americani alle spalle, e uno dei due chiede all'altro: "Pensi che lo abbiamo umiliato e degradato a sufficienza?".

Davanti a questa catastrofe diplomatica degli Stati Uniti, sarebbe augurabile che l'Europa si assumesse un ruolo fondamentale. E' un concetto che œ stato espresso anche da due editoriali comparsi sul Los Angeles Times (citato dal sito della "Brookings Institution") e su Haaretz (segnalato dal New York Times). Sul quotidiano californiano Parag Khanna ha scritto che "gli Usa in politica estera potrebbero imparare dal fascino da vecchio mondo dell'Ue": "L'Europa oggi œ una superpotenza a tutti gli effetti - ha scritto Khanna, analista della Brookings - e, ironicamente, sta dimostrando questa potenza compiendo un lavoro migliore degli Stati Uniti nel promuovere quelli che dovrebbero essere gli obiettivi di politica estera degli Usa". "Gli europei hanno evidentemente avuto un effetto pi¦ positivo degli americani in alcune aree", come la Russia, la Turchia, l'Iran, e l'Est europeo. Mentre ad esempio Washington ha offerto alla Turchia miliardi di aiuti, Ankara le ha negato l'accesso alle proprie basi per l'invasione dell'Iraq. Al contrario, per poter accedere all'Unione, la Turchia ha abolito la pena di morte, emanato leggi a difesa della minoranza curda, e fatto pressioni a favore del recente piano di pace cipriota.

Riguardo alla lotta al terrorismo, che tanto sta a cuore all'America, "pi¦ europei parlano lingue mediorientali, che permettono loro di infiltrarsi nei gruppi terroristici e di catturare dozzine di sospetti membri di Al Qaeda". In Africa, gli europei forniscono "ai paesi poveri un'assistenza allo sviluppo tre volte superiore rispetto agli Usa, procurano un numero di peacekeepers dieci volte superiore nelle operazioni Onu ed œ proprio dei ben allenati peacekeepers europei - aggiunge Khanna - che ora gli Usa hanno bisogno per placare l'insurrezione irachena". Tale œ la bontù del progetto dell'Ue che l'Asean (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) e l'Unione africana "hanno cominciato a imitare l'Europa, unendo le proprie risorse per aumentare la propria influenza globale". "L'amministrazione Bush - conclude l'articolo - farebbe bene ad incoraggiare l'approccio indipendente dell'Europa, per raggiungere comuni interessi transatlantici, perch¹ molte societù considerano gli Usa una minaccia alla pace mondiale maggiore di Al Qaeda".

Nell'editoriale con cui ha salutato l'allargamento dell'Ue il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che "Israele ha un interesse speciale in legami pi¦ stretti con questo gigante sempre pi¦ potente", tanto pi¦ che "l'Europa œ il pi¦ importante partner commerciale di Israele", il cui 30% dell'export e il 40% dell'import si sviluppano proprio con l'Ue: "Questo rapporto commerciale œ responsabile della metù della crescita degli export di Israele nel 2003, e negli ultimi anni œ cresciuto pi¦ velocemente degli export verso gli Usa". A proposito del conflitto israelo-palestinese Haaretz ha aggiunto che la nuova Europa ne ha una visione ben sviluppata: "E' membro del Quartetto (Onu, Stati Uniti, Ue e Russia, promotori della road map, ndr), ha lanciato iniziative diplomatiche - incluse alcune sponsorizzate dal primo ministro britannico Tony Blair - e chiede di essere un partner nel realizzare una stabilizzazione realistica della regione". "Israele non ha sempre visto positivamente il coinvolgimento europeo - ha ammesso il quotidiano - e per molti anni ha guardato all'America", ma "appropriate relazioni diplomatiche con l'Ue e i suoi leader devono essere una parte inseparabile di legami pi¦ estesi con questa grande potenza multinazionale".

Ha scritto Giuliano Amato che "se c'œ una vicenda nella quale si tocca con mano il disperante bisogno di un ruolo forte dell'Europa, di una sua voce unica che entri con autorevolezza nel concerto internazionale e vi si faccia portatrice di quella che œ la visione europea, questa œ la vicenda irachena". Una voce unica. Il problema œ che non ha trovato ancora risposta la domanda di Henry Kissinger "Who's Mr Europe?". Mr Europe non possiede ancora un "numero di telefono".









 

 

 

 

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