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253 - 15.05.04


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Alleati in guerra: la profezia che si autoavvera
Daniele Castellani Perelli


Le scelte di politica estera dell’amministrazione Bush incontrano in patria un’opposizione analoga a quella che manifesta l’Europa da più di un anno. E’ un concetto ben noto, ma proprio in questi momenti in cui nella percezione comune la straordinaria impopolarità planetaria della Casa Bianca sembra fungere pericolosamente da sineddoche, nel senso che si tende a confondere la parte (il governo di Bush) per il tutto (la società americana nel suo complesso), è bene approfondirlo, segnalando quelle voci autorevoli che oltre Atlantico si battono per una politica chiaramente altra rispetto a quella di George Bush. Il tema è di grande attualità, se ricordiamo che durante il corteo milanese del 25 aprile alcuni autonomi hanno bruciato l’ennesima bandiera americana, e che soprattutto, a giugno, George Bush verrà in Europa a festeggiare i sessant’anni della Liberazione e dello sbarco in Normandia.

Tra queste voci c’è sicuramente la Brookings Institution, un centro studi liberale e indipendente, vicino alle posizioni dei Democratici. E’ uno dei più antichi think tank di Washington, e si occupa specialmente di economia, politica estera e governance. Vi aderiscono più di 140 ricercatori, finanziati attraverso donazioni. La Brookings nasce nel 1916 e prende il nome da Robert Somers Brookings, uomo d’affari, leader civile e filantropo, mentre oggi il presidente dell’organizzazione è Strobe Talbott, ex vice Segretario di Stato durante i due mandati di Bill Clinton. L’istituzione sta lanciando ultimamente un’altra iniziativa, il “Centro sugli Stati Uniti e l’Europa”, attraverso il quale intende approfondire “l’evoluzione delle relazioni transatlantiche” e “affrontare le serie differenze tra America e Europa”. Il direttore è Philip Gordon, senior fellow del Foreign Policy Studies ed ex direttore degli Affari Europei del National Security Council.

Sul Waghington Post lo stesso Gordon ha partecipato ad un forum con i lettori, in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Allies At War: America, Europe, and the Crisis Over Iraq”. Il volume, scritto a quattro mani con Jeremy Shapiro, racconta “la peggiore crisi nelle relazioni degli Stati Uniti con l’Europa negli ultimi cinquant’anni” e nasce anche dalla volontà di contrapporsi al concetto, che molti lettori del neocon Robert Kagan hanno accettato (sebbene Kagan non abbia detto ciò, secondo Gordon), secondo cui le visioni di “Usa e Europa si sono separate tanto che la loro alleanza non era più possibile, e soprattutto non era più necessaria”. Questa idea ha condotto alla “profezia che si autoavvera: non riusciamo a vincere i cuori e le menti europee perché diamo per scontato dall’inizio che sarebbe impossibile”. Le ragioni che hanno portato a questa pubblicazione sono stati tre: “Mostrare che considerare morta l’Alleanza Atlantica potrebbe diventare una profezia che si autoavvera – scrive Gordon – ; raccontare la storia della diplomazia sull’Iraq nel modo più onesto e accurato possibile; proporre le nostre idee su come salvare questa importante alleanza”.

Gordon spiega che ricondurre a mero antiamericanismo l’opposizione europea alla guerra in Iraq “non è solo sbagliato, ma è anzitutto una deliberata distorsione dei fatti con lo scopo di avere la meglio nella discussione”. Sebbene in Europa sia molto diffuso l’antiamericanismo, “sull’Afghanistan c’era un vasto appoggio europeo alla guerra, sia nell’opinione pubblica sia tra i governi”, ed oggi in quel paese “ci sono tante forze europee – francesi e tedeschi inclusi – quante americane”. Gordon arriva a smontare persino uno dei più diffusi argomenti contrari all’asse franco-tedesco, quello sugli interessi petroliferi di Parigi e Berlino alla base del no alla guerra: “Il fatto è che francesi e tedeschi stavano facendo ben pochi affari con l’Iraq dopo il 2000 (gli Usa importavano molto più petrolio iracheno degli europei), e se avessero voluto essere cinici la cosa migliore da fare sarebbe stata appoggiare la guerra e domandare contratti in cambio”. “Penso che dobbiamo ammettere che le critiche europee non erano completamente sbagliate”, conclude.

Il ritiro delle truppe spagnole deciso da Zapatero da un lato è “un’altra battuta d’arresto alle relazioni transatlantiche”, dall’altro ci ricorda “il prezzo che stiamo pagando per esser andati in guerra senza un ampio sostegno internazionale”. E’ stato un duro colpo per l’amministrazione Bush, che intendeva usare la Spagna di Aznar “come un esempio di come un leader straniero può appoggiare gli Usa in una causa impopolare come l’Iraq, ed essere comunque rieletto”. Per Gordon la decisione di Zapatero non è stata felice, visto che il premier spagnolo “non ha nemmeno atteso di vedere se l’Onu avrebbe giocato un ruolo maggiore in Iraq, che era la condizione per rimanere”, e tuttavia è stata “una legittima scelta democratica”. Come conseguenza negativa, questo ritiro “non farà che incoraggiare quanti vogliono vederci fallire in Iraq”.

L’analisi di Philip Gordon diverge però dalle posizioni franco-tedesche sulle motivazioni che hanno spinto Bush alla guerra: l’America non è ricorsa alle armi per motivi politici o economici, ma come reazione al senso di vulnerabilità successivo all’undici settembre. Il giudizio sul Presidente americano, però, è lo stesso che danno gli “europeisti”, ed analoghe sono le riflessioni su quanto condizioni negativamente le relazioni tra le due superpotenze l’attuale inquilino della Casa Bianca: “Non mi faccio illusioni sul fatto che le relazioni tra Usa ed Europa sarebbero improvvisamente rose e fiori nel caso in cui venisse eletto Kerry (ricordate le discussioni della fine degli anni ’90 sotto Clinton), ma il fatto è che le distanze tra Europa e Bush sono più grandi di quelle tra Europa e Democratici su tutta una serie di temi, ben oltre l’Iraq”. Per Gordon “la lezione, che penso l’amministrazione Bush non sia riuscita a comprendere, è che il potere ed una leadership forte e decisa non bastano da soli a convincere gli alleati. Hai bisogno anche dei loro cuori e delle loro menti”. “Dubito che gli Europei faranno qualcosa in Iraq finchè Bush sarà Presidente – conclude Gordon – o almeno prima delle elezioni”.


 

 

 

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