«Matematici, imparate a divulgare»
di Antonio Lo Campo

La matematica è scienza per soli addetti ai lavori? A colloquio con Piergiorgio Odifreddi cercando di capire le ragioni del boom della scienza dei numeri di questi mesi.
 

OLTRE all'intervento del ricercatore britannico John Barrow, la Fiera del Libro 2002 di Torino, dedicata al "Tempo", ha visto l'intervento di altri ricercatori e studiosi. A discutere di tempo, è intervenuto anche Piergiorgio Odifreddi, torinese, tra i maggiori matematici e divulgatori scientifici in Italia.
Odifreddi, assieme a Claudio Bartocci e Alberto Conte, altri due addetti ai lavori (e con Luciano De Crescenzo in prima fila a "chiosare" sui temi esposti), ha parlato soprattutto di matematica, una scienza definita da alcuni "esoterica", da altri semplicemente "materia terrorizzante" a scuola. Ma vi sono nuove tendenze, quasi una nuova moda legata proprio a questa materia dalla lunga storia e dalle molte tradizioni.
«Da un po' di tempo» - spiega Piergiorgio Odifreddi - «i matematici hanno accettato di affrontare rischi e difficoltà per far comprendere le proprie idee e i propri risultati a un pubblico più vasto. Tutto questo lo stanno facendo con ogni mezzo: dai film come "A beautiful Mind", a romanzi tipo "Zio Petros e la congettura di Goldbach", fino gli articoli e alle conferenze, sempre più numerose sul tema». Però non è semplice divulgare questa materia: non è che ci si arrampica un po' sugli specchi? «I matematici» - ricorda Odifreddi - «forse memori della tradizione da cui deriva il loro nome, sono stati per molto tempo chiusi in un atteggiamento di snobistico disdegno della divulgazione e dei divulgatori, anche a causa della loro inettitudine a tradurre il contenuto esoterico della propria disciplina in slogan comprensibili, come è invece imperativo nell'era dei mezzi di informazione di massa. Non vi sono solo dolo e colpa in tutto questo: la matematica è materia resa difficile dal suo stesso linguaggio simbolico, che si può capire solo conososcendolo, e dall'astrazione dei suoi enti, che si possono percepire solo immaginanndoli».

Quali sono le differenze tra ciò che è indirizzato agli addetti ai lavori e ciò che riguarda un pubblico più vasto?
«Era la suddivisione dell'insegnamento nei due campi che noi ora chiamiamo di ricerca e di divulgazione, che nacque con i greci, i quali invece li definivano esoterico e essoterico, cioé "interno" ed "esterno". Quest'ultimo era rivolto ad un pubblico generico di semplici uditori, mentre il primo ad un pubblico specialistico di veri e propri apprendisti. Pitagora li chimava "acusmatici" e "matematici": parole derivanti da "akoustos" e "mathema", che significano appunto "udito" e "apprendimento"». «D'altra parte» - prosegue il matematico torinese - «la suddivisione dell'insegnamento in due parti, una riservata agli addetti ai lavori, l'altra destinata al grande pubblico, permea l'intera storia della filosofia e determina la fortuna editoriale degli autori. Platone, ad esempio, non mise mai per iscritto le sue dottrine esoteriche, e si limitò a produrre opere divulgative».

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