02  29.5.2002  Ricerca e Storia - Il cammino millenario della scienza e della tecnica
 

 
 




 
 
Giotto agli Scrovegni. Fu vera scienza?
di Alessandra Sorci

Il grande pittore medievale quali conoscenze di ottica e prospettiva possedeva? Scienziato o artigiano? Il recente restauro della cappella di Padova non scioglie il dubbio.
 

È DA POCO più di due mesi che si è concluso il restauro degli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Alla presenza del presidente della Repubblica, il 18 marzo sono tornati a risplendere i magnifici colori che da sette secoli illuminano la volta della chiesa padovana. Il recupero, curato dall'Istituto Centrale centrale del Restauro, è durato soltanto otto mesi ed è consistito, di fatto, in un intervento di manutenzione straordinaria e di pulitura dei dipinti. In realtà, l'operazione di restauro è seguita ad un lungo periodo di studi e monitoraggi sullo stato dell'edificio, sulle condizioni microclimatiche e gli agenti inquinanti della cappella.
La campagna di restauro non ha prodotto il solo risultato di preservare le pitture di Giotto da un inarrestabile deterioramento, ma ha offerto inoltre l'occasione di osservare da vicino i procedimenti di esecuzione adottati dall'artista e dal suo cantiere. Grazie alle indagini multispettrali, sono stati rilevati dati, ancora in corso di elaborazione, che consentiranno di stabilire con precisione le tecniche pittoriche e i materiali usati da Giotto.

Molte linee di fuga, molti punti di fuga

Colori brillanti, fisiognomica dei personaggi e composizione tridimensionale dello spazio: il restauro fornisce nuovi elementi per comprendere quali conoscenze scientifiche fossero in mano a Giotto. Il naturalismo dell'artista è evidente nella descrizione molto realistica del corpo umano, che è chiara attraverso i panneggi delle vesti e nelle espressioni dei volti. Questa attenta osservazione della natura umana si lega a una resa illusionistica dello spazio, che deve presupporre una certa cultura ottica e geometrica da parte di Giotto. Le storie della Cappella "sembrano" in prospettiva. "Sembrano", appunto. In realtà, la visione di Giotto non è esattamente la stessa di quella codificata nel Rinascimento.
Secondo i principi della prospettiva, tutte le perpendicolari al piano pittorico devono convergere in un unico punto di fuga, mentre le parallele devono succedersi l'una dopo l'altra ad intervalli progressivamente e proporzionalmente più ridotti. Queste regole di rappresentazione presuppongono la condizione ideale e, d'altra parte, paradossale di un osservatore, che fissi con un solo occhio immobile il quadro e sia posto ad una distanza data da esso. Se sottoponiamo gli affreschi di Giotto ad una ricostruzione geometrica, potremo facilmente constatare che non sempre e non tutte le linee di fuga concorrono in un solo punto, ma tendono a incontrarsi in più punti distinti, talvolta allineabili su un unico asse. Comunque, è probabile che Giotto abbia avuto almeno un'infarinatura di scienza ottica.

Sappiamo infatti che, prima di raggiungere Padova, Giotto fu impegnato, probabilmente dal 1296, nell'esecuzione degli affreschi per la basilica superiore di San Francesco ad Assisi. È possibile che il pittore abbia avuto notizia dai suoi committenti francescani delle nozioni fondamentali di perspectiva, così da metterle a frutto nelle sue opere. Tale ipotesi non può essere documentata con certezza, ma è l'unica plausibile, visto che il pittore dimostra di padroneggiare i principi essenziali di questa scienza, pur non conoscendo il latino e quindi non avendo la possibilità di leggere direttamente i trattati scientifici.
Rimane tuttora una questione insolubile stabilire se le conoscenze ottiche di Giotto derivino dai rapporti con i suoi dotti committenti francescani, o siano piuttosto il risultato di una professionalità tecnica profonda. E' certo, tuttavia, che gli affreschi di Assisi, così come quelli padovani mostrino una resa dello spazio meditata e tutt'altro che casuale.

Il dubbio rimane

Delle esperienze maturate nel cantiere di Assisi, Giotto fa sicuramente tesoro a Padova nel ciclo di affreschi, commissionato da Enrico Scrovegni per la cappella privata del suo palazzo e compiuto molto probabilmente tra il 1303 e il 1305. La piccola cappella a navata unica viene decorata da una serie di 39 storie, che narrano le vite della Madonna e di Cristo e culminano nella parete della controfacciata con la monumentale scena del Giudizio universale. Giotto inquadra ogni singola vicenda entro un'illusoria cornice architettonica, così da sopperire alla nudità reale delle pareti. Gli spazi, che ospitano i protagonisti delle vicende narrate, variano da brulli e montagnosi paesaggi naturali a più articolati fondali architettonici. Sono proprio queste architetture a mostrare con maggiore evidenza la maestria illusionistica e la competenza ottica di Giotto. Il teatro dell'Annuncio dell'Angelo a Sant'Anna è un edificio a forma di prisma, al quale è stato tolto il muro anteriore per far vedere la scena che si svolge all'interno. La profondità della stanza è costruita in maniera sapiente, orientando le travi del soffitto verso il basso e gli spigoli del cassone rosso verso l'altro. Lo stesso procedimento viene ripetuto nelle Nozze di Cana: le ringhiere laterali della balaustra, che corona la scena, si inclinano verso il basso, mentre salgono in alto i fianchi del tavolo, intorno al quale siedono i commensali, e del tavolino in primo piano, sul quale poggiano le caraffe di vino.

Questi espedienti pittorici possono essere considerati il risultato di un'attenta trascrizione dell'esperienza visiva, ma possono anche essere interpretati come un'esemplificazione grafica di alcuni teoremi di scienza della visione. Nell'Ottica di Euclide e poi nei trattati medievali di perspectiva è regola generale, infatti, che le superfici e le linee poste al di sopra dell'occhio appaiano abbassarsi nella profondità, quelle poste al di sotto dell'occhio sembrino salire e infine quelle a destra dell'occhio sembrino deviare verso sinistra e viceversa quelle di sinistra tendere verso destra.

Non è possibile sostenere con certezza che Giotto riprenda queste norme dalle opere latine di ottica, tanto più che precetti del tutto simili sono espsoti, alla fine del secolo, nel Libro dell'arte, un modesto ricettario di mestiere scritto dal pittore Cennino Cennini. È, tuttavia, grazie alle ricerche ottiche avviate da Giotto, che sarà possibile giungere alla formulazione rinascimentale della prospettiva.


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