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| 02 29.5.2002 | Ricerca e Storia - Il cammino millenario della scienza e della tecnica | |
NELL'ANTICHITA', la visione era essenzialmente oggetto di studio dei filosofi, che si occupavano delle cause fisiche e del valore di verità o falsità dei giudizi ottici. Fu, poi, il matematico Euclide a formulare una teoria geometrica della visione e ad introdurre il modello esplicativo del "cono visivo". Secondo Euclide, il fenomeno della visione può essere spiegato mediante un cono di raggi, avente il vertice nell'occhio e la base sull'oggetto osservato. Lo schema del cono o piramide visiva rimarrà valido per tutto il Medioevo e ancora in età moderna. A partire dal IX secolo, la scienza ottica conosce un rinnovato sviluppo nel mondo arabo, in particolar modo grazie ai contributi di due filosofi e scienziati, Al-Kindi e Alhazen. Quest'ultimo pensa che l'occhio recepisca passivamente l'azione della luce e del colore e che la piramide sia solo una costruzione geometrica, utile per spiegare come vediamo. Inoltre, sulla scorta dell'insegnamento di Aristotele, sostiene che l'occhio percepisca soltanto luce e colore, mentre le valutazioni sulla grandezza, la lontananza, la forma degli oggetti osservati siano il frutto di un giudizio razionale più complesso. L'ottica araba riesce, così, a combinare in un'articolata teoria tre tradizioni scientifiche fino ad allora separate: le dottrine fisiche riguardanti la propagazione della luce, le nozioni mediche su anatomia e fisiologia dell'occhio e infine la spiegazione matematica del processo visivo.Quando, nel XIII secolo, divengono finalmente disponibili le traduzioni dei trattati di ottica greci e arabi, anche i filosofi latini cominciano a dedicare una crescente attenzione a questa scienza. La chiamavano semplicemente perspectiva oppure perspectiva communis o naturalis. Dalla seconda metà del XIII secolo proliferano le opere latine, che riassumono o rielaborano in maniera originale le dottrine greche e arabe. Già i pensatori cristiani delle origini e, primo fra tutti, Sant'Agostino erano stati attratti dalla natura e dal comportamento della luce. La capacità della luce di propagarsi ovunque con velocità quasi istantanea era stata, infatti, paragonata alla potenza della grazia divina, che illumina lo spirito umano. Non sorprende, dunque, che i filosofi cristiani del XIII secolo abbiano accolto con favore studi scientifici su questi argomenti. È soprattutto nell'ordine francescano, tradizionalmente ispirato alla filosofia agostiniana, che questa scienza riscuote maggiore successo. Naturalmente, ciò non significa che solo i francescani si siano dedicati alla perspectiva, come ad esempio dimostra il ponderoso trattato di ottica composto tra il 1270 e il 1278 da Witelo, un domenicano polacco attivo alla corte papale di Viterbo. D'altra parte è innegabile che, almeno fino al XIV secolo, siano stati proprio i francescani a produrre il maggior numero di trattati sull'argomento. Il merito di aver introdotto lo studio dell'ottica nell'Occidente latino spetta certamente a Roberto Grossatesta (1168-1253), che non è un francescano, ma è vicino a questo ambiente. Grossatesta compone sei scritti di argomento ottico, che spaziano dalla speculazione metafisica sulla luce all'indagine naturalistica sulla figura dell'arcobaleno. I trattati di Grossatesta influenzeranno in modo decisivo le ricerche successive e in primo luogo quelle di Ruggero Bacone (1214-1294). Bacone, che diversamente da Grossatesta apparteine all'ordine dei frati minori, dedica una parte consistente del suo Opus majus al tema dell'ottica e il De speculis comburentibus alla riflessione della luce su diversi tipi di specchi. Infine si deve ricordare il francescano Giovanni Pecham (1230-1292), che compone la Perspectiva communis, un agile compendio della scienza ottica, destinato ad avere grande fortuna nel Medioevo. Vi e' piaciuto questo articolo? Avete dei commenti da fare? Scriveteci |
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