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320 - 02.05.07


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Il coraggio di smontare
l'alibi europeo

Giancarlo Bosetti


Si sapeva da un pezzo che la questione europea (il Pse di cui fanno parte i Ds, il Pde di cui fa parte la Margherita, con Rutelli copresidente insieme a Bayrou) non era un ostacolo alla nascita del Partito democratico. Le soluzioni organizzative possibili e congrue, che non violentano storia e identità di alcuno, sono molte e si troveranno. Ma era chiaro – ed era anche stato detto nei dialoghi che abbiamo tenuto anche su queste pagine con Rutelli, Amato, Fassino– che i non possumus che inalberavano insegne europee, quasi che fossero la prova di un’eterna incompatibilità, erano il paravento di resistenze politiche.

Quello europeo era un alibi, sia pure ricco di giustificazioni psicologiche e di ragionamenti non proprio campati per aria. Ma sempre un alibi. E c’è da rammaricarsi che sulla scacchiera dei preliminari sia stato utilizzato così a lungo anche da chi alla fine si è deciso a dare il via al Partito democratico. Ha fatto bene D’Alema a introdurre una nota “autocritica”. Se ci sono dubbi, questi riguardano il ritardo non la fretta con cui si è proceduto in questi anni. Troppo si è tergiversato dunque sulla questione europea. E ancora adesso si rischia di creare qualche equivoco. Prodi, Rutelli e Marini non dovranno diventare socialisti così come Fassino e compagni non dovranno chiedere la tessera a Bayrou. Quella che si costruirà è un’alleanza.

Il Partito socialista sul piano europeo non riesce a raggiungere la maggioranza, mentre il gruppo liberal-progressista rappresenta una novità interessante e di peso crescente, un potenziale alleato capace di spingere verso un rinnovamento degli schieramenti europei. Le stesse elezioni presidenziali francesi, nelle quali corrono al primo turno due candidati – Royal e Bayrou – che dividono, in proiezione italiana, Ds e Margherita, potrebbero offrire al secondo turno una prova di quel genere di alleanze tra riformisti socialisti, liberali, laici e cattolici di cui molto si parla per il futuro prossimo Pd italiano.

Le resistenze che hanno messo in questi anni il vestito della “obiezione europea” erano in realtà resistenze di un’identità protettiva – e peraltro del tutto legittima – da parte di settori della sinistra che hanno voluto impiegare le proprie “radici socialiste” per difendersi nel vecchio guscio più che per innovare. È probabile che questa resistenza trovi corrispondenza in una quota del corpo elettorale e che fornisca una certa rendita per qualche tempo. Ma tanto più è da apprezzare il coraggio di chi ha deciso, come Fassino e Rutelli, contro le opposizioni rispettive.

L’operazione non è senza rischi nel centrosinistra italiano e in un sistema politico che tradizionalmente premia i conservatori. È da notare che le molte scissioni accumulate negli anni passati hanno continuato a fornire seggi in Parlamento e sopravvivenza a gruppi, che dal punto di vista del bipolarismo, non avrebbero ragione d’essere. Si tratta di persistenze del proporzionalismo. Il che ci deve ricordare che il futuro del Partito democratico dipenderà anche dal sistema elettorale con cui si voterà alle prossime elezioni politiche.
La natura difensiva delle trincee socialiste è oltremodo evidente sia nella posizione dello Sdi che nelle posizioni della frazione che seguirà Fabio Mussi: la strada vecchia è più sicura, quella nuova più rischiosa.

Questa considerazione è fondata e mi fa apprezzare il coraggio di chi affronta l’impresa più promettente e ambiziosa. Senza nulla togliere alla qualità umana di chi rimane sul vecchio tracciato, è indispensabile ricordare che gli scommettitori sul vecchio hanno registrato in passato trionfi spropositati. Non è vero che innovare coi leader ripaghi sempre l’investimento. Niente affatto. Basti ricordare che hanno ancora un ruolo di rilievo nella sinistra italiana personalità come Armando Cossutta, che hanno coerentemente investito le loro energie nel resistere alle innovazioni e agli “strappi” da Mosca di Berlinguer e più tardi contro lo scioglimento del Pci, mentre Achille Occhetto, che fece lo strappo più violento e decisivo, con lo scioglimento del Pci, è quasi uscito di scena. Dimenticato da Fassino nel giorno della relazione, è stato ringraziato il giorno dopo da Veltroni.

Nella storia della sinistra italiana chi si è abbarbicato all’identità e alle radici è spesso riuscito ad avere la meglio, sempre imponendo rinvii all’ala riformista. E le radici sono sempre state impugnate dalle correnti più radicali, fin dai tempi di Ingrao. Il risultato è un ritardo che si trascina nei decenni.
Ma la novità dei congressi dei Ds e della Margherita è che entrambi i gruppi dirigenti, nel linguaggio, nella scelta dei temi, delle immagini, degli slogan, hanno finalmente deciso di puntare sul futuro, sull’“alfabeto del nuovo secolo”, sulla necessità di dialogare e di “condividere” più che di dividere per distinguersi. E questo vale sia per la futura collocazione europea sia per i temi dell’etica, della famiglia, del rapporto tra “laici credenti e laici non credenti”, per usare la formula di Rutelli.

Ora la prova si sposta di fatto sul terreno della natura e delle regole della costituente del Pd, che andrà a congresso nella primavera dell’anno prossimo, sulla scelta della leadership attraverso un voto individuale e segreto. E non possiamo non registrare con soddisfazione che Fassino abbia accolto l’idea, propugnata da questa rivista sull’esempio dell’esperimento condotto ad Atene dal Pasok e da Andreas Papandreu, di impiego della “democrazia deliberativa”, e cioè dei sondaggi “informati” per la scelta dei candidati del futuro Partito democratico.

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