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315 - 16.02.07


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La tragedia e
l’opportunismo politico

Forum con Furio Colombo,
Giovanni De Luna e Marcello Flores


Da un dossier pubblicato su Reset numero 95, maggio giugno 2006, pubblichiamo questo forum sul tema del negazionismo. Allora la discussione prendeva spunto dal caso delle vignette danesi e da una provocazione lanciata dall’intellettuale egiziano Sayed Yassin sul reato di negazionismopunito con il carcere in alcuni paesi europei.


Reset: Abbiamo sullo sfondo un argomento molto difficile da trattare: la visione dell’Olocausto nel mondo arabo, un tema storico da analizzare tuttavia all’interno dello scenario dei conflitti attuali. Non è un tema che riguardi solo alcuni studiosi o portatori di posizioni estremiste o radicali, che hanno l’espressione più forsennata nel presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Queste posizioni estremiste cercano di agganciare una visione più comune e diffusa in forme più moderate nel mondo musulmano. Il tema è quello posto da una domanda dell’intellettuale egiziano Sayed Yassin, che critica la sensibilità per il tema della libertà di espressione del mondo occidentale a proposito delle vignette anti-islamiche di Copenaghen. E invece trova contraddittoria con questa sensibilità la legislazione che ha mandato in carcere lo storico David Irving.

Colombo: Non conosco un solo nome di prestigio, di credibilità e di livello nel mondo intellettuale liberale – liberal e democratico – che abbia sostenuto il diritto e il privilegio di quella stampa danese a pubblicare tali vignette. Quindi il discorso dei due pesi e delle due misure, del fatto che si proibisce agli islamici di dire cose che invece gli occidentali possono dire, cade già all’inizio. Vorrei poi ricordare che il giornale danese che le ha pubblicate è già noto per aver pubblicato ripetutamente parecchie vignette antisemite. Si tratta di un giornale di destra e, probabilmente, di una destra che nell’Italia berlusconiana andrebbe subito al governo, ma che in Europa non ci va, neanche quando un governo è di destra. Stiamo quindi parlando di un brutto fenomeno che ha provocato brutte conseguenze, ma che non rappresenta la cultura, l’abitudine, la prassi, l’accettazione, la soglia di tolleranza di quello che noi chiamiamo Occidente e, comunque, delle democrazie dei paesi industriali.

Reset: Tuttavia queste posizioni sono circolate. Prendiamo Adriano Sofri, per esempio. E sono state comunque percepite nel mondo arabo come molto diffuse da noi.

Colombo: Di Sofri ho visto che a differenza del suo modo di operare tradizionale, per cui è pensoso e ri-pensoso, non è mai più tornato sul primo guizzo di posizione. Mai più. Devo dunque dedurre che si tratti di un giudizio azzardato e sospeso. Per il resto, ripeto, non conosco episodio rispettabile in questo senso. Credo che le cose più stroncanti le abbia dette Umberto Eco, con la sua conoscenza della Danimarca in cui ha anche insegnato. Certo, siamo pieni di junk press, che è arrivata nel mondo islamico ed è stata raccolta dalle frange estreme che l’hanno prontamente utilizzata. Si tratta di dialoghi tra fascisti, dialoghi tra estreme destre di una parte e dell’altra. Questo è quello che è avvenuto. Il giornale delle famose vignette anti-islamiche era di tipo parafascista. Quindi questo giornale si è comportato perfettamente in linea con le sue posizioni. Come accadrebbe anche da noi se esistesse una cultura della Lega: la Lega avrebbe un giornale un po’ più rispettabile e internazionale de “La Padania”, su cui comparirebbero vignette di quel genere. Ma noi certo non le difenderemmo.

Reset: Cosa significa associare Stato di Israele e Shoah?

Colombo: L’aggancio immediato e automatico della Shoah all’esistenza dello Stato d’Israele è un evento molto recente. Nient’affatto all’origine. Ero nella guerra dei Sei giorni ed ero presente in ciascun fronte. Tanto da sapere che si è trattato di una guerra di attacco. E non di una guerra preventiva di Israele, come ci dicono tutte le propagande accettate anche dalle sinistre in Europa e particolarmente in Italia. Ho visto nelle scuole egiziane, siriane e giordane che ho potuto visitare, grandi lavagne con disegni ed illustrazioni che mostravano il progetto di buttare gli ebrei in mare. Quindi non si sta parlando di Shoah, ma di quello che viene interpretato come una guerra di liberazione. E in quel momento gli israeliani rivendicano il loro diritto di esistere in nome della consacrazione che hanno ricevuto dalle Nazioni Unite, ma anche dalla tradizione sionista.
Vorrei poi ricordare la resistenza cattolica al riconoscimento d’Israele. È stata una resistenza durata decenni, nella quale si è continuamente affermato che Israele non avrebbe garantito l’indipendenza degli insediamenti cattolici o degli insediamenti cristiani. Sono gli anni nei quali si teorizza l’esistenza delle Nazioni Unite come governo ebraico mondiale. Sono gli anni delle milizie armate cristiane che fanno capo a due grandi organizzazioni semiclandestine americane: Order e Christian Identity alle quali la giustizia americana fa risalire l’esplosione di Oklahoma City e i 168 morti nel palazzo federale di Oklahoma. A questo fenomeno l’Europa ha risposto con un risorgere dei fascismi, di cui siamo testimoni noi stessi in Italia, anche se finte asfaltature d’improvvisata politica estera hanno fatto apparentemente sparire certe tracce.

Reset: Parlare di questa destra fascista e antisemita europea e americana potrebbe essere utile per ristabilire delle proporzioni nella visione che gli arabi hanno del mondo occidentale?

Colombo: Credo che sia importante ricordarla. In particolare bisogna dire che quella europea è rimasta ai margini. E soltanto Berlusconi si affrettava a portarla al centro con un’operazione che per fortuna non gli è riuscita. Ma da storico sarebbe quasi da rimpiangere, perché non si è potuto vedere tutto l’orrore e tutto l’errore che avrebbe potuto portare, approfittando anche di una stampa compiacente, sempre piegata. Dove sarebbe andata a finire la possibilità d’espressione una volta arrivati al governo questi personaggi? Resta comunque il fatto che, con voti non indifferenti, Le Pen ha sostenuto in Francia la stessa irrilevanza della Shoah. Il giornale danese delle vignette anti-islamiche, poi, è un giornale di costante attacco al sionismo e di costante svilimento della Shoah.

Reset: Cosa ne pensa De Luna?

De Luna: Sono tre i punti su cui vorrei fare delle osservazioni. Innanzitutto trovo del tutto incongruo il confronto tra la libertà che s’invoca per le vignette e i provvedimenti contro il negazionismo. Perché sono due fenomeni inconfrontabili: le vignette appartengono decisamente a una dimensione di storia del costume, mentre invece il negazionismo e la Shoah appartengono alla nostra storia e alla riflessione sui fondamenti della nostra civiltà occidentale. Quella contraddizione che viene colta è una contraddizione i cui termini non sono confrontabili. Devo dire che sulle vignette io ho un atteggiamento che non mette in campo le mie categorie di analisi, che non mi sollecita a mettere in campo i miei percorsi disciplinari, quello che riguarda il mio abito di storico. Mi ci confronto sulla base del mio gusto personale e della mia sensibilità. Ogni volta che una vignetta di Forattini sfiorava l’antisemitismo sulla “Stampa” io avevo un sussulto di sdegno e però lo metabolizzavo all’interno di un percorso individuale, di un percorso che apparteneva a me come cittadino e alla mia sensibilità. Ma per quanto riguarda noi, per quanto riguarda la nostra storia, la nostra identità non possiamo avvicinarci a quelle vignette con lo stesso atteggiamento di grande circospezione e di grande tensione intellettuale che abbiamo invece nei confronti dell’altro nodo, perché il nodo del negazionismo è quello che ci mette in campo noi, noi occidentali, direttamente, perché lì si gioca una partita più nostra che non è dei paesi arabi, dell’Iran, ma è una questione nostra.

Reset: Ci può spiegare il senso di questa differenza tra vignette e condanna per legge del negazionismo?

De Luna: La Shoah nasce qui, nasce nel cuore dell’Europa industrializzata, nel cuore di una società capitalistica sviluppata, nel cuore di una cultura come quella europea e occidentale e ha tutte le sue ragioni, tutta la sua esplicitazione sul piano della sua realizzazione storica qui, in Europa. Questa è una delle contraddizioni che più sgomenta e che fa emergere con chiarezza la strumentalizzazione delle posizioni iraniane. Cioè una pseudoguerra tra civiltà all’interno della quale la civiltà occidentale mette in campo le ragioni di una sua legittimazione proprio sul piano delle ragioni ultime della civiltà; e una delle contraddizione più profonde è che questa civiltà che si presuppone migliore dell’altra ha partorito la Shoah, ha dentro questo buco nero novecentesco che nessuna altra civiltà può vantare. Il fatto che in Iran venga negato, disconosciuto l’Olocausto in qualche modo sembra riabilitare questa civiltà occidentale con cui loro si sentono in contraddizione e in confronto. È un’operazione talmente contraddittoria rispetto alle loro stesse ragioni che dimostra tutta la strumentalità che è legata al trovare dei processi per negare la legittimità della la civiltà d’Israele. Diverso sarebbe se loro invocassero come ragione di delegittimazione l’eredità del mondo coloniale.

Reset: Infatti Yassin dice: “Noi arabi non abbiamo alcun dubbio che sia avvenuto”. È quel forsennato di Ahmadinejad che con quel “se” attribuisce credito all’ipotesi negazionista.

De Luna: Da quel punto di vista, sulle cose che dice Colombo, terrei conto che le posizioni iraniane riguardano uno Stato, che in qualche modo ha bisogno di inventarsi una tradizione, ha bisogno di avvicinarsi alla storia, come una sorta di supermarket a cui attingere le risorse da spendere nella politica immediata. Quindi da questo punto da vista siamo nel pieno dell’uso pubblico della storia rispetto alle posizioni iraniane. E con quella contraddizione che dicevo: negare l’Olocausto vuol dire in qualche modo riabilitare quella società occidentale che in altre circostanze viene descritta come il regno di Satana. Tornando al negazionismo, invece, che è la questione che mi interessa di più, vorrei che anche su questo fosse chiaro che l’arresto di Irving non avviene sulla base delle sue posizioni storiografiche. Irving ha messo a punto dei passaggi che l’hanno fatto traslocare progressivamente dall’ambito della ricerca storica a una posizione individuale, personale fino a una posizione pubblica e squisitamente politica. È un passaggio che non si può ricostruire molto nitidamente rispetto, per esempio, alle fonti che ha utilizzato. Egli deve gran parte del credito di cui gode nella comunità degli storici al fatto di aver potuto accedere a fonti documentarie e testimoniali che appartenevano alla cerchia dei più stretti collaboratori di Hitler. Eredi di gerarchi nazisti gli hanno fatto vedere documenti che altri non avevano mai visto. Oltre ad una forza di fiuto per il documento che lo ha portato sulle tracce di una documentazione sui bombardamenti di Dresda, che gli ha fatto produrre documenti storiografici dignitosi.

Reset: Fu l’unico a capire che il falsi diari di Hitler erano, appunto, falsi mentre altri storici erano caduti nell’errore.

De Luna: Certo. Ma il passaggio successivo è stato proprio quello: nel rapporto con le sue fonti (gli eredi dei gerarchi nazisti, etc.) Irving è andato al di là dell’empatia che il suo ritorno di storico stabilisce come relazione conoscitiva con le sue fonti. E ne ha fatto una sorta di titolo inedito, si è vantato pubblicamente di essere diventato il custode della memoria degli eredi dei gerarchi.

Reset: Ma una cosa è fare lo storico un’altra è fare politica.

De Luna: È bene puntualizzare come è avvenuto il suo arresto in Austria: è andato in Austria sapendo che c’era su di lui un mandato di arresto, spiccato sulla base della legge che noi conosciamo bene. Quando gli è stato detto: “Ma se vai, ti arrestano”, ha risposto: “Ma figurarsi, questi governi sono imbelli, non ne sono capaci”. È andato lui stesso a cercare una prova di forza. E gli austriaci lo hanno arrestato applicando la legge. A questo punto l’altro interrogativo da porsi è: queste leggi hanno una loro ragione d’essere? È possibile negare per legge la possibilità di una percorso di mistificazione storica? Questo è un punto che, vista la mia professione, mi riguarda molto da vicino. Sono molto diffidente rispetto all’intrusione dell’istituzione, soprattutto sul piano legislativo nei confronti della ricerca storica. Anche perché si aprono contraddizioni spaventose. Pensiamo al dibattito sulla legge che rivalutava il colonialismo francese: è un esempio dei grovigli interpretativi, storiografici, politici e morali nei quali, quando si legifera in materia storica, si può rimanere impigliati. Nel caso del negazionismo, il problema è che queste leggi – la legge austriaca è del ’46 – le abbiamo nella nostra Costituzione, precisamente nella disposizione che vieta la ricostituzione del partito fascista.

Reset: E infatti in un articolo di Marcello Flores pubblicato su questo stesso dossier, Marcello Flores fa un’analogia tra la legislazione austriaca e francese e le norme transitorie della Costituzione italiana.

De Luna: Ma da dove nascono queste norme? Guarda caso, sia l’Italia che l’Austria avevano la perfetta consapevolezza che in quegli anni, ’45 e ’46, avessero partorito i “mostri”. Consapevolezza di aver avuto in casa i germi che hanno provocato l’infezione; di aver avuto in casa i meccanismi che hanno prodotto la nascita del fascismo, l’adesione alla Germania hitleriana e così via. Durante un dibattito televisivo, un esponente di Alleanza Nazionale ha detto a questo proposito: “È come chiudere le stalle dopo che sono scappati i buoi”. Non è così. Quei paesi, nel ’45/’46, erano animati da un profondo spirito all’insegna del “mai più quest’esperienza”, con la consapevolezza che quest’esperienza non era stata una parentesi che si potesse chiudere per ricominciare tutto come prima. Quindi purtroppo ci voleva un antidoto: la democrazia non poteva essere una democrazia normale, ma doveva essere una democrazia rafforzata, tutelata con delle norme giuridiche che individuassero quel rischio e lo rendessero palese. Quelle norme perciò nascono lì, da quella congiuntura storica. Non sfidano le
leggi del garantismo e via dicendo. Con le norme contro il negazionismo si va a toccare le ragioni ultime della nostra società. La consapevolezza che ciò che è successo, è successo qui, nel cuore del nostro continente ed anche la spiegazione del groviglio che tra memoria, storia e ricerca si è stabilito.

Reset: Una consapevolezza che rischia di scomparire?

De Luna: Credo che oggi si stia delineando un conflitto tra memorie. E la memoria di per sé si nutre di identità, di appartenenza, di territorialità anche virtuale. Gronda di passioni, di rancori, di conti da regolare. Quello che è assente, quello di cui si continua a sentire il bisogno è la storia. Ci vorrebbe meno memoria e più storia. La storia, nelle difficoltà che implica la ricerca, nel confronto con le interpretazioni, nel confronto coi documenti, nell’obbligo di dare le prove delle argomentazioni che si sostengono, di confrontare con gli archivi e con le testimonianze le proprie posizioni, è di per sé una scuola di educazione alla tolleranza ed alla cittadinanza. È una risorsa di cui non si può fare a meno. Credo che, finché questo dibattito così intricato ed infuocato viene affidato semplicemente alla memoria, tutti corrano dei rischi.

Reset: Molto chiaro. Torniamo al fatto che su questi argomenti possiamo produrre idee, materiali, iniziative capaci di ridurre la distanza e migliorare la comprensione tra persone, visto che non c’è un conflitto in corso tra mondo arabo, mondo egiziano e cultura europea in questo momento, anche se le tensioni che riguardano Israele attraversano tutta la riflessione mondiale sulle relazioni internazionali. Non ci sono conflitti in corso, eppure questi sono discorsi estremamente difficili perché circondati da tabù da entrambi le parti. Guardando alla prospettiva di un miglioramento della comprensione possibile, riportando questi argomenti al mondo arabo, a quelli come Yassin e avendo le loro reazioni, ascoltando qualche voce americana, possiamo forse fare qualche passo in avanti. Marcello Flores, forse la sua posizione, espressa nell’articolo che ha pubblicato in queste stesse pagine, è più vicina a quella di De Luna che a quella di Colombo. Vuole intervenire?

Flores: Credo sia incongruo mettere sullo stesso piano la questione delle vignette e quella del negazionismo. Tuttavia questo mi sembra sia un modo di prende re poco sul serio la richiesta fatta dall’intellettuale egiziano: quella di confrontarsi con una questione che a noi appare non incongrua e non contraddittoria. Ma appare tale agli altri. Allora, visto che viviamo in un’epoca di globalizzazione in cui il conflitto delle memorie e delle identità è così rilevante nell’impedire una situazione di tolleranza e di dialogo necessaria, si tratta di vedere come gli altri si pongono rispetto a questioni che a noi sembrano ovvie, solo perché storicamente radicate, laddove non sono ovvie per gli altri. E questo lo dico soprattutto perché stiamo parlando di cose estreme. Colombo parla di una posizione estrema del giornale danese che ha pubblicato le vignette. Certamente essa è tale. Ma è anche vero che sulla base di quell’estremismo, è poi possibile – facciamo l’esempio dell’Italia – a persone che non sono estremiste come Calderoli, ma che tendono a esserlo sempre più – penso a Pera e alla Fondazione Magna Carta – di utilizzare quel conflitto per riproporre il bisogno di radici cristiane come unica identità occidentale. Allo stesso modo il problema riguarda solo il negazionismo dell’Olocausto, in cui le cose che hanno detto entrambi mi trovano perfettamente d’accordo. Hanno fatto una disamina molto approfondita. Però quel tipo di posizioni estremamente minoritarie vanno messe all’interno di una situazione che vede da diversi anni, per esempio, e Colombo lo sa meglio di me, in Germania, negli Stati Uniti e anche da noi, un discorso in cui si dice che c’è un’eccessiva strumentalizzazione dell’Olocausto. Lo vedo anche come insegnante: i giovani che nascono in un mondo del tutto “post” tutte queste cose, si domandano quando parliamo di genocidi: “Ma perché insistere soprattutto sull’Olocausto?”.
C’è un sentimento diffuso, in cui ci si interroga, per carenza di informazioni, sul perché dobbiamo guardare a quel momento particolare della storia occidentale che è stato la Shoah. Tale interrogativo oltre a necessitare di una risposta più ampia e articolata sul piano didattico, divulgativo, mediatico, della ricerca, etc., rischia di saldarsi con quelle posizioni più estreme: allora è questo quadro che dobbiamo avere di fronte per rispondere, non con un moto di chiusura alle posizioni estreme con cui ovviamente non c’è dialogo, ma per cercare di andare oltre e di capire che cosa può significare la creazione di un sentimento diffuso e di una coscienza diffusa che può poi appoggiare o favorire questo conflitto di memorie. Il fatto, per esempio, che la gran parte delle università ha una posizione tendenzialmente più palestinese, questo ha una ricaduta di lettura anche della storia, che quando non è fatta con tutti i crismi, tutte le complessità, rischia poi di facilitare l’inserimento di Israele fin dal nascita nel blocco Occidente voluto dagli interessi di quest’ultimo, quasi una sorta di prolungamento del colonialismo: ma le cose sono nel complesso a volta addirittura opposte. Occorre un atteggiamento di attenzione ai nuovi pregiudizi che nascono, e che i vecchi pregiudizi e addirittura le vecchie posizioni negazioniste possono rischiare di favorire se non li affrontiamo apertamente. Sono molto d’accordo a pensare a cosa fare per rispondere in positivo a questa provocazione dell’amico egiziano.

Reset: Quali sono i passi che possiamo fare, non solo per contrastare il negazionismo o l’estremismo di uno Stato di un presidente come quello iraniano ma per concedere a chi come Yassin dice: “Va bene, voi occidentali avete un nervo scoperto su questo fatto storico su cui le persone serie non hanno alcun dubbio, ma esso influenza e condiziona una vostra parzialità, un vostro partito preso nel conflitto mediorientale”. Che cosa possiamo fare per diminuire il sospetto di una posizione pregiudizialmente anti-araba nel mondo europeo?

Colombo: Io credo che i due punti fondamentali che dovremmo assumere nei confronti della cultura araba sono: uno, il delitto è nostro; due, l’assetto del Medio Oriente è vostro. In altre parole: non c’è dubbio che il delitto della Shoah non è loro. È nostro. Ed è questa la ragione per cui si può rispondere alla domanda “Perché insistere tanto su quel momento?”. Questo vale per la Germania, ma anche per la Francia di Vichy e l’Italia, senza cui la Shoah non sarebbe avvenuta. Nel momento in cui l’Occidente riconosce il proprio delitto e se lo assume e lo fa diventare propria memoria, ma anche propria pedagogia, riconosce anche il fatto che possa accadere di nuovo e riconosce che accade attraverso la viltà ed il conformismo. Si garantiscono così dei processi pedagogici che hanno un’importanza immensa per ogni altro arrivo di fascismo sulla faccia della terra e si mette nelle condizioni di dialogare alla pari con coloro che ci dicono “Avete creato un delitto e poi ce lo esportate”.
E lì c’è il secondo aspetto: se noi abbiamo il dovere di assumerci il delitto, la memoria del delitto e la pedagogia del delitto, loro hanno il dovere di assumersi l’assetto del Medio Oriente. Mi riferisco a quello che è avvenuto negli ultimi decenni, che è tutto artificiale. Lo Stato egiziano di tipo nassiriano o post-nassiriano, dal quale ci sta parlando Yassin, è nato dopo lo Stato d’Israele. Prima era un protettorato inglese. Degli stessi inglesi che rigettavano in mare gli ebrei profughi scampati che riuscivano ad arrivare in vista delle coste palestinesi. Più in generale, l’assetto del Medio Oriente così come lo conosciamo (la Siria, la Giordania, l’Iraq, l’Egitto, il Libano) con la complicità e la partecipazione del Vaticano come potenza mondiale, è tutto un prodotto artificiale e coloniale. Di conseguenza Yassin deve accettare che noi siamo gli autori della Shoah, ma loro devono riconoscere di essere tutti il prodotto di un mondo coloniale deciso dagli occupanti inglesi e francesi. Tutti, frutto di nazionalismi fierissimi che si sono inventati nel momento in cui francesi ed inglesi li hanno lasciati relativamente liberi. A questo punto l’idea che Israele sia stato creato dal mondo occidentale è sballata perché è nato dalle Nazioni Unite, con il voto dell’Unione Sovietica contro il Vaticano e a pochi mesi di distanza da quando gli inglesi hanno smesso di rigettare in mare gli ebrei scampati dall’Olocausto in cerca di un rifugio. A questo punto chiedo a Yassin di ricordare che l’intero assetto è artificiale, che il mondo ha cercato, mentre i colonialisti si ritiravano, di dare un certo ordine che ha un solo punto di equilibrio dato dal tentativo delle Nazioni Unite di dare vita allo Stato ebraico e a quello palestinese che purtroppo non è nato. Quindi abbiamo un compito pedagogico importantissimo: sì, è vero, la Shoah è delitto europeo immenso, ed in particolare tedesco, italiano e francese con Vichy. Però dall’altra parte riconoscano di non essere i titolari violati dal potere bianco, di antiche disponibilità di territori arabi. Quei territori appartenevano all’impero ottomano, caduti pezzo per pezzo per mano dei colonialisti e poi ridistribuiti artificiosamente e perfino capricciosamente dal colonialismo. Se ci fossero queste due posizioni, allora potrebbe cominciare un dialogo.

De Luna: Il conflitto delle memorie è completamente insanabile. Tale conflitto però si avvale e trova le sue risorse in un meccanismo che conosciamo bene: quello dell’invenzione della tradizione. A cui siamo ricorsi anche noi. Ma che oggi è molto dilagante: queste tradizioni inventate non rimangono semplicemente così, ma diventano scelte politiche, opzioni ideologiche e materia di conflitto. L’idea di costruire un percorso di confronto tra queste diverse vulgate, far capire ad israeliani e palestinesi che le loro ferite sono condivise da tutto il mondo postnovecentesco, che le contraddizioni che li lacerano sono come quelle della ex Jugoslavia, per esempio, o come quella dell’Urss dopo la caduta di Stalin. L’idea di farli sentire parte di una congiuntura culturale comune, sradicarli dalla materialità del territorio che gronda identità ed appartenenza. Far loro capire che sono inseriti in un circuito più grande e far sentire loro che i loro problemi sono anche i nostri problemi. È impossibile retrodatare un’identità palestinese a prima del Novecento. L’identità palestinese è frutto di Israele, si definisce come identità antitetica al nemico in casa. Ritornare alla storia, mettere a confronti i percorsi della ricerca con quelli dell’invenzione della tradizione, con quello del conflitto di memorie, come dicevo prima, è una sorta di bonifica intellettuale e per il mio mestiere è l’unica cosa che posso consigliare. Trovare uno spazio comune in cui il confronto tra le memorie venga ancorato ai percorsi delle ricerca storica potrebbe essere un’iniziativa, dal punto di vista didattico e pedagogico, che mi sentirei di sottoscrivere.

Flores: Sono pienamente d’accordo con quello che si diceva. Credo che su entrambi i punti, quello delle colpe nostre e sulla Shoah e il modo di rapportarci a questo e sull’aiutarli perché facciano loro in modo migliore la sistemazione nuova del Medio Oriente, dobbiamo in entrambi i casi allargare il terreno dell’universalizzazione di questi problemi. La Shoah è un problema nostro, ma è anche diventato, per fortuna, un problema universale, tanto è vero che la convenzione sul genocidio nasce nel ‘48, e quindi occorre estendere questa reale nuova cultura globalizzata, questa dimensione universale che è la grande svolta di questo secolo; così come dall’altra parte dialogare e aiutare le tantissime organizzazioni non solo di tipo umanitario, ma anche culturale miste israeliano-palestinese. Ecco dovremmo dare un aiuto, farle conoscere perché sono la dimostrazione che c’è la possibilità di fare qualcosa mantenendo anche memorie diverse o addirittura contrapposte. Penso al caso del libro “La storia dell’altro”, tradotto anche in italiano, in cui non arrivando alla possibilità di definire una storia in comune dal ’48 in poi della Palestina, ci sono due racconti differenti con in mezzo uno spazio bianco per i commenti. Ma si dà la possibilità di leggere anche la storia dell’altro, non rifiutandola aprioristicamente e restando legati alla propria memoria. Allora ricerca, divulgazione, contatti, confronto di memoria, libri scolastici. Sarebbe anche interessante poter fare documentari, lavori più impegnativi e di impatto con l’opinione pubblica, grazie ai quali si potrebbero avere risultati non indifferenti.

 


 

 

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