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315 - 16.02.07


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Domanda da discutere, non rifiutare

Giancarlo Bosetti


Da un dossier pubblicato su Reset numero 95, maggio giugno 2006, pubblichiamo questo articolo. Allora la discussione prendeva spunto dal caso delle vignette danesi e da una provocazione lanciata dall’intellettuale egiziano Sayed Yassin sul reato di negazionismo stabilito da alcuni paesi europei.


Durante il recente convegno organizzato al Cairo dall’Associazione “Reset-Dialogues on Civilizations” abbiamo incontrato Sayed Yassin, noto intellettuale egiziano vicino alla corrente liberale del Partito nazionale democratico, il partito di maggioranza, che sostiene il governo di Mubarak. È un esponente di quello che viene spesso qualificato un po’ semplicisticamente come il moderatismo arabo. Nel linguaggio corrente della discussione araba gli intellettuali del suo genere vengono definiti “secolari” o “civili”, per distinguerli dagli altri che hanno una ispirazione che lega la politica alla religione in modo più o meno stretto: musulmani riformisti, liberali, tradizionalisti o fondamentalisti. Nell’area politico-religiosa un fenomeno di rilievo è quello dei Fratelli musulmani, il movimento radicale approdato in Parlamento con una consistente minoranza.

Maggioranza e opposizione parlamentare, secolarismo e fondamentalismo si intrecciano nella situazione egiziana in un modo complesso e a volte difficile da decifrare dal punto di vista occidentale. Proprio per questo abbiamo dato peso a un’affermazione che Yassin ha fatto a conclusione di una intervista che ci ha concesso per il sito web dell’Associazione Reset Dialogues on Civilizations in cui sollevava la questione dell’influenza che la vicenda storica dell’Olocausto ha nelle relazioni tra Occidente e arabi. E abbiamo chiesto ad alcuni intellettuali di reagire alla domanda posta da Yassin. Ecco qui di seguito le parole di Sayed Yassin al termine di un ragionamento che tende a separare, nel dialogo tra le culture, le questioni religiose da quelle politiche, e sottolinea quella che gli appare come una difficoltà politica:

Bisogna operare una distinzione tra i vari discorsi sulla base di differenti criteri politici. Ma voglio che sappiate che nel contesto del dialogo interculturale noi poniamo l'accento su quel che in Europa è noto come “doppio standard”. La Danimarca sostiene di avere una libertà d'espressione che permette ai suoi cittadini di disegnare vignette con la caricatura del profeta Maometto. Rivendica assoluta libertà di espressione. Allo stesso tempo in Francia e Austria c'è un diritto penale che vieta di criticare o negare l'Olocausto. Riuscite a crederlo? L'Olocausto è un fatto storico e noi arabi mussulmani riconosciamo che è avvenuto. Nessun problema. Ma come può un paese libero rivendicare la piena libertà di espressione quando esiste una legislazione che prevede sanzioni a carico di chiunque metta in discussione l'Olocausto? Come possiamo spiegare una cosa del genere?”.

È una discussione, questa, che vale la pena di fare per diverse ragioni. La più importante è che il collegamento tra Olocausto, esistenza di Israele, conflitto tra Israele, palestinesi e mondo arabo è moneta corrente nella comune opinione tra gli arabi e i popoli musulmani in generale: spesso la politica americana nel Medio Oriente e quella degli alleati occidentali degli Stati Uniti viene rappresentata come condizionata dall’influenza ebraica e sionista, che ha nell’Olocausto una delle sue fonti. Da questa rappresentazione dei fatti, che si riflette nelle parole di Yassin, va distinto il forsennato estremismo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che fa suo in modo pressoché integrale il negazionismo di David Irving sostenendo che “se c’è un serio dubbio sull’Olocausto, non c’è dubbio alcuno sulla catastrofe e sull’olocausto che hanno dovuto affrontare i Palestinesi”. In un’altra occasione Ahmadinejad aveva sostenuto che “oggi gli europei hanno creato un mito in nome dell’Olocausto e lo considerano al di sopra di Dio, della religione e dei profeti”, aggiungendo: “Se voi avete commesso questo grande crimine, perché la nazione palestinese oppressa ne deve pagare il prezzo? La nostra proposta è: se avete commesso il crimine allora concedete agli ebrei una parte del vostro territorio in Europa, negli Stati Uniti, in Canada o in Alaska in modo che possano stabilirvi il loro paese” (La prima affermazione è tratta da Bbc e Afp, la seconda dal “Washington Post”, 14 dicembre 2005).


 

 

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