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293 - 03.02.06


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"Hamas aprirà
nuovi negoziati"

Samir al Qaryouti
con Mauro Buonocore



E ora Hamas è al governo. Gli elettori gli hanno dato piena fiducia, la maggioranza assoluta, e anche un mandato che mette addosso all’Anp gli occhi di tutti, della politica internazionale che aspetta cambi di rotta nell’atteggiamento verso Israele, ma anche dei palestinesi che con il loro voto hanno lanciato un messaggio preciso: “Fatah ha fallito, malgrado tutti i loro rapporti internazionali gli uomini di Abu Mazen non sono stati capaci di combinare nulla di buono. Ora fateci vedere cosa sapete fare voi”.
Samir Al Quaryouti, giornalista palestinese che vive in Italia, era stato buon profeta tra le righe di Caffè Europa, prima del voto aveva detto chiaramente che Fatah viveva una grave crisi politica e di fiducia, e che avrebbe perso le elezioni, mentre al contrario Hamas era in grande ascesa.

Ora che le elezioni sono concluse, proviamo a fare una nuova previsione. Come sarà il nuovo governo palestinese?

Al momento sono iniziati dei contatti tra Hamas e Fatah per provare a cercare un accordo. Può darsi che l’alleanza andrà in porto, ma al momento mi sembra più probabile che Hamas faccia un governo da solo, hanno le capacità e le persone per farlo; hanno dalla loro parte le esperienze di governo locale che li hanno portati ad essere più vicini alla gente di quanto non siano stati i politici di Fatah, chiusi invece nella loro torre d’avorio.

Da dove inizierà la politica di governo di Hamas?

Inizierà dai problemi interni, primo fra tutti quello dell’occupazione dei Territori. Questo è un tema che in Palestina viene vissuto come un argomento primario della politica quotidiana; non riguarda l’agenda internazionale, ma la vita di tutti i giorni, di ogni momento, di ogni palestinese.

Che politica promuoverà Hamas a Gaza e in Cisgiordania?

Le ultime elezioni comunali hanno già dato dei segnali in questa direzione, Hamas ha fatto alleanze mirate con il Fronte Popolare e con la sinistra, a Betlemme e Ramallah hanno appoggiato l’elezione di sindaci cristiani. Hamas conosce la realtà dei Territori meglio di chiunque altro, e quindi adesso sa che la prima urgenza sarà quella di ricostruire le istituzioni palestinesi; le scuole, le università, i ministeri vanno ripuliti dalla corruzione e dal sistema clientelare che c’è adesso; poi inizieranno ad attivare la giustizia; già a poche ore dalle elezioni, alcuni esponenti di Hamas dicono di voler citare in giudizio molti esponenti di Fatah con la precisa accusa di saccheggio del denaro palestinese.

I rapporti con Israele sono un tema caldissimo dell’agenda politica internazionale. Cosa possiamo aspettarci da Hamas? Che posizione avrà verso Israele?

Quando parliamo di Israele parliamo dei negoziati. Il fatto che Hamas diventi una forza di governo obbliga il movimento a cambiare il suo statuto e ad affrontare scelte difficilissime: adesso deve trattare sulla base degli accordi di Oslo.

Eppure le parole di Hamas non dicono proprio questo, anzi le prime dichiarazioni dopo il voto sostengono che nessun negoziato è possibile a partire dagli accordi di Oslo.

È ovvio che all’inizio parlino così, come è ovvio che da Israele vengano parole di rifiuto di ogni trattativa con Hamas. Questo è nella natura delle cose e di un conflitto irrisolto che tanta fatica costa ai due popoli e alle diplomazie internazionali; ma tanto Hamas quanto Israele staranno con gli occhi puntati l’uno sull’altro per vedere quali sono le rispettive intenzioni, e poi si parleranno. Trovo ad esempio che le dichiarazioni di Bush sono già incoraggianti, il presidente americano ha lasciato la porta aperta a un dialogo, a condizione che Hamas cambi il suo statuto.
Allo stesso tempo però è chiaro che non si può costringere Hamas con la forza a cambiare i suoi principi, ora più che mai sono le diplomazie che devono lavorare. Ho sentito esponenti politici europei, ad esempio, avanzare la minaccia di un boicottaggio economico verso la Palestina se il nuovo governo non prenderà le distanze dalle posizioni anti-israeliane. Ma questa è una presa di posizione inaccettabile e una minaccia che non avrà alcun effetto positivo. Ricordiamo che per anni i Territori sono vissuti di solo autofinanziamento, mentre gran parte degli aiuti promessi dai paesi arabi e dalle istituzioni internazionali non sono mai arrivati e quei pochi soldi giunti in Palestina sono finiti nelle tasche di politici corrotti. I palestinesi hanno imparato a vivere anche nella povertà, ma con grande dignità. Non sono le minacce che aiuteranno a trovare una soluzione, ma le diplomazie.

 

 

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