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285 - 28.09.05


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L’uragano prima o
poi arriverà in Iraq

Charles Kupchan
con Mauro Buonocore



Katrina farà sentire il suo peso anche sulla guerra in Iraq. Non a breve termine, ma nel lungo periodo inciderà anche in Medio Oriente il dispendio di credibilità e di leadership che Bush e i suoi stanno lasciando sulle rovine della Gulf Coast.
Il nesso tra New Orleans e Baghdad ce lo spiega Charles Kupchan, docente di International Affairs alla Georgetown University: “L’uragano Katrina, e soprattutto il modo con cui il governo vi ha reagito, ha indebolito molto Bush e ha assottigliato il suo capitale politico. Questa situazione, nel lungo periodo, potrebbe costringere il presidente americano a ridimensionare la sua politica in Iraq perché per sostenere la guerra c’è bisogno di spendere molto capitale politico”.
A New Orleans il governo americano ha perso molta della fiducia dei suoi elettori, che non sono più disposti ad appoggiare in pieno il presidente e le sue scelte. “Inoltre – continua Kupchan – gli americani si stanno chiedendo perché mai stiamo spendendo così tanti soldi e tempo in Iraq quando abbiamo cose molto importanti di cui occuparci qui, negli Stati Uniti. Io non vedo alcun impatto immediato di Katrina sulla politica di Bush, ma credo fortemente che, nel lungo periodo, le pressioni su problemi di politica interna indurranno Bush a ridurre la presenza americana in Iraq”.

Se l’eco politica dell’uragano può arrivare fino al Medio Oriente, Kupchan, che studia molto da vicino i rapporti tra Usa e Unione Europea, non vede ricadute particolari sui rapporti tra le due sponde atlantiche: “Il modo davvero scadente nel portare soccorsi e aiuti alle popolazioni colpite dall’uragano – ci dice – ha duramente colpito l’immagine di Bush nell’opinione pubblica americana, e allo stesso tempo ha causato all’estero una forte impressione negativa: come può una superpotenza reagire in maniera così inefficace a una tale sciagura? Ma io non credo che un ‘effetto Katrina’ possa avere conseguenze concrete sulle relazioni atlantiche; gli europei erano già, in linea generale, piuttosto scettici sull’amministrazione Bush, questi eventi non hanno fatto altro che rafforzare questo atteggiamento”.

Eppure qualcosa sta cambiando anche nel modo in cui gli europei vedono gli Stati Uniti. Secondo Transatlantic Trends, il sondaggio d’opinione annuale realizzato dalla German Marshall Fund, la percezione dimostrata dall’opinione pubblica europea verso gli Usa è sempre più negativa; in altre parole, anche prima dell’uragano (quando l’indagine è stata svolta) il giudizio del Vecchio Continente verso le politiche di Bush non era affatto positivo; in che direzione vanno i rapporti tra Usa e Ue?
“La cosa più inquietante nei sondaggi d’opinione – riprende Kupchan – è la valutazione negativa degli Stati Uniti da parte dei cittadini europei. Questo atteggiamento potrebbe rendere la vita davvero difficile a qualsiasi politico che voglia ricostruire solidi rapporti tra le due sponde atlantiche. Durante l’ultima campagna elettorale tedesca, ad esempio, Schroeder ha ancora una volta fatto ricorso alla sua opposizione alla guerra in Iraq per guadagnare popolarità. Se i politici europei dovessero conquistare la fiducia degli elettori e cariche di governo grazie all’opposizione a Washington, allora non c’è molta speranza per una salda alleanza atlantica”.

Insomma il quadro non sembra affatto confortante, soprattutto se a pronunciare queste parole è un americano che ha sempre creduto nella necessità di una Unione Europea che sia in grado di bilanciare il potere internazionale degli Usa. Nel suo libro The end of the American Era, Kupchan ha scritto che sarà proprio l’Ue a fare da contrappeso alla forza americana nello scenario globale. Il libro risale al 2002, dopo tre anni l’Unione europea ha dimostrato davvero di poter svolgere questo ruolo?
“Il rifiuto di Francia e Olanda di fronte alla costituzione europea ha rappresentato un momento molto deludente per l’Unione Europea,” risponde il politologo americano e continua: “Quando Bush ha iniziato il suo secondo mandato presidenziale sembrava riscoprire l’importanza di forti legami che tenessero gli Stati Uniti vicini all’Europa, e allo stesso tempo il presidente americano sembrava avvertire il bisogno, per gli Usa, di un’Europa forte. Ma proprio in quel momento l’Unione Europea ha vacillato e tutti gli sforzi per costruire un’Unione più concreta e salda sono tenuti adesso in sospeso”.
“Io spero vivamente – conclude Kupchan – che l’Ue riconquisti il proprio slancio nei prossimi mesi: un’Europa più unita e capace di far sentire la propria voce sarà un bene per l’Europa stessa, per le relazioni transatlantiche e per la stabilità internazionale".

 

 

 

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