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284 - 14.09.05


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Una globalizzazione
democratica (e sociale)

Massimiliano Panarari



David Held
Governare la globalizzazione.
Un’alternativa democratica
al mondo unipolare,

il Mulino, pp. 240, euro 14.

In un ambiente culturale e accademico soggetto, soprattutto nel mondo anglosassone, a regole in qualche modo da show business, possiamo dire che David Held è una sorta di star della politologia e delle International relations, un tipico prodotto della rinomata e celeberrima London School of Economics, culla di molti degli esponenti di grido della Terza via e delle sue rivisitazioni (più o meno critiche) successive. In poche parole, il gotha e la vetrina (anche glamourous) del progressismo britannico, soprattutto all’epoca (secondo alcuni ormai definitivamente archiviata con la terza “stentata” vittoria di Tony Blair) della Cool Britannia.

“Terza via” tra le opzioni – semplicistiche – dell’apologia a tutti i costi e della critica radicale “senza se e senza ma” della mondializzazione è, difatti, quella che Held (professore di Scienza della politica presso la LSE) propone nel suo nuovo libro Governare la globalizzazione. Un’alternativa democratica al mondo unipolare, ennesimo stimolante intervento sull’attualità della collana “Contemporanea” della casa editrice il Mulino (pp. 240, euro 14), che già aveva pubblicato i suoi volumi precedenti, Globalismo e antiglobalismo (con Anthony McGrew) e Modelli di democrazia. Ma una “Terza via” molto progressive e “di sinistra” che nel volume non risparmia le critiche a Blair per il suo essersi accodato alla “dottrina americana della guerra preventiva e unilaterale”, ovvero quella visione politica che ha fatto strage dei principi del diritto internazionale (in primis, il multilateralismo) su cui vennero edificati l’architettura istituzionale e l’ordine planetario post-’45.
E, infatti, nel titolo originale inglese è contenuta l’espressione social democratic alternative, a chiara testimonianza di quale sia l’orientamento di Held, un riformista vero e deciso, e un teorico della democrazia sociale globale.

Viviamo, ci dice lo studioso, in un mondo costituito da quelle che ha etichettato come le “comunità di destino sovrapposte”; una condizione inedita per l’umanità precedente, la quale ci impone di ripensare la sicurezza globale all’insegna di visioni antitetiche a quelle dell’America dopo l’11 settembre di Bush jr., Cheney e Rumsfeld (come pure della finta convertita al multilateralismo soft Condoleeza Rice o del sempre falco presidente della Banca mondiale, Paul D. Wolfowitz). È un ripensamento profondo, anche di categorie e lessico politico, quello che Held compie a partire dalla sua proposta di un’”Agenda per la sicurezza umana” – al punto da diventare oggetto di alcune riflessioni di Zygmunt Bauman, esplicitate anche nel corso di una recente e lunga intervista,_____________________________________
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_____________________________________________ rilasciata dal grande sociologo a Elisabetta Ambrosi per Caffè Europa.

Su di essa Held fa perno per l’edificazione di una globalizzazione democratica sociale che, all’interno di una cornice e di una matrice progressiste, «sostenga l’enorme aumento di produttività e ricchezza reso possibile dal mercato e dalla tecnologia contemporanea; assicuri che i benefici siano equamente distribuiti; attenui le disuguaglianze all’interno di una politica per la sicurezza collettiva che affronti tanto le cause quanto i crimini del terrorismo, della guerra e degli ‘Stati falliti’” (p. 8). In buona sostanza, il Washington consensus (alcune delle cui ricette, nota l’autore, possono peraltro essere di per sé ragionevoli), convertitosi nel moloch neoliberista e in un’ortodossia dogmatica al servizio degli interessi di una parte della classe dirigente statunitense e di pochissimi altri, è divenuto il responsabile di un mondo più ingiusto e instabile (nel quale, dopo l’attentato alle Torri gemelle, impera una sua diretta filiazione, la Washington Security Strategy, che è ossessionata unicamente dalla sicurezza interna degli Usa e si infischia bellamente di seminare prevaricazione e odio nel resto del pianeta).

La guerra in Iraq rappresenta solamente l’ultima manifestazione di una condotta unilaterale che rigetta il multilateralismo e si arrocca in una presunzione di autosufficienza e onnipotenza, da cui vengono messi a repentaglio la stabilità e l’equilibrio del resto dell’umanità. Held mette in campo una serie di proposte concrete e di istituzioni per un mondo multipolare – da un’Organizzazione mondiale per l’ambiente che faccia da “contrappeso” al Wto a un Consiglio della sicurezza sociale ed economica da affiancare al tradizionale Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il dominio della globalizzazione non va lasciato alle forze di mercato (gli “spiriti selvaggi”), ma necessita di una serie di adeguate politiche di regolazione, senza ricadere, al tempo stesso, in alcun approccio statocentrico o statolatrico che il politologo (molto british e molto LSE) “aborre”, contrapponendogli la promozione di quella fondamentale risorsa che è la società civile, i cui attori possono svolgere egregiamente anche finalità di natura e carattere pubblico. Ma, soprattutto, la governance globale abbisogna di una filosofia ispirata a principi di cosmopolitismo, rispetto delle minoranze e dei diritti umani e diffusione del benessere (vale a dire, di promozione della democrazia, della cittadinanza e della giustizia sociale).

Da buon anglosassone, poi, Held inserisce nel volume tabelle, schemi e diagrammi illustrativi sui dati demografici, di reddito, di coesione sociale e appartenenza a organismi internazionali dei diversi paesi: una “matematica sociale” e un’”aritmetica democratica” da cui si evincono con chiarezza le polarizzazioni e le differenziazioni sempre più violente che contraddistinguono il nostro villaggio globale.
Il nuovo internazionalismo socialdemocratico di Held è un toccasana per i progressisti, e dimostra che l’obiettivo di un mondo – gradualisticamente – migliore è ampiamente raggiungibile; basta volerlo…

 

 

 

 

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