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275/speciale - 15.04.05


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Il Verbo in tv
Mauro Buonocore

Fino in fondo, fino all’ultimo istante, il pontificato di Giovanni Paolo II vive nelle nostre esperienze come una grande cerimonia televisiva. Vediamo oggi il suo corpo esanime ricevere l’omaggio dei fedeli di tutto il mondo, lo abbiamo visto negli anni passati salvarsi da un attentato, baciare bambini, salutare folle acclamanti, abbracciare fedeli che gli si facevano incontro, ricevere gli onori dei potenti della Terra e raggiungere gli angoli più remoti del pianeta; lo abbiamo visto pregare a Gerusalemme e ricevere il saluto di Fidel Castro, presenziare a concerti organizzati per i giovani e sciare tra le nevi. Sempre presente, la tv, là dove c’era Papa Wojtyla; sempre presenti le telecamere non solo a raccontare i suoi viaggi, ma consegnare ai telespettatori il messaggio di una Chiesa che, attraverso il corpo del Papa, si mostrava presente in tutto il mondo.

Giovanni Paolo II non si è semplicemente lasciato pedinare dalla tv, ma ne ha ne ha compreso tutta la portata comunicativa e l’ha messa in pratica utilizzandola al servizio della Chiesa. In La civilizzazione video-cristiana, Derrick de Kerckhove scriveva nel 1990 che Wojtyla stava «utilizzando i nuovi media per guarire e ricomporre una chiesa dispersa e nello stesso tempo per insufflare una spiritualità globale nel pianeta. In realtà il suo agire consiste nel tradurre i valori e il significato del messaggio cristiano da una cultura stampata a quella dei media elettronici». Giovanni Paolo II sapeva che la televisione opera una trasformazione psicologica dello spettatore, ed era «perfettamente cosciente – continua de Kerckhove – del fatto che la tv toglie a chi la guarda ogni attitudine razionale». Mostrarsi, esporre il proprio corpo significava utilizzare fino in fondo l’amplificazione elettronica della persona umana resa possibile dal mezzo televisivo. Ovunque andasse il Papa riempiva di sé i media, la sua forte personalità, la sua possente presenza fisica «bucavano lo schermo», si caricavano di una enorme potenza comunicativa che dal televisore correva dritta ai telespettatori: la tv creava intorno a Woityla un’aura elettronica che ne estendeva la presenza al di là dei limiti immediati del corpo.

Puntando le telecamere sul Papa, la televisione si è trasformata in uno strumento che trasmetteva un concreto messaggio ecumenico. La comunicazione di tutta una religione non era più affidata solo alle encicliche e ai messaggi ufficiali, ma si fondava sul far sentire la propria presenza in maniera immediata, nel condividere il proprio corpo con tutto il mondo cattolico attraverso lo schermo. Wojtyla è stato il Papa dei viaggi, il Papa che fisicamente si spostava verso i fedeli di tutto il mondo; in ogni viaggio le telecamere accompagnavano la sua presenza, la raccontavano, la portavano nelle case di tutti i credenti e allo stesso tempo portavano i telespettatori proprio lì dove il Papa era.

L’attenzione di Giovanni Paolo II si è spesso soffermata sulla tv e i suoi effetti sociali. Basta leggere i numerosi messaggi sul tema della comunicazione e dei media sul sito della Santa Sede e il saggio La bambinaia elettronica per comprendere con quanta fermezza la sua voce si sia spesa contro i pericoli della videodipendenza e per condannare ogni abuso di consumo di tv come un’abitudine che crea inclinazione ai vizi del materialismo, del consumismo e dell’edonismo.

Ma Wojtyla aveva compreso anche tutto il potenziale di comunicazione spirituale della tv. Il Papa si è mostrato, avvolto nell’aura di eccezionale grandezza conferitagli dalla tv, ha esibito il suo corpo come il veicolo del messaggio ecumenico che portava: ogni volta che si faceva vedere sapeva di dare ai fedeli una testimonianza della propria presenza in mezzo a loro. E così si è mostrato forte, energico e vigoroso nei primi anni del pontificato; si è mostrato in viaggio tra i fedeli per farsi vedere tra loro e per avvicinarli alla Chiesa. Infine si è mostrato nella malattia, quando il corpo si faceva più debole, a testimoniare sempre la sua costante vicinanza a tutta la Chiesa. Da ultimo il corpo è esposto al mondo senza vita in una infinità di riprese, di immagini, di testimonianze. E fino all’ultimo istante la tv
è lì a sottolineare l’eccezionalità della persona di Giovanni Paolo II, a mettere in campo tutta la sua capacità di agire sulle emozioni e i sentimenti dei telespettatori, a disegnare un’aureola mediatica intorno al corpo di Karol Wojtyla.

 



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