275/speciale - 15.04.05


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La bambinaia elettronica
Karol Wojtyla

Riproponiamo qui di seguito il testo del messaggio pronunciato da Giovanni Paolo II il 24 gennaio 1994 in occasione della 28ª giornata mondiale delle comunicazioni sociali; pubblicato nel volume Cattiva maestra televisione (Marsilio – I libri di Reset) insieme al celebre saggio di Karl Popper "Una patente per fare tv" e a saggi di Bosetti, Condry, Cubeddu e Baudouin, il messaggio di Giovanni Paolo II è disponibile anche sul sito de La Santa Sede.

Cari fratelli e sorelle,
Negli ultimi decenni, la televisione ha rivoluzionato le comunicazioni influenzando profondamente la vita familiare. Oggi, la televisione è una fonte primaria di notizie, di informazioni e di svago per innumerevoli famiglie fino a modellare i loro atteggiamenti e le loro opinioni, i loro valori e i prototipi di comportamento.
La televisione può arricchire la vita familiare: può unire tra loro più strettamente i membri della famiglia e promuovere la loro solidarietà verso altre famiglie e verso la più vasta comunità umana; può accrescere in loro non solo la cultura generale, ma anche quella religiosa, permettendo ad essi di ascoltare la Parola di Dio, di rafforzare la propria identità religiosa e di nutrire la propria vita morale e spirituale.
La televisione può anche danneggiare la vita familiare: diffondendo valori e modelli di comportamento falsati e degradanti, mandando in onda pornografia e immagini di brutale violenza; inculcando il relativismo morale e lo scetticismo religioso; diffondendo resoconti distorti o informazioni manipolate sui fatti ed i problemi di attualità; trasmettendo pubblicità profittatrice, affidata ai più bassi istinti; esaltando false visioni della vita che ostacolano l'attuazione del reciproco rispetto, della giustizia e della pace.

La televisione può ancora avere effetti negativi sulla famiglia anche quando i programmi televisivi non sono di per sé moralmente criticabili: essa può invogliare i membri della famiglia ad isolarsi nei loro mondi privati, tagliandoli fuori dagli autentici rapporti interpersonali, ed anche dividere la famiglia, allontanando i genitori dai figli e i figli dai genitori.
Poiché il rinnovamento morale e spirituale della famiglia umana nella sua interezza deve radicarsi nell'autentico rinnovamento delle singole famiglie, il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1994 - «Televisione e famiglia: criteri per sane abitudini nel vedere» - è particolarmente appropriato, soprattutto in questo Anno Internazionale della Famiglia, durante il quale la comunità mondiale sta cercando come dare nuovo vigore alla vita familiare.

In questo messaggio, desidero in particolare sottolineare le responsabilità dei genitori, degli uomini e delle donne dell'industria televisiva, le responsabilità delle pubbliche autorità e di coloro che adempiono ai loro doveri pastorali e educativi all'interno della Chiesa. Nelle loro mani sta il potere di rendere la televisione un mezzo sempre più efficace per aiutare le famiglie a svolgere il proprio ruolo che è quello di costituire una forza di rinnovamento morale e sociale.

Dio ha investito i genitori della grave responsabilità di aiutare i figli a «cercare la verità ed a vivere in conformità ad essa, a cercare il bene e a promuoverlo» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1991, n. 3). Essi hanno quindi il dovere di portare i loro figli ad apprezzare «tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato» (Fil 4,8).
Quindi, oltre ad essere spettatori in grado di discernere per se stessi, i genitori dovrebbero attivamente contribuire a formare nei propri figli abitudini nel vedere la televisione che portino a un sano sviluppo umano, morale e religioso. I genitori dovrebbero anticipatamente informare i propri figli sul contenuto dei programmi e fare, di conseguenza, la scelta consapevole per il bene della famiglia se guardare o non guardare. A questo proposito possono essere di aiuto sia le recensioni ed i giudizi forniti da organismi religiosi e da altri gruppi responsabili, sia adeguati programmi educativi proposti dai mezzi di comunicazione sociale. I genitori dovrebbero anche discutere della televisione con i propri figli, mettendoli in grado di regolare la quantità e la qualità dei programmi che guardano e di percepire e giudicare i valori etici che stanno alla base di determinati programmi, poiché la famiglia è «il veicolo privilegiato per la trasmissione di quei valori religiosi e culturali che aiutano la persona ad acquisire la propria identità» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1994, n. 2).

Formare le abitudini dei figli, a volte può semplicemente voler dire spegnere il televisore perché ci sono cose migliori da fare, o perché la considerazione verso altri membri della famiglia lo richiede o perché la visione indiscriminata della televisione può essere dannosa. I genitori che si servono abitualmente ed a lungo della televisione come di una specie di bambinaia elettronica, abdicano al loro ruolo di primari educatori dei propri figli. Tale dipendenza dalla televisione può privare i membri della famiglia dell'opportunità di interagire l'uno con l'altro attraverso la conversazione, le attività e la preghiera comuni. I genitori saggi sono inoltre consapevoli del fatto che anche i buoni programmi debbono essere integrati da altre fonti di informazione, intrattenimento, educazione e cultura.

Per garantire che l'industria televisiva tuteli i diritti delle famiglie, i genitori dovrebbero esprimere le loro legittime preoccupazioni ai produttori e ai responsabili dei mezzi di comunicazione sociale. A volte, sarà utile unirsi ad altri, formando associazioni che rappresentino i loro interessi, in relazione ai mezzi di comunicazione, ai finanziatori, agli «sponsors» e alle autorità pubbliche.

Coloro che lavorano per la televisione - «managers» e funzionari, produttori e direttori, autori e ricercatori, giornalisti, personaggi dello schermo e tecnici - tutti hanno gravi responsabilità morali verso le famiglie, che costituiscono la gran parte del loro pubblico. Nella loro vita professionale e personale, coloro che lavorano nell'ambito televisivo dovrebbero porre ogni impegno nei confronti della famiglia in quanto fondamentale comunità sociale di vita, amore e solidarietà. Riconoscendo la capacità di persuasione della struttura presso la quale lavorano, dovrebbero farsi promotori di autentici valori spirituali e morali ed evitare «tutto ciò che può ledere la famiglia nella sua esistenza, nella sua stabilità, nel suo equilibrio e nella sua felicità... che si tratti di erotismo o violenza, di apologia del divorzio o di atteggiamenti antisociali fra i giovani» (Paolo VI, Messaggio per Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1969, n. 2).

La televisione si trova spesso a trattare argomenti seri: la umana debolezza ed il peccato e le loro conseguenze per gli individui e la società; le debolezze delle istituzioni sociali, inclusi i governi e la religione; i fondamentali interrogativi circa il significato della vita. Essa dovrebbe trattare questi temi in maniera responsabile, senza sensazionalismi, con una sincera sollecitudine verso il bene della società ed uno scrupoloso rispetto per la verità. «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32), ha detto Gesù; e tutta la verità ha il suo fondamento in Dio, che è anche la fonte della nostra libertà e della nostra capacità creativa.

Nell'adempiere alle proprie responsabilità, l'industria televisiva dovrebbe sviluppare e osservare un codice etico che includa l'impegno a soddisfare le necessità delle famiglie e a promuovere valori a sostegno della vita familiare. Anche i Consigli, formati sia da membri dell'industria televisiva sia da rappresentanti dei fruitori dei mezzi di comunicazione di massa, sono un modo auspicabile per rendere la televisione più reattiva ai bisogni e ai valori degli utenti.
I canali della televisione, siano essi gestiti dall'industria televisiva pubblica o privata, sono uno strumento pubblico al servizio del bene comune; essi non sono solamente un «terreno» privato per interessi commerciali o uno strumento di potere o di propaganda per determinati gruppi sociali, economici o politici; essi esistono per servire il benessere della società nella sua totalità.
In quanto «cellula» fondamentale della società, la famiglia merita quindi di essere assistita e difesa con appropriate misure da parte dello Stato e delle altre istituzioni (cfr. Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1994, n. 5). Ciò sottolinea la responsabilità che incombe sulle autorità pubbliche nei confronti della televisione.

Riconoscendo l'importanza di un libero scambio di idee e di informazioni, la Chiesa sostiene la libertà di parola e di stampa (cfr. Gaudium et Spes, n. 59). Allo stesso tempo, insiste sul fatto che «deve essere rispettato il diritto di ciascuno, delle famiglie e della società, alla «privacy», alla pubblica decenza e alla protezione dei valori fondamentali della vita» (Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e violenza nei mezzi di comunicazione: una risposta pastorale, n. 21). Le autorità pubbliche sono invitate a fissare e a far rispettare ragionevoli modelli etici per la programmazione, che promuovano i valori umani e religiosi su cui si basa la vita familiare e che scoraggino tutto ciò che le è dannoso; esse dovrebbero, inoltre, promuovere il dialogo fra l'industria televisiva e il pubblico, fornendo strutture e occasioni perché ciò possa avvenire.

Gli organismi religiosi, da parte loro, possono rendere un eccellente servizio alle famiglie istruendole sui mezzi di comunicazione sociale e offrendo loro giudizi su films e programmi. Dove le risorse lo permettono, le organizzazioni ecclesiali di comunicazione sociale possono anche aiutare le famiglie, producendo e trasmettendo programmi per la famiglia o promuovendo questo tipo di programmazione. Le Conferenze Episcopali e le Diocesi dovrebbero con forza inserire nel loro programma pastorale per le comunicazioni sociali la «dimensione familiare» della televisione (cfr. Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Aetatis Novae, 21 e 23).

Poiché lavorano per presentare una visione della vita ad un ampio pubblico che comprende bambini e adolescenti, i professionisti della televisione hanno la possibilità di avvalersi del ministero pastorale della Chiesa, che può aiutarli ad apprezzare quei principi etici e religiosi che conferiscono pieno significato alla vita umana e familiare: «programmi pastorali in grado di garantire una formazione permanente, capace di aiutare questi uomini e queste donne - molti dei quali sono sinceramente desiderosi di sapere e di praticare ciò che è giusto in campo etico e morale - ad essere sempre più compenetrati da criteri morali tanto nella loro vita professionale che in quella privata» (ibid., n. 19).

La famiglia, basata sul matrimonio, è una comunione unica di persone, costituita da Dio come «nucleo naturale e fondamentale della società» (Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, art. 16, 3). La televisione e gli altri mezzi di comunicazione sociale hanno un potere immenso per sostenere e rafforzare tale comunione all'interno della famiglia, così come la solidarietà verso le altre famiglie e lo spirito di servizio verso la società.
Grata per il contributo che la televisione, in quanto mezzo di comunicazione, ha dato e può dare a tale comunione all'interno della famiglia e tra le famiglie, la Chiesa - essa stessa comunione nella verità e nell'amore di Gesù Cristo, Parola di Dio - coglie l'occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali per incoraggiare le famiglie stesse, coloro che lavorano nell'ambito dei mezzi di comunicazione sociale e le autorità pubbliche, a realizzare appieno il nobile mandato di sostenere e rafforzare la prima e più vitale «cellula» della società: la famiglia.
Dal Vaticano, 24 gennaio 1994.

 



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