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273 - 12.03.05


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Rapporto Baghdad
Mark Juergensmeyer

Lo scritto che segue è un estratto del saggio pubblicato in allegato alla rivista Reset (n. 84, luglio-agosto 2004) con una introduzione di Giuliano Amato. E' lo stesso testo che Amato ha citato durante il suo intervento in Senato nel dibattito del 9 marzo 2005 sulla morte di Nicola Calipari.
Rapporto Baghdad è il resoconto della partecipazione a una sessione di studio svolta nella capitale irachena tra il 5 e il 10 maggio '04 organizzato da Mary Kaldor e Yahia Said del Center for Global Governance della London School of Economics. Lo scopo delle giornate di studio era quello di individuare le cause della violenza religiosa in Iraq e il possibile ruolo delle organizzazioni umanitarie nella ricostruzione del paese.
La traduzione è di Martina Toti.

Vai alla versione integrale del Rapporto Baghdad

 

Viaggio a Baghdad
Come perdere la pace: istruzioni per l’uso

Il nuovo governo ad interim guidato da Iyad Alawi e Aheik Ghazi al-Yawat dovrà lottare contro qualcosa di più che mancanza di energia elettrica e salari da pagare ai funzionari statali. Come ho potuto constatare in un recente viaggio a Baghdad, l’Iraq ha un urgente bisogno di ricostruzione - non solo dalle miserie della lunga dittatura di Saddam Hussein, ma anche dalle fallimentari politiche di un anno di occupazione da parte dell’amministrazione della Coalizione guidata dagli Stati Uniti la quale ha lasciato una scia di demoralizzazione, umiliazione, e debolezza sia dal punto di vista della sicurezza che da quello delle infrastrutture economiche.
Tristemente, nella percezione di molti iracheni, gli Stati Uniti hanno rilevato l’orribile aura di una dittatura simile a quella di Saddam Hussein. Ciò significa che il sostegno dato in passato alla Cia dal Primo Ministro Iyad Alawi sarà un problema, così come qualunque altro legame che Alawi e i membri del nuovo governo intrattengono con l’America.

Anche se non potrà cancellare dal suo passato il sostegno dato alla Cia, Alawi avrà bisogno di dimostrare la sua indipendenza. Allo stesso tempo lui e al-Yawar – che ha già mostrato tutta la sua abilità nel prendere posizioni anti-americane descrivendo i fatti di Falluja come un «genocidio» operato dalle forze militari statunitensi - dovranno rassicurare le autorità americane per poter continuare a ricevere il loro sostegno economico e militare. Non sarà facile, specialmente dal momento che bisognerà smantellare alcune delle attuali politiche militari, amministrative ed economiche che la Coalizione ha disposto.

Come si è arrivati in questo «pantano»? La conflittualità attuale è solo un fenomeno passeggero o ha radici in problemi più profondi, che perseguiteranno il nuovo governo ad interim ed il governo che uscirà dalle elezioni previste per il gennaio 2005? Queste sono le domande a cui ho cercato di rispondere durante la mia recente visita in Iraq. Quello che ho scoperto è stato l’emergere di un virulento anti-americanismo alimentato in larga parte dagli errori della Coalizione stessa. Non solo le sue linee di condotta hanno rinfocolato le ostilità anti-americane, esse hanno anche favorito la possibilità che il nuovo governo, che verrà eletto in Iraq, finisca per presiedere su uno stato mancato.

Come gli Stati Uniti sono diventati il nemico
Un segno dell’atteggiamento degli iracheni nei confronti dell’occupazione statunitense era evidenziato dalla singolare reazione che essi avevano avuto davanti alle recenti fotografie dei prigionieri. Le terribili immagini di soldati americani che maltrattavano prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, che hanno attirato così tanto l’attenzione del pubblico americano, hanno suscitato a stento una qualche reazione in Iraq. Ero a Baghdad a maggio, poco dopo l’uscita della notizia, ed anche se le fotografie venivano continuamente mandate da Al Jazeera – il canale che è di fatto l’unica fonte di notizie televisive a Baghdad – ero sconcertato nel rilevare che quelle immagini non stupivano la maggior parte degli iracheni. Anche se disgustati da ciò che veniva mostrato - voci di quelle atrocità avevano circolato a Baghdad per mesi - molti iracheni, con i quali avevo parlato, si aspettavano un comportamento del genere da parte di quella che tanti di loro consideravano una brutale forza d’occupazione. Questa assenza di stupore la dice lunga sul modo in cui gli iracheni sono arrivati a giudicare le forze militari statunitensi - un anno fa liberatrici, oggi occupanti. Alcuni iracheni hanno descritto quella statunitense come una continuazione del tipo di oppressione di cui avevano fatto esperienza sotto la dittatura di Saddam Hussein. Alcuni la ritenevano anche peggiore.

«Saddam ci torturava e puniva fisicamente» mi diceva un iracheno della classe media in un inglese piuttosto chiaro. «Ma non cercava di umiliarci».
Perché l’occupazione statunitense è così disprezzata dagli iracheni? Lo sdegno è quasi generale. Lontano dall’essere limitato a un piccolo gruppo di membri insoddisfatti del partito Ba’ath, ho sentito esprimere questa ribollente ostilità anti-americana da religiosi sciiti, politici sunniti, e cittadini della borghesia di formazione laica. Si tratta di un’avversione all’occupazione americana che sembra profondamente personale.
In un seminario tenuto nel vecchio centro di ricerca per gli affari internazionali di Saddam Hussein, Bavtal-Hikma («La Casa della Saggezza»), una docente di scienze politiche dell’università di Baghdad, in un inglese notevolmente articolato, ha aperto le sue osservazioni, dopo il mio discorso sul generale aumento della violenza religiosa, con alcuni pungenti commenti su come l’incapacità della forza militare statunitense nel chiudere i confini dell’Iraq abbia reso possibile agli attivisti islamici radicali di entrare nel paese dall’esterno. Con un tono di voce crescente, la professoressa, astutamente acconciata con un taglio di capelli moderno, ha iniziato ad elencare gli altri problemi causati dalle truppe americane, finendo con l’accusare gli Stati Uniti di essere i responsabili della maggior parte delle rivolte e delle violenze religiose verificatesi nell’ultimo anno. Dopo la caduta di Saddam Hussein – diceva - «Noi avevamo grandi aspettative» riguardo i cambiamenti democratici ed economici che sarebbero avvenuti, «ci aspettavamo qualcosa di meglio». Ma adesso, affermava aspramente, «è peggio». Gli Stati Uniti si comportano «come i terroristi» che loro stessi disprezzano.

L’Iraq è, ovviamente, un paese occupato. Perciò è comprensibile che molti iracheni non sopportino le truppe d’occupazione e siano ansiosi di vederle lasciare il paese. Tuttavia, le forze militari statunitensi sono state in Germania e in Giappone per anni dopo la seconda guerra mondiale e molti tedeschi e giapponesi hanno tollerato l’occupazione con un cupo rancore al peggio, e con profondo apprezzamento, al meglio. Alcuni soldati statunitensi sposarono allora donne del posto e portarono le loro mogli a casa. È improbabile, invece, che ci siano matrimoni misti a Baghdad.
L’invasione statunitense dell’Iraq ha proceduto velocemente e, per molti iracheni, l’esperienza della guerra è stata più difficile dopo la caduta di Saddam Hussein che prima. Per quanto sia stato inflessibile e dittatoriale il regime di Saddam Hussein, i nuovi problemi – l’instabilità dell’ordine pubblico, lo sciacallaggio, i bombardamenti, e i costanti segni della presenza militare straniera - sono tutti aspetti della vita del dopo-Saddam. L’incursione militare statunitense a Falluja e il bombardamento di Najaf per stanare le milizie di Muqtada al Sadr sono state tristi episodi di una guerra di cui molti iracheni non avevano mai avuto esperienza in precedenza. In questo senso è comprensibile che tanti di loro non considerino l’entrata delle truppe americane come il segnale della fine delle ostilità, ma, in modo piuttosto paradossale, del loro inizio. Adesso, gli iracheni stanno aspettando che questa guerra finisca.

Oltretutto, molti iracheni sono ancora sotto shock per la fine di Saddam Hussein. «Avremmo potuto liberarci di lui da soli» si lamentava un ex funzionario statale, spiegando che gli Stati Uniti erano stati ingannati da quello che lui definiva il «mito del potere di Saddam». Secondo il suo punto di vista, Saddam Hussein, per incutere timore, voleva che il mondo – e in particolar modo il popolo iracheno - credesse che lui fosse in possesso di armi di distruzione di massa. In realtà diceva il funzionario, Saddam era piuttosto vulnerabile, come la veloce vittoria delle truppe americane ha evidenziato. Il funzionario era quasi confuso dal fatto che l’esercito di Saddam Hussein fosse crollato così facilmente. Era ancora più confuso per il fatto che lui e il popolo iracheno non erano stati coinvolti nella liberazione dell’Iraq.

Quest’ex funzionario, Mowfaq al-Taey, era stato escluso non solo dalle operazioni per far cadere il regime di Saddam ma anche dalla ricostruzione dell’Iraq – e quest’ultima esclusione lo toccava più profondamente della prima. Nel vecchio regime era stato uno degli architetti di Saddam, responsabile del progetto di molti palazzi del rais, di moschee e di altri imponenti edifici pubblici. È ancora orgoglioso dei suoi lavori, anche se accusa Saddam per alcuni arabeschi architettonici aggiunti ai suoi disegni – come i minareti a forma di lanciarazzi che vennero aggiunti al suo progetto per l’imponente moschea «Madre di tutte le battaglie», che doveva commemorare la presunta vittoria dell’Iraq contro gli Stati Uniti nella prima guerra del Golfo. Oggi al-Taey ha ancora il suo spazioso appartamento vicino a quello che era il palazzo presidenziale, nell’attuale zona verde – l’area protetta, occupata dalle forze della Coalizione, che ospita il quartier generale del Consiglio di Governo. Dal momento che non aveva mai acconsentito ad unirsi al partito Ba’ath, «Non possono sbattermi fuori», diceva, sostenendo che agli americani potrebbe fare molto piacere utilizzare i quartieri progettati da lui per ospitare i funzionari della Coalizione. Ogni giorno passando per i checkpoint attraversa le solite strade di Baghdad, camminando verso il quartier generale di un’organizzazione irachena per i diritti umani dove lavora come volontario. Ma il suo talento di architetto non è stato utilizzato per la ricostruzione dell’Iraq, mentre imprenditori stranieri sono stati impiegati allo scopo.

L’esperienza di questo architetto iracheno è paradigmatica dei problemi creati non solo dall’occupazione in sé, ma anche dalle linee di condotta specifiche che sono state adottate dagli Stati Uniti nell’amministrare la ricostruzione dell’Iraq durante quest’ultimo anno. Alcune di queste sono il risultato di una sostanziale ignoranza della società irachena, altre sono dovute al pregiudizio ideologico del governo statunitense. Si tratta, in ogni caso, di errori catastrofici che hanno portato non solo a un senso di frustrazione e umiliazione diffuso tra il popolo iracheno ma anche a situazioni pericolose riguardo la sicurezza, l’amministrazione, e l’economia che peseranno sul nuovo governo del Paese nei mesi a venire, e forse per anni.

 

 

 

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