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255 - 12.06.04


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Universitš italiana o chiacchiere romane?

Guido Martinotti


Il titolo dell'articolo firmato da Pietro Citati su "Repubblica" dell'8 giugno 2004 parla molto chiaro: "Da Berlinguer alla Moratti. Il grande disastro dell'Universitł". Per Citati la riforma Berlinguer, che ha spezzato i curricula universitari in due parti da tre e due anni, ha avuto un effetto preciso, almeno nelle facoltł umanistiche: "Il livello degli studi si ś incredibilmente abbassato". Percorsi di studio troppo frammentari e brevi, programmi improntati alla semplicitł che non impegnano gli studenti nelle letture delle opere letterarie o di filosofia, ma si limitano a degli estratti, poche pagine di critica, qualche verso scelto. "Truffa" ś poi la parola con cui Citati definisce la laurea breve che promette promette, ma che non offre nessuna preparazione nž porta ad alcun lavoro. E i due anni del secondo ciclo di studi non promettono di migliorare la qualitš della nostra universitš, nž i progetti e le promesse della signora Moratti fanno sperare in un futuro di rose e fiori. Insomma, per Citati: "Il rusltato della GRANDE RIFORMA ś che in cinque anni si studierł molto meno e peggio che nel vecchio, mediocre ordinamento universitario di quattro anni".
Alle parole di Citati risponde Guido Martinotti




L'articolo di Pietro Citati, contiene varie osservazioni critiche sull'universita' italiana e sulla burocratizzazione dei curricoli, che sono degne di attenzione e che meriterebbero di essere commentate. E' per… difficile farlo perche' il lettore si trova di fronte soprattutto a una serqua di improperi e affermazioni categoriche buttate la' con arroganza e approssimazione. Cio' che non si capisce, in Citati come in altri commentatori "colti", sul tema dell'Universita' - o di altre criticita' del nostro paese - e' quel salire in cattedra per dispensare ad alzo zero insulti, che trovano giustificazione non in un ragionamento, ma nella ubris di chi parla, proponendosi come voce dell'indignazione del mondo.

L'articolo parte da una frase di elogio della riforma Berlinguer attribuita al ministro Moratti. Forse una siffatta singularity nella temperie politica italiana avrebbe meritato una qualche riflessione. Citati prende invece lo spunto per fare, su un ipotetico compromesso nazionale, dell'ironia non particolarmente ben riuscita, del tipo "i baffetti di d'Alema si intrecciarono con i folti manubri di La Russa". E prosegue dando ripetutamente dell'incompetente a Berlinguer e ai suoi consiglieri, piu' altri insulti alla Moratti e a Berlinguer stesso, definito, non si capisce bene perche', "un autore di pochades e vaudevilles neri". Per quel che mi riguarda, avendo collaborato alla riforma, prendo su e porto a casa (come si dice dalle mie parti) il giudizio di incompetente, espresso con tanta decisione da qualcuno che dell'universita' evidentemente si intende a fondo. Con un interlocutore cosi' non si puo' neppure usare lo strumento normale delle dispute tra persone colte, quello di far riferimento a scritti propri e di altri autori su questo tema. Tanto e' chiaro che Citati non e' interessato a quel genere di letteratura, di cui non cita una riga, ne' in generale all'accertamento di qualsivoglia fatto. Infatti dichiara "non pretendo di dire cose certe. Vorrei soltanto raccontare al lettore di Repubblica la farsesca e sinistra storia delle facolta' umanistiche", genericamente menzionate. Come si possa "raccontare una storia" senza dire "cose certe" ce lo dimostra abbondantemente in dieci colonne di piombo questo autore, che appartiene chiaramente a quel tipo di intellettuali umanisti di cui Franco Rositi dice che vengono dalle "arcaiche tradizioni italiote di retorica letteraria" e di "sentenziose filosofie"... e coltivano "un sapere che [ha] origine in qualche luogo nascosto dello spirito" invece che nell'osservazione dei fatti reali. Infatti le sue fonti sono un gruppo di professori di materie storico letterarie della facoltł di Lettere e filosofia dell'Universitł degli studi di Roma. Pertanto tutto il pomposo discorso sulla "Universitł italiana" si basa sulle lamentele di un gruppo di docenti degli atenei romani. Il mondo per Citati comincia e finisce la'.

A parte gli altri coloriti improperi rivolti a Berlinguer, del tutto indipendentemente dal giudizio sulla riforma di cui si parla, mi pare che l'accusa di incompetenza dimostri solo quella di chi scrive. Berlinguer e' stato per anni rettore di una importante universita' italiana e in funzione di questa carica membro del Direttivo della Conferenza dei Rettori delle Universita' Italiane, CRUI. E in questa veste e' stato animatore di un lungo dibattito sulla universita' italiana, con una serie di riunioni presso la Certosa di Pontignano, cui parteciparono, in modo del tutto volontario, senza troppe fanfare e senza avere commentatori di prima pagina che ne riferissero, gran parte di quelli che possiamo definire esperti dell'universita' italiana, o perche' studiosi specialisti nel campo dell'istruzione superiore o perche' amministratori di grandi universita', come Paolo Mantegazza, rettore dell'Universita' degli studi di Milano, certo non noto per essere un estremista. Si puo' dare dell'incompetente a una persona cosi'? E da quale pulpito e con quale competenza Citati esprime questo giudizio?

Purtroppo tutto l'articolo œ su questo tono che rende assai arduo entrare nel merito, il che significa che chi scrive non ha lo scopo di aprire una discussione, un dibattito, ma solo quello di utilizzare un podio occasionale per cercare di umiliare i propri nemici o presunti tali, anche a costo di dire inesattezze pi¦ o meno gravi. E' il modello dell'ora di odio immortalata da Orwell in 1984, e messa in pratica, pochi anni dopo la fatidica data futura, dalle trasmissioni di Sgarbi e di tanti maggiori o minori imitatori e che ha ormai definito uno stile assai diffuso per cui chi accede a un qualsiasi pulpito, per i meriti pi¦ vari, si sente in dovere di fare la morale su tutto. Cosi' Totti puo' fare l'umorista, Celentano puo' parlare dell'universo mondo, i politici del governo insultare a mano libera tutti i loro avversari politici, Citati discettare di universitł, di cui dimostra di sapere solo quel che gli viene riferito dagli amici.

Cito solo un paio di affermazioni. Con suprema superiorita' Citati scrive " I suoi consiglieri [di Berlinguer] inventarono i "moduli", i "crediti" i "debiti". Non chiedetemi di spiegarveli" (e' roba matematica, non buona per gli intellettuali. Ndr). Ora, il sistema dei crediti per valutare il lavoro compiuto da uno studente nel corso dei propri studi esiste da sempre nelle universitł di modello anglosassone e di recente e' stato introdotto consensualmente in tutto il sistema europeo. E' una delle cose piu' semplici di questo mondo e la capisce anche quello studente demente (leggasi che non ha frequentato il liceo classico, perche' il punto e' tutto li') che Citati descrive con dovizia di aggettivi ("emette[re] suoni vagamente romaneschi, borborigmi, biascichii, blaterii senza forma ne' contenuto"). Arriva Citati che con la classica sprezzatura dell'"ultimo spadifero d'Italia", dice che non lo capisce. Liberissimo, ma che c'entra con l'incompetenza di Berlinguer o della Moratti?

E' chiaro che se il disastro dell'Universitł italiana fosse da attribuire a Berlinguer Moratti (si noti di passata che il Ministro Moratti pu… essere incolpato al massimo di tentato reato, perche' sinora non ha praticamente ancor fatto nulla. Ma forse quelli che informano Citati non glielo hanno spiegato bene) vuol dire che prima del Decreto del 3 novembre 1999, n.509, l'universita' italiana funzionava bene. A uno meno dichiaratamente disattento ai fatti come Citati, varrebbe la pena di chiedere come mai se funzionava cos– bene l'universitł italiana pre-berlingueriana si sia rivelata una sorta di imbuto trappola per milioni di giovani. Tanto per dare qualche cifra: in termini assoluti, negli ultimi quattro decenni del secolo ventesimo si sono rivolti all'universitł per avere una istruzione superiore, 9.187.154 giovani attorno ai diciannove anni di etł. L'istituzione universitaria ne ha laureati 2.933.847 (il 31.93% ovvero meno di 1 su 3) e ne ha scartati 6.253.307, cioe' 7 su 10. E poiche' quasi tutte queste persone fanno parte della popolazione attiva ancora vivente, cio' significa che piu' di uno su quattro degli italiani adulti e attivi, hanno avuto dell'istituzione universitaria solo un'esperienza negativa. Il sistema universitario italiano stava andando alla deriva ben prima che intervenissero Ruberti e Berlinguer. Ma non mi risulta che i Citati vari se ne fossero accorti. Anzi adesso Citati butta li' con la sicumera di chi possiede la verita' assoluta, mentre invece sta dicendo una frescaccia, che i fuori corso erano utili perche' tanto in Italia ci sono troppi laureati (falso). "Era (quando? ndr) inutile preoccuparsi dei fuori corso gli studenti di lettere laureati in quattro o cinque anni erano moltissimi. Il loro numero superava quello dei professori richiesti. Gli studenti fuori corso avrebbero potuto fare i falegnami, gli idraulici, i corniciai, gli elettricisti: professioni nobilissime, difficilissime e quasi abbandonate dagli italiani". Cosi' la profonda competenza di Citati in materia di sistemi universitari sarebbe quella di investire denaro pubblico per un sistema che assorbe studenti senza farli laureare. Geniale davvero.

Era purtroppo prevedibile, ed e' stato ampiamente previsto nei documenti preparatori della riforma, che ogni tentativo di porre riparo ai grandi guai dell'universita' italiana, sarebbe stato oggetto delle pi¦ violente recriminazioni che avrebbero attribuito alle innovazioni (che sono ancora in atto e i cui risultati sono ben lontani dall'aver prodotto effetto) tutti i guasti, anche precedenti, del sistema; secondo la nota logica di guardare il dito e non la luna.

Ma c'e' un punto dell'articolo di Citati che mi ha particolarmente colpito. "All'universita' si presentavano (quando? ndr), come sempre, studenti appassionati e brillanti che leggevano tutti i libri, frequentavano le eccellenti biblioteche italiane e straniere di Roma". Ora, se ce' un aspetto veramente carente delle tradizionali universitł italianee' la biblioteca. E' dal 1964, dopo avere frequentato per due anni delle vere biblioteche come la Widener di Harvard, la Butler di Columbia, la Doe Moffit e le altre numerose libraries di UCB, che mi batto (non solo io ovviamente) perche' le biblioteche universitarie italiane si trasformino, come dice Eva Cantarella, da quelle biblioteche "avare" che erano (e che sono ancora in gran parte) in quelle biblioteche "generose" che, chi ha potuto farlo, ha conosciuto e usato nelle tanto odiate universitł americane. Giusto perch¹ il lettore lo sappia e non si faccia fuorviare dalle lodi citatiane di un mondo che non fu, le biblioteche universitarie italiane erano (e in parte sono ancora) fatte cosi'. I professori, soprattutto i cattedratici, comperano con i soldi di tutti i libri che gli interessano e fin qui niente di male, ma poi li tengono in gran parte chiusi nei loro studi "perche' non vengano rubati". In realta' questo e' sempre stato il modo migliore per farli rubare, come si sa benissimo: Gaetano Salvemini in Memorie di un fuoriuscito racconta della biblioteca di un famoso professore italiano donata a Harvard, o a un'altra universitł non ricordo piu' bene, che risulto' costituita per la meta' da libri dell'ateneo in cui insegnava il generoso docente. Mi piacerebbe tanto dare una occhiata alle biblioteche private degli intellettuali italiani. Ma anche se non rubati i libri dell'universita' d'antan erano comunque "sottratti", all'uso comune.

Una mia vecchia conoscenza, grande luminare di statistica, confessava con allegra malizia di essere andato in cattedra portandosi a casa gli ultimi numeri delle riviste via via che arrivavano in istituto, cosi' che gli altri giovani assistenti non potessero leggerli. Ma forse Citati non frequenta le biblioteche universitarie, che solo di recente, grazie a una generazione di valenti bibliotecari di grandissima qualitł che hanno recepito, loro si', le innovazioni della comunita' internazionale, cominciano a trasformarsi in luoghi di studio e di lavoro per tutti. Almeno in questo settore i miglioramenti delle universita' italiani sono sensibili (pur entro un quadro di incredibili ristrettezze finanziarie, che appartenendo alla categoria dei fatti certi, non interessano minimamente a Citati).

La conclusione dell'articolo ś tipica dei lodatori di un passato che non c'œ mai stato. Citati scrive, senza rinunciare all'improperio fuori posto, che la colpa non œ tutta di Luigi Berlinguer e Letizia Moratti, bonta' sua. "Sebbene siano nulli, sono (in parte) innocenti". Bontł sua. Di chi e' la colpa? Surprise, surprise e' della cultura di massa. "Tutte queste demenze universitarie dipendono (e qui il Citati introduce un nesso causale davvero brillante e soprattutto originale. Ndr) dagli ultimi trenta (o quaranta) anni di folle benessere e folle stupiditł. Andiamo alle Seychelles, alle Maldive, a Samoa, in Antartide, passiamo il fine settimana nella seconda, quarta, o quinta casa (sic)" e via stigmatizzando a grandi sciabolate. Liber scriptus proferetur in quo totum continetur unde mundus iudicetur€ Tuba mirum sparget sonum, perepe', perepe', perepe'. In questo maelstrom di nequizie planetarie il povero Berlinguer e la povera Moratti vengono davvero annichilati. Invece, secondo Citati e il modello spencer-spengleriano che da quasi due secoli nutre il mondo dei luoghi comuni degli intellettuali middlebrow, "i cinesi e gli indiani € fanno cose difficilissime". A Roma ci si corrompe nel lassismo mentre ai confini dell'impero i barbari si temprano. Quando sento queste lodi di un mondo scomparso, peraltro noto solo ai laudatores, mi viene in mente lo storico inglese A.J.P. Taylor, il quale, a proposito delle discussioni che si facevano a Oxford sul declino della civilizzazione, scrive che "significavano solo che i professori universitari una volta avevano dei servitori domestici e che oggi devono farsi il bucato da soli". Ma aggiunge maliziosamente E.H.A. Carr, "agli ex-domestici, che i professori facciano da se' il bucato potrebbe apparire un segno di progresso."



 




 

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