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242 - 13.12.03


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Una cultura tante differenze

Mario Baudino con Paola Casella


All'interno della rassegna Scrittorincittà che si è svolta a Cuneo dal 21 al 23 novembre, si è svolto l'evento La rencontre de Cuneo, che ha riunito gli organizzatori dei più importanti festival di letteratura europei per avviare un'attività di coordinamento permanente. Il seminario, promosso dall'associazione "Les Rencontres" di Parigi, offriva l'occasione di analizzare e discutere lo stato presente e il possibile ruolo futuro di manifestazioni sempre più diffuse e ormai diventate fenomeno di massa. Ulteriore obiettivo, la creazione di un osservatorio dei festival e di un polo d'incontro e confronto stabile per gli autori europei. Ce ne parla Mario Baudino, giornalista de La Stampa e condirettore di Scrittorincittà.

Come è nata l'idea del seminario?

Un po' per caso, da una conversazione con l'associazione francese Les Rencontres che organizza iniziative culturali internazionali, con la quale eravamo da tempo in contatto perché, data la posizione geografica di Cuneo, teniamo sempre una porta aperta sulla Francia. Abbiamo subito aderito alla proposta di di riunire a Cuneo i festival di letteratura più importanti, e con un finanziamento europeo l'associazione Les Rencontres ha finanziato la cosa. Ci siamo divisi gli incarichi a metà: noi li abbiamo ospitati e loro hanno fatto gli inviti. E abbiamo subito riscontrato un grande interesse da parte dei festival, che avevano una gran voglia di parlare gli uni con gli altri. Ci siamo trovati per le mani un grosso seminario che sembrava una riunione della Nato, perché erano rappresentati tutti i festival letterari più importanti, dal Festivaletteratura di Mantova all'Hay Festival of Literature inglese, dal Internationales Literaturfestival di Berlino al norvegese Bjornson festivalen Molde og Nesset fino al Prague's Writers’ Festival, con larga rappresentanza della Francia, che non ha un festival nazionale, ma una pluralità di manifestazioni relativamente piccole.

Che cosa vi siete detti?

Molti sono arrivati chiedendo: che si fa? E noi abbiamo risposto: se volete vi raccontiamo la nostra manifestazione, e voi ci raccontate le vostre. Dopo un momento di incertezza reciproca, hanno cominciato a venir fuori i problemi. Il tema più forte emerso è che tutti i festival hanno esigenze individuali abbastanza distinte ma almeno un problema comune: quello dell'informazione reciproca sui programmi. Andando molto per conto proprio, talvolta i calendari dei festival si sovrappongono, con la conseguenza che spesso gli autori invitati da una manifestazione sono già impegnati con un'altra. Tutti i presenti hanno concordato sul fatto che uno scambio di informazioni reciproche sui programmi e sui nomi sarebbe molto utile, e allora si è cominciato a parlare in termini di rete, da una cosa minima, che potrebbe essere di mettere su ciascuno dei nostri siti dei link agli altri, a un progetto più ambizioso: un portale unico con accesso privilegiato usabile per lo scambio di informazioni attraverso una chat protetta, un luogo dove proporre e discutere i propri problemi. Una mia idea molto ambiziosa sarebbe quella di formare un'agenzia comune che si occupi degli sponsor internazionali, le grandi aziende che fanno pubblicità in tutta Europa e che potrebbero avere un interesse, se glielo si proponesse nei termini dovuti, ad articolare una sponsorizzazione globale su un certo numero di festival. Ma già creare un portale comune sarebbe un grosso successo.

E se, all'interno di questa rete, i pesci grandi fagocitassero i pesci piccoli?

Forse in questo campo la differenza fra pesci grandi e piccoli non è così significativa, perché si tratta comunque di festival realizzati su base volontaria cercando di spendere il meno possibile e i budget non si discostano moltissimo l'uno dall'altro. I francesi sono molto legati alla mano pubblica, perché di fatto i loro sono festival creati dai vari dipartimenti, e quindi magari hanno un interesse locale più forte, ma anche loro fanno cose interessanti: ad esempio quello di Manosque, che è la città di Jean Giono, è relativamente piccolo e locale, però ha sviluppato un'attività di consulenza e informazione con l'Algeria, mettendo le proprie capacità e contatti a disposizione degli algerini per aiutarli a organizzare i loro festival.

Oggi come oggi, che cosa caratterizza un festival letterario?

I festival letterari hanno tutti almeno due "gambe", indipendentemente dalla loro dimensione: la prima è l'esigenza di fornire un servizio al proprio territorio, che in fondo è la vera ragione dei festival, cioè creare occasioni di incontro e stimoli per i lettori della zona. Questo lo fa Scrittorincittà come il Festivaletteratura come l'Hay Festival. Certo, il territorio dell'Hay è quasi tutta l'Inghilterra e il Galles, mentre quello del Festivaletteratura è il grande bacino emiliano e lombardo-veneto, e il nostro è ancora più ristretto, ma la struttura è la stessa: tanti partecipanti dalle zone vicine, qualcuno da lontano, pochi da lontanissimo, in una struttura che funziona a cerchi concentrici.

La seconda "gamba" dei festival non guarda tanto al proprio territorio ma alla società letteraria in generale - sempre che esista ancora. Ogni festival se la gioca anche e sempre sul piano internazionale, dialoga con le altre istituzioni culturali e dell'informazione. Questa parte è altrettanto importante, una condizione non indispensabile ma necessaria, una risorsa da non sprecare rimanendo ancorati all'interesse strettamente locale.

Molti singoli festival infatti hanno già in corso qualche attività di collegamento internazionale.

Certamente: è vero ad esempio del Festivaletteratura di Mantova, che da qualche anno ha messo in piedi l'iniziativa Scrittori giovani, finanziata in parte da contributi europei, insieme ai festival di Inghilterra, Germania e Norvegia, e ogni anno pubblica un librino di traduzioni di autori esordienti in rappresentanza dei rispettivi paesi. E' un'iniziativa interessante, anche se secondo me si sovrappone un po' alla normale attività editoriale e rischia di restare un po' "clandestina". Noi a Cuneo abbiamo creato un gemellaggio con Chambéry, dove ha un certo successo il Festival du Premier Roman, e abbiamo istituito il Premio del primo romanzo a Cuneo che è interattivo rispetto a Chambéry e coinvolge biblioteche e scuole: i ragazzi premiano il miglior primo romanzo italiano ma si leggono anche i premiati del festival francese. Sono scambi di informazioni, letture, discussioni molto interessanti e arricchenti, anche se naturalmente si concretizzano più facilmente in situazioni transfrontaliere: ci sono meno difficoltà logistiche a spostare una classe da Cuneo a Chambéry che a portarla in Finlandia. E c'è anche una maggiore affinità di lingua.

A proposito: in quale lingua si è svolto il seminario La rencontre de Cuneo?

Dopo lunghe discussioni si è stabilito che ognuno parlasse nella propria, anche perché avevamo preso un accordo con una scuola per interpreti, per cui siamo riusciti a mettere in piedi senza grosso sforzo economico una traduzione simultanea per tutti. Comunque le lingue dominanti erano italiano, francese e inglese, parlato, oltre che dai madrelingua, da tedeschi e norvegesi.

Pensate di avvalervi anche in futuro dei finanziamenti dell'Unione?

Certamente: il finanziamento europeo verrà chiesto dal "consorzio", non appena esisterà una struttura organizzata e qualcuno che possa parlare a nome di tutti. Per un po' continueranno ad essere i francesi ad occuparsi dell'organizzazione, visto che è andata benissimo questa volta. Ma in futuro, ad esempio per allestire un portale, bisognerà creare un'associazione ad hoc.

Uno dei punti chiave del programma del seminario era quello di dare visibilità ai giovani autori a livello europeo.

Sì, e le considerazioni fatte partivano dalla constatazione che la letteratura giovane non ha tanto bisogno di essere promossa quanto di essere protetta. E' vero che ormai gli editori internazionali sono sempre più spesso a caccia di giovani autori, al punto che basta essere giovani per essere pubblicati, e in libreria compaiono i diciassettenni. Il problema però è che questi autori vengono pubblicati e poi abbandonati a se stessi, il turnover è molto veloce, se un nuovo autore non ha subito successo si passa subito a un altro.

E' chiaro che i festival non possono interventire sul mercato, ma possono dare ai giovani scrittori un pubblico un po' più solido di quello che si compra il libro sull'onda di uno scandalo o di un'accurata campagna di marketing. Mettere in circolazione nuovi autori dovrebbe voler dire permettere loro di radicarsi, di conquistare uno zoccolo duro di lettori. Bisogna consentire loro di diventare anche autori di mezza età, di raggiungere la maturità continuando a scrivere.

Questo è il tipo di sostegno che una rete di festival può dare: prendere un gruppo di giovani autori in cui crede e metterli in circolo, volendo traducendoli, anche se su questo ho qualche dubbio perché tradurre e raccogliere in un libretto non garantisce necessariamente visibilità ai giovani autori che in questo modo non entrano nel circuito editoriale. Moltiplicare gli incontri per un giovane scrittore invece è senz'altro molto utile, perché vuol dire moltiplicare le sue esperienze. Non che i giovani non viaggino, ma questo sarebbe viaggiare là dove ci sono i lettori ad aspettare, e questo è un confronto utile.

Oltre che con i lettori, un forum europeo consentirebbe ai giovani autori di incontrarsi anche fra di loro.

Se pensiamo di "scambiarci" giovani autori automaticamente creiamo incontri europei. Nell'ambiente dei festival succede inevitabilmente, gli autori si selezionano fra loro anche per affinità culturali, o per fasce d'età. L'autore giovane ovviamente è il più curioso, il più disponibile, quello che si diverte di più ai festival, anche perché ha più tempo libero e quindi si trattiene più a lungo.

Gli autori sono diventati molto mobili, incontrano molta gente e rivestono e soddisfano l'esigenza cosmopolita dell'intellettuale, un po' come accadeva nel Medioevo, quando l'Europa era unita quasi quanto adesso: il mandare in giro scrittori e studiosi in modo informale vuol dire far circolare idee, diventare comunità, favorire attraverso la conoscenza reciproca la formazione di una cultura europea.

Crede alla possibilità di costruire una comune identità culturale europea?

Questa è una domanda da un milione di dollari. E' probabilmente che esista già, anche se è una cultura plurale, fatta di somme di differenze, come del resto lo è l'identità di ogni singola nazione, che è la somma di tante identità mobili, metamorfiche, confuse. La ricchezza deriva proprio da questa multicomposizione. Quando porto a cena uno scrittore scandinavo sento delle differenze, ma percepisco anche molte similitudini fra noi: il tono della chiacchiera, se vogliamo, è lo stesso.

Questo potrebbe succedere anche con uno straniero non europeo?

La verità? Sì, succederebbe anche con extraeuropeo, perché la cultura ormai è fortemente globalizzata, e la categoria degli scrittori, come quella dei politiologi o dei venditori di aspirapolvere, è ormai universale, e condivide un linguaggio comune. Casomai le differenze culturali sono meglio espresse in termini di quote di linguaggio condiviso: un islamico fondamentalista ha una quota di linguaggio comune con noi molto più bassa di un giapponese.

Il mondo è unificato dalla comunicazione e dall'inglese. All'Interno dell'Europa però, oltre al linguaggio comune, c'è una storia comune metabolizzata. L'Europa è, ad esempio, il luogo dove sono nati i due grandi totalitarismi del secolo scorso: fa differenza sentirli nel proprio passato invece che averli visti solo da fuori; averne imparato, magari male, la lezione, per averli vissuti sulla propria pelle invece che attraverso i libri. Anche i grandi errori e le sciagure hanno contribuito a creare e rafforzare una coscienza comune europea, che adesso esiste, anche se è difficile metterla a fuoco. Il fatto che sia presente nella nostra coscienza, è già una prova della sua esistenza.

 



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