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237 - 04.10.03


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Tra cultura e politica, è una questione di identità

Furio Cerutti con Mauro Buonocore


Avrà molto da lavorare la Conferenza Intergovernativa, molte sono infatti le questioni lasciate aperte dal Trattato che istituisce la Costituzione europea redatto dalla Convenzione, anche se il testo rappresenta un passo decisivo verso la formazine di un’identità politica dell’Europa unita. Questa l’opinione di Furio Cerutti, curatore con Enno Rudolph del volume Un'anima per l'Europa e Professore straordinario di Filosofia politica all’Università di Firenze.

Prof. Cerutti, nel libro Un'anima per l'Europa lei parla di diversi concetti di identità; in modo particolare mette in evidenza la differenza tra identità politica e culturale. Può chiarirci questa differenza?

Non si tratta evidentemente di due “cose”, due entità ontologicamente separate, bensì di due versanti insieme distinti ed interrelati della nostra identità di gruppo. L’identità culturale è l’insieme più o meno organico di immagini del mondo, di meccanismi - per esempio - causali in esso riconosciuti e di significati metafisici, mitici, morali, estetici e così via ad esso attribuiti, un insieme che si esprime in forme appunto culturali, dalle più basse alle più alte, come si usa dire.

Quella politica, soprattutto nella modernità e in democrazia, contiene i valori politici o politicamente rilevanti (dunque non tutti i valori della nostra comunità sociale e culturale, come anche John Rawls ha riconosciuto), i principi normativi supremi, le narrazioni fondative, e in qualche caso mitiche, che danno senso a valori e principi nell’evoluzione del gruppo e della sua stessa identità. Questa quindi non è necessariamente, come spesso si vuol credere, un monolite che ci portiamo dietro dal passato e che ci impedisce di essere altra cosa da quello che siamo sempre stati. Un esempio di questa visione ingessata del concetto di cui stiamo parlando si trova nei discorsi su identità comunista e identità socialista nella sinistra italiana.

E’ l’identità politica allora che costituisce uno spazio su cui costruire un’entità nuova come può essere l’Unione.

L’identità culturale ce la portiamo dietro, ma pure la rielaboriamo e trasmettiamo a figli e nipoti secondo le nostre scelte complessive di vita. Quella politica, invece, ce la scegliamo quando fondiamo un gruppo politico, un Stato o un partito, scegliendo dalle varie culture quegli elementi che ci sembrano più adatti a favorire la convivenza e la solidarietà e scartandone altri, come la soggezione della politica a una religione o a una filosofia, che vanno bene agli uni e non agli altri. Essa contiene non solo un progetto (di essere uno Stato il più egualitario o il più liberale possibile), ma anche un vincolo normativo a realizzarlo o almeno renderlo possibile. Senza identità politica nessuna polis ha consistenza, perché non si sa bene perché mai i cittadini dovrebbero riconoscersi nelle stessi leggi; per questo essa è una condizione della legittimità (politica, non meramente legale) degli Stati e del loro agire.

Veniamo alle questioni che riguardano il Trattato che istituisce la Costituzione europea. Quali sono state le risposte che il lavoro elaborato dalla Convenzione ha trovato per consolidare un percorso comune verso una comune identità?

Il semplice fatto di scrivere una Costituzione per l’Europa promuove processi d’identificazione, non solo perché mette in mano a tutti una definizione dei comuni valori, principi e procedure, ma anche perché lancia promuove e lancia un dibattito pubblico e crea un polo simbolico di unità. Il resto dipende dalla qualità del testo costituzionale e dal contesto in cui esso viene alla luce.

Di buono questo testo ha, da un lato, l’integrazione nella Costituzione, quindi con pieno vigore normativo, della Carta dei diritti fondamentali, finora una dichiarazione non vincolante; e dall’altro una generalizzazione del voto a maggioranza nel Consiglio europeo che però va a regime solo nel 2009 (per cinque anni dopo l’allargamento, dunque, tutti i venticinque Stati membri avranno ampi poteri di veto).
Va poi menzionato il fatto che all’interno del testo, e precisamente nell’articolo art.I-5, è proclamato il rispetto delle identità nazionali, senza però perdere dimenticare quelle regionali e locali; allo stesso modo è importante citare il principio di sussidiarietà. L’Unione europea non deve né può diventare una supernazione e nemmeno una federazione di tipo classico, ma deve mantenere un equilibrio (anzi, sarebbe forse meglio parlare di un equilibrio-squilibrio) inedito fra i diversi livelli sia delle istituzioni sia delle lealtà soggettive dei governati.

Le risposte trovate dalla Convenzione sono soddisfacenti oppure la Conferenza Intergovernativa dovrà lavorare ancora molto sul testo?

Trovo che le risposte contenute nel Trattato per la Costituzione siano molto insoddisfacenti, ma non posso aspettarmi niente di buono dalla Conferenza intergovernativa. Se mettiamo da parte il rinvio del voto a maggioranza generalizzato e la definizione, probabilmente infelice, delle due presidenze (Consiglio intergovernativo e Commissione sopranazionale), dobbiamo considerare che l’avere scritto in un testo costituzionale la paralizzante regola dell’unanimità in politica estera e di sicurezza la rende molto più definitiva di quanto non sia mai stata. Non vedo come possano essere i governi nazionali, le cui élites sono tutelate da quella norma, a cambiarla; è come avere Erode a capo di un reparto ostetrico d’emergenza e sperare che ridia vita e salute ad un feto già deforme e malaticcio.

Cosa è esattamente che critica all’impostazione della politica estera dell’Unione?

Il punto è che nella sostanza la Costituzione, invece di essere il punto d’arrivo di una maturazione (iniziata nei secondi anni Ottanta) dell’Ue ad entità pienamente politica, ha certificato la sua incapacità di compiere ora l’ultimo passo con l’unificazione “comunitaria” della politica estera. Se ne riparlerà, se va bene, nella prossima generazione.
La clamorosa divisione sulla guerra in Iraq ha fin troppo emblematicamente coinciso con la stesura di queste regole costituzionali. Anziché sforzarsi anzitutto di governare insieme, ognuno dialettizzando la sua posizione con quella altrui, la globalizzazione ed i suoi disordini, i governi europei preferiscono rimanere separatamente i nani pretenziosi che contano ben poco nella politica mondiale. Se a questo s’aggiunge una crescente tendenza, soprattutto francese, ad infischiarsi delle regole di bilancio di Eurolandia, l’immagine di disunione si rinforza, demotivando oggi gli svedesi e domani i britannici ad entrarvi. Questi fatti politici macroscopici contano più di una proclamazione costituzionale sulla possibilità o meno che si formi in Europa un’identità politica. E forse questa chance si restringerà ai paesi del ceppo originario più Austria, Portogallo e Spagna, mentre Regno Unito, i paesi del nord e dell’est europeo preferiranno chiamarsi definitivamente fuori dalla trasformazione dell’Unione in attore politico capace di decidere ed agire. Anche per queste ragioni occorre guardarsi dal sopravvalutare la capacità della Costituzione di promuovere un’identificazione dei cittadini con una polis incompleta e, in questa fase, di precaria definizione.

Come giudica il dibattito mai sopito, e recentemente riaperto, sulla questione dei valori che dovrebbero essere chiaramente menzionati e riconosciuti all'interno della Costituzione?

Aborro l’idea, fortemente illiberale, che un consesso politico pretenda di dirmi quali valori culturali (figuriamoci poi religiosi) io debba avere e quali no. Quanto ai valori politici, dei quali soltanto ci si deve occupare scrivendo una Costituzione, essi sono definiti nell’art.I-2 del Trattato e poi nella Carta dei diritti fondamentale e tanto basta. Contano veramente i principi e le norme scritte dentro la Costituzione, non i pistolotti ad essa premessi (nella Costituzione italiana non ve n’è traccia) e dominati dalla confusione fra identità culturale e politica. Se i governi fossero insieme saggi e furbi, togliendosi dai piedi una “grana” e rinunciando alla retorica, essi nella Conferenza cestinerebbero il Preambolo. Un testo non solo superfluo, ma brutto nella cattiva filosofia della storia che trasuda ed infine scandaloso nella trionfalistica mancanza di ogni memoria delle tragedie e delle vittime che sono ineliminabili dalla storia europea e dalla stessa riflessione dalla quale è nato il processo d’integrazione. Per tutto quello che i miei coautori ed io abbiamo scritto in Un’anima per l’Europa, vorrei precisare che non sarei quindi contrario all’adesione della Turchia musulmana; salvo che fra tradizioni autoritarie e questione curda non vedo quando mai la Turchia possa soddisfare alle condizioni liberaldemocratiche minime per far parte dell’Unione, perfino del suo cerchio più esterno e meno politico.


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