329 - 25.10.07


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Kiev a metà strada
tra Mosca e Bruxelles

Antonello Biagini
con Andrea Neri


Le legislative anticipate in Ucraina non hanno dato il risultato che le parti in causa, e gli osservatori internazionali, auspicavano. Non c’è una maggioranza chiara. Governare non sarà una passeggiata. La spaccatura fra l’anima filo-russa e quella arancione, filo-occidentale, del Paese non sembra destinata a sanarsi. Almeno non nell’immediato. Saranno giorni di battaglie legali sulla validità del voto? Una nuova conta delle schede? Un progressivo normalizzarsi della situazione o magari, all’opposto, l’avviamento verso una condizione “cronica” di stagnazione? Con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto ad Antonello Biagini, Professore Ordinario di Storia dell’Europa Orientale all’Università degli Studi di Roma "La Sapienza".

Professor Biagini, che cosa ci si deve aspettare in questo immediato dopo-elezioni?

Sulla questione della legalità dell’espressione di voto, è chiaro che si può fare di tutto. Ma questa volta, a mio avviso, è più difficile perché c’è comunque un consenso internazionale che ha dichiarato che il voto è stato regolare. Poi i ricorsi sono possibili. Ma sostanzialmente denunce di broglio non ce ne sono state. Al di là del fatto che quella dei conteggi è una malattia di cui soffrono un po’ tutte le democrazie. Anche quelle più affermate, più consolidate. Il problema, quando lo scarto di voti è minimo, nasce sempre. C’è la volontà da parte di ognuno di poter ricontare, colmando quella piccola differenza. Ma questo non credo porterebbe molto lontano.

Quindi è sulla formazione di un governo che sorgono le vere difficoltà.

Certo. Soprattutto perché abbiamo assistito a una spaccatura interna al gruppo filo-occidentale: quella fra Yulia Timoshenko e Viktor Yushenko, che erano l’espressione, se non di uno stesso partito politico, almeno di uno stesso movimento. Tanto è vero che si è arrivati alle elezioni anticipate anche a causa di quella spaccatura. Le ultime notizie lasciano intendere che ci sia la volontà di Yushenko di accordarsi addirittura con gli ex comunisti per fare un governo ed escludere la Timoshenko. Quindi un panorama nel quale è veramente difficile individuare quali potranno essere le mosse successive.

E sul piano internazionale?

C’è la novità della Russia, che non ha lanciato i proclami della volta scorsa. E questo è un piccolissimo passo avanti. Ma molto piccolo. Potrebbe significare in qualche modo che si accetta, almeno formalmente, il risultato delle elezioni.

Anche se Gazprom ha già richiesto alla società pubblica ucraina Naftogaz che venga saldato un presunto debito da capogiro. Come si conciliano questi due approcci?

Appunto. L’accettazione è solo formale perché, se poi si presenta un conto da un miliardo e rotti di dollari per il gas, significa che in qualche modo il risultato non viene accettato. Tuttavia invece di farlo in maniera “rozza”, sul piano ufficiale, si cerca di farlo attraverso la strada economica. Che poi è “l’arma” che in questo momento la Russia, con la politica di Vladimir Putin, sta utilizzando.

Ma secondo lei questo batter cassa, con una cifra esorbitante, è soltanto una strategia di pressione? Che conseguenze ci saranno se davvero Kiev dovrà saldare un debito di quelle proporzioni?

Intanto come strumento di pressione è ancora più raffinato. Perché attraverso l’Ucraina si minaccia anche di tagliare i rifornimenti all’Europa. Tanto è vero che le recenti dichiarazioni da parte dei vertici dell’Unione Europea suggerivano di risolvere questo contenzioso tra Ucraina e Russia, per non ritrovarsi vittima della situazione. Quindi c’è una doppia mossa. Che potrebbe anche essere solo psicologica, propagandistica. Ma sta di fatto che, se risulterà che questo debito esiste, sarà difficile negarlo. E soprattutto sarà difficile evitare la “chiusura dei rubinetti”. Questo ovviamente avrà una ricaduta immediata sull’Ucraina. Ma interessa anche noi europei. Da questo punto di vista la politica russa è una politica di alto rischio: minacciare troppo può anche non portare i risultati sperati. Ma è anche vero che la minaccia è concreta. Quindi l’abilità è stata quella di legare i destini dell’Ucraina a quelli dell’Europa. Anche se non viene detto chiaramente e in caso di strappo la “colpa” verrà fatta ricadere sull’Ucraina.

Che però, come paese, ha una doppia anima, giusto?

È una nazione. Ma ancora senza un’idea di unità nazionale. Ci sono “due Ucraine”. Forse anche di più a dire il vero. Ma grosso modo due: una che dalla metà del Seicento era stata dominata dalla Polonia. L’altra invece dominata dalla Russia zarista. L’esperienza storica in queste situazioni ci dice che un’arma inizialmente solo psicologica, di pressione, può diventare un’arma estremamente concreta, estremamente dannosa. E non c’è dubbio che la Russia oggi detenga questo “monopolio” del potere. Tanto più sul piano energetico. È un dato di fatto. Lo sta utilizzando a tutto campo per avere un diverso riconoscimento da parte degli europei. Da parte di quelle che una volta erano le potenze occidentali.

Passiamo invece alla popolazione ucraina. Come è stato vissuto questo voto? Che interesse c’è fra la gente per la bagarre politica? È vero, come diceva la stampa locale nei giorni scorsi, che un ucraino su due avrebbe votato per chiunque in cambio di cibo?

Per assistere a fenomeni di questo tipo in realtà non bisogna nemmeno arrivare a Paesi come l’Ucraina. Un disinteresse della popolazione, dell’opinione pubblica per certi avvenimenti della politica, per certe grandi scelte della politica che spesso non vengono neanche comprese. Ma nel caso specifico, e non è la prima volta che accade nei Paesi ex socialisti, c’è una sorta di nostalgia di un sistema dittatoriale. Nostalgia forse è un termine eccessivo, salvo che per alcune sacche di conservazione. Però indubbiamente rispetto a un mondo per così dire “ordinato”, in cui c’era poco di tutto, ma quel poco che c’era era sicuro, c’è un certo desiderio. Soprattutto rispetto all’andamento dell’economia, agli arricchimenti improvvisi di cui sono protagonisti non soltanto la vecchia nomenclatura sovietica o i figli della vecchia nomenclatura ma anche gli esponenti filo-occidentali, arricchiti in maniera sproporzionata rispetto ai dati del Paese. Ecco, in questo senso si può anche capire il disinteresse di fronte al dibattito. Che poi in realtà non è - bisogna sottolinearlo - un dibattito politico di grandi scelte, del tipo “Con chi stiamo? Con l’Europa? Con la Russia? Con nessuno dei due? Oppure ci collochiamo come un ponte, un collegamento fra queste due realtà?”.
Spesso invece il dibattito si riduce quasi a questioni personali fra i leader. Tutto ciò può essere compreso, al limite, dalla popolazione delle città. Ad esempio per Kiev si può parlare di una consapevolezza diversa di certi avvenimenti politici. Ma nell’estensione del Paese, probabilmente tutto questo arriva poco, male. Non c’è nulla di strano: la prima cosa di cui la popolazione si interessa è la sopravvivenza. Poi ci si può mettere a discutere anche dei massimi sistemi...Ma prima di tutto bisogna avere le condizioni di vita minime. Quindi di fronte a una situazione oggettivamente difficile, altro che allontanamento dalla politica come avviene in Occidente! Qui siamo quasi di fronte a un rifiuto della politica stessa. Si devono fare i conti con la mentalità di una popolazione che per anni ha vissuto in un sistema che pre-ordinava tutto. All’improvviso si trovano a potersi teoricamente esprimere, governare attraverso rappresentanti. E vedono poi che il risultato è spesso più negativo che in passato. È logico che la gente risponda in questo modo.

Date tali premesse e data la grande divisione fra la parte Sud e orientale del Paese, russofona e ortodossa e quella occidente, è ipotizzabile un’Ucraina che si divide in due?

È chiaro che se non si trova a livello centrale una sintesi, un accordo fra le due realtà, la situazione rimarrà in fibrillazione per molto tempo fino a un’ipotetica e rovinosa spaccatura. In questo quadro si inserisce la ripresa politica della Russia che vuole ricompattare sé stessa, riaffermare il suo ruolo nel mondo. Se non com’era in epoca sovietica, almeno come un soggetto di spicco a livello internazionale. In differenti ambiti. Basti pensare al Kosovo. Quindi non è solo nello stretto vicinato, ma anche a livello più ampio. Se a questo si aggiungono i problemi che ancora ha l’Unione Europea a rendersi unione politica rispetto ad una pura unione economica, si potrebbe mano a mano allargare la forbice. Da un lato fino al punto dell’affermazione di un qualche sistema autoritario, che potrebbe esserci sia da una parte che dall’altra, non necessariamente dalla parte filo-russa. D’altro lato è ovvio che nessuno auspica una spaccatura: sarebbe un problema anche per gli altri soggetti internazionali. Ma certo è che la Russia non cederà facilmente il potere, l’influenza, il controllo che può esercitare su un territorio nevralgico da questo punto di vista. Non tanto dal punto di vista militare. Ma dal punto di vista dell’espressione di sé stessa come Russia rispetto ad altri “pezzi” del vecchio sistema sovietico.

Visto lo scenario, a tre anni dalla Rivoluzione Arancione, cosa resta di quello spirito? Non è il caso di chiedersi se davvero c’è stata una “rivoluzione”? Non sarà che in parte ci abbia messo lo zampino anche il desiderio europeo e occidentale di vedere uno slancio verso la democrazia?

Vede, noi come storici abbiamo discusso anche in maniera animata sul concetto di rivoluzione, di ribellione. Quando c’è una rivoluzione? Pensi all’ampiezza del dibattito su questo tema anche per il ’56 ungherese. Il termine “rivoluzione” è molto in voga e dentro ci entra un po’ di tutto. Indubbiamente nella prima espressione, quella del grande movimento di massa, nel momento di grande consenso, c’era il motivo ideale di un’indipendenza finalmente raggiunta dopo oltre 400 anni di dominazione esterna. La propensione per l’Europa, per il mito dell’Europa, per il modello di ricchezza, di qualità della vita, eccetera è tipico di molti paesi e anche dell’Ucraina. Quindi la parte iniziale del movimento ucraino è sicuramente una parte ideale che si sposa poi con il problema della libertà economica e quindi delle libertà politiche. Poi certo, i personaggi che dettano questa politica spesso non riescono a compiere il processo con coerenza, scattano meccanismi d’interesse personale.

Il problema insomma della tendenza del potere a riprodurre sé stesso?

Certo. Ma una democrazia consolidata può sopportare – anche se con difficoltà – momenti di caduta della tensione morale, etica. Mentre in democrazie così recenti quindi così deboli tutto questo è molto pericoloso. È pericoloso in qualsiasi caso. Ma ancora più pericoloso per una democrazia giovane come quella ucraina che, come dicevamo, ha già un problema di identità visto che comprende realtà completamente diverse, per alcuni secoli sottoposte a dominazioni diverse. Con lingue diverse e con religioni diverse. Cattolici gli uni, ortodossi gli altri. Cosa che non è un fattore di rottura in sé e per sé. Ma può diventarlo nel contesto di una politica che da un lato guarda alla Russia, dall’altro all’Unione Europea.

 

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