Le legislative
anticipate in Ucraina non hanno dato il risultato che
le parti in causa, e gli osservatori internazionali,
auspicavano. Non c’è una maggioranza chiara.
Governare non sarà una passeggiata. La spaccatura
fra l’anima filo-russa e quella arancione, filo-occidentale,
del Paese non sembra destinata a sanarsi. Almeno non
nell’immediato. Saranno giorni di battaglie legali
sulla validità del voto? Una nuova conta delle
schede? Un progressivo normalizzarsi della situazione
o magari, all’opposto, l’avviamento verso
una condizione “cronica” di stagnazione?
Con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto ad Antonello
Biagini, Professore Ordinario di Storia dell’Europa
Orientale all’Università degli Studi di
Roma "La Sapienza".
Professor Biagini, che cosa ci si deve aspettare
in questo immediato dopo-elezioni?
Sulla questione della legalità dell’espressione
di voto, è chiaro che si può fare di tutto.
Ma questa volta, a mio avviso, è più difficile
perché c’è comunque un consenso
internazionale che ha dichiarato che il voto è
stato regolare. Poi i ricorsi sono possibili. Ma sostanzialmente
denunce di broglio non ce ne sono state. Al di là
del fatto che quella dei conteggi è una malattia
di cui soffrono un po’ tutte le democrazie. Anche
quelle più affermate, più consolidate.
Il problema, quando lo scarto di voti è minimo,
nasce sempre. C’è la volontà da
parte di ognuno di poter ricontare, colmando quella
piccola differenza. Ma questo non credo porterebbe molto
lontano.
Quindi è sulla formazione di un governo
che sorgono le vere difficoltà.
Certo. Soprattutto perché abbiamo assistito
a una spaccatura interna al gruppo filo-occidentale:
quella fra Yulia Timoshenko e Viktor Yushenko, che erano
l’espressione, se non di uno stesso partito politico,
almeno di uno stesso movimento. Tanto è vero
che si è arrivati alle elezioni anticipate anche
a causa di quella spaccatura. Le ultime notizie lasciano
intendere che ci sia la volontà di Yushenko di
accordarsi addirittura con gli ex comunisti per fare
un governo ed escludere la Timoshenko. Quindi un panorama
nel quale è veramente difficile individuare quali
potranno essere le mosse successive.
E sul piano internazionale?
C’è la novità della Russia, che
non ha lanciato i proclami della volta scorsa. E questo
è un piccolissimo passo avanti. Ma molto piccolo.
Potrebbe significare in qualche modo che si accetta,
almeno formalmente, il risultato delle elezioni.
Anche se Gazprom ha già richiesto alla
società pubblica ucraina Naftogaz che venga saldato
un presunto debito da capogiro. Come si conciliano questi
due approcci?
Appunto. L’accettazione è solo formale
perché, se poi si presenta un conto da un miliardo
e rotti di dollari per il gas, significa che in qualche
modo il risultato non viene accettato. Tuttavia invece
di farlo in maniera “rozza”, sul piano ufficiale,
si cerca di farlo attraverso la strada economica. Che
poi è “l’arma” che in questo
momento la Russia, con la politica di Vladimir Putin,
sta utilizzando.
Ma secondo lei questo batter cassa, con una
cifra esorbitante, è soltanto una strategia di
pressione? Che conseguenze ci saranno se davvero Kiev
dovrà saldare un debito di quelle proporzioni?
Intanto come strumento di pressione è ancora
più raffinato. Perché attraverso l’Ucraina
si minaccia anche di tagliare i rifornimenti all’Europa.
Tanto è vero che le recenti dichiarazioni da
parte dei vertici dell’Unione Europea suggerivano
di risolvere questo contenzioso tra Ucraina e Russia,
per non ritrovarsi vittima della situazione. Quindi
c’è una doppia mossa. Che potrebbe anche
essere solo psicologica, propagandistica. Ma sta di
fatto che, se risulterà che questo debito esiste,
sarà difficile negarlo. E soprattutto sarà
difficile evitare la “chiusura dei rubinetti”.
Questo ovviamente avrà una ricaduta immediata
sull’Ucraina. Ma interessa anche noi europei.
Da questo punto di vista la politica russa è
una politica di alto rischio: minacciare troppo può
anche non portare i risultati sperati. Ma è anche
vero che la minaccia è concreta. Quindi l’abilità
è stata quella di legare i destini dell’Ucraina
a quelli dell’Europa. Anche se non viene detto
chiaramente e in caso di strappo la “colpa”
verrà fatta ricadere sull’Ucraina.
Che però, come paese, ha una doppia
anima, giusto?
È una nazione. Ma ancora senza un’idea
di unità nazionale. Ci sono “due Ucraine”.
Forse anche di più a dire il vero. Ma grosso
modo due: una che dalla metà del Seicento era
stata dominata dalla Polonia. L’altra invece dominata
dalla Russia zarista. L’esperienza storica in
queste situazioni ci dice che un’arma inizialmente
solo psicologica, di pressione, può diventare
un’arma estremamente concreta, estremamente dannosa.
E non c’è dubbio che la Russia oggi detenga
questo “monopolio” del potere. Tanto più
sul piano energetico. È un dato di fatto. Lo
sta utilizzando a tutto campo per avere un diverso riconoscimento
da parte degli europei. Da parte di quelle che una volta
erano le potenze occidentali.
Passiamo invece alla popolazione ucraina. Come
è stato vissuto questo voto? Che interesse c’è
fra la gente per la bagarre politica? È vero,
come diceva la stampa locale nei giorni scorsi, che
un ucraino su due avrebbe votato per chiunque in cambio
di cibo?
Per assistere a fenomeni di questo tipo in realtà
non bisogna nemmeno arrivare a Paesi come l’Ucraina.
Un disinteresse della popolazione, dell’opinione
pubblica per certi avvenimenti della politica, per certe
grandi scelte della politica che spesso non vengono
neanche comprese. Ma nel caso specifico, e non è
la prima volta che accade nei Paesi ex socialisti, c’è
una sorta di nostalgia di un sistema dittatoriale. Nostalgia
forse è un termine eccessivo, salvo che per alcune
sacche di conservazione. Però indubbiamente rispetto
a un mondo per così dire “ordinato”,
in cui c’era poco di tutto, ma quel poco che c’era
era sicuro, c’è un certo desiderio. Soprattutto
rispetto all’andamento dell’economia, agli
arricchimenti improvvisi di cui sono protagonisti non
soltanto la vecchia nomenclatura sovietica o i figli
della vecchia nomenclatura ma anche gli esponenti filo-occidentali,
arricchiti in maniera sproporzionata rispetto ai dati
del Paese. Ecco, in questo senso si può anche
capire il disinteresse di fronte al dibattito. Che poi
in realtà non è - bisogna sottolinearlo
- un dibattito politico di grandi scelte, del tipo “Con
chi stiamo? Con l’Europa? Con la Russia? Con nessuno
dei due? Oppure ci collochiamo come un ponte, un collegamento
fra queste due realtà?”.
Spesso invece il dibattito si riduce quasi a questioni
personali fra i leader. Tutto ciò può
essere compreso, al limite, dalla popolazione delle
città. Ad esempio per Kiev si può parlare
di una consapevolezza diversa di certi avvenimenti politici.
Ma nell’estensione del Paese, probabilmente tutto
questo arriva poco, male. Non c’è nulla
di strano: la prima cosa di cui la popolazione si interessa
è la sopravvivenza. Poi ci si può mettere
a discutere anche dei massimi sistemi...Ma prima di
tutto bisogna avere le condizioni di vita minime. Quindi
di fronte a una situazione oggettivamente difficile,
altro che allontanamento dalla politica come avviene
in Occidente! Qui siamo quasi di fronte a un rifiuto
della politica stessa. Si devono fare i conti con la
mentalità di una popolazione che per anni ha
vissuto in un sistema che pre-ordinava tutto. All’improvviso
si trovano a potersi teoricamente esprimere, governare
attraverso rappresentanti. E vedono poi che il risultato
è spesso più negativo che in passato.
È logico che la gente risponda in questo modo.
Date tali premesse e data la grande divisione
fra la parte Sud e orientale del Paese, russofona e
ortodossa e quella occidente, è ipotizzabile
un’Ucraina che si divide in due?
È chiaro che se non si trova a livello centrale
una sintesi, un accordo fra le due realtà, la
situazione rimarrà in fibrillazione per molto
tempo fino a un’ipotetica e rovinosa spaccatura.
In questo quadro si inserisce la ripresa politica della
Russia che vuole ricompattare sé stessa, riaffermare
il suo ruolo nel mondo. Se non com’era in epoca
sovietica, almeno come un soggetto di spicco a livello
internazionale. In differenti ambiti. Basti pensare
al Kosovo. Quindi non è solo nello stretto vicinato,
ma anche a livello più ampio. Se a questo si
aggiungono i problemi che ancora ha l’Unione Europea
a rendersi unione politica rispetto ad una pura unione
economica, si potrebbe mano a mano allargare la forbice.
Da un lato fino al punto dell’affermazione di
un qualche sistema autoritario, che potrebbe esserci
sia da una parte che dall’altra, non necessariamente
dalla parte filo-russa. D’altro lato è
ovvio che nessuno auspica una spaccatura: sarebbe un
problema anche per gli altri soggetti internazionali.
Ma certo è che la Russia non cederà facilmente
il potere, l’influenza, il controllo che può
esercitare su un territorio nevralgico da questo punto
di vista. Non tanto dal punto di vista militare. Ma
dal punto di vista dell’espressione di sé
stessa come Russia rispetto ad altri “pezzi”
del vecchio sistema sovietico.
Visto lo scenario, a tre anni dalla Rivoluzione
Arancione, cosa resta di quello spirito? Non è
il caso di chiedersi se davvero c’è stata
una “rivoluzione”? Non sarà che in
parte ci abbia messo lo zampino anche il desiderio europeo
e occidentale di vedere uno slancio verso la democrazia?
Vede, noi come storici abbiamo discusso anche in maniera
animata sul concetto di rivoluzione, di ribellione.
Quando c’è una rivoluzione? Pensi all’ampiezza
del dibattito su questo tema anche per il ’56
ungherese. Il termine “rivoluzione” è
molto in voga e dentro ci entra un po’ di tutto.
Indubbiamente nella prima espressione, quella del grande
movimento di massa, nel momento di grande consenso,
c’era il motivo ideale di un’indipendenza
finalmente raggiunta dopo oltre 400 anni di dominazione
esterna. La propensione per l’Europa, per il mito
dell’Europa, per il modello di ricchezza, di qualità
della vita, eccetera è tipico di molti paesi
e anche dell’Ucraina. Quindi la parte iniziale
del movimento ucraino è sicuramente una parte
ideale che si sposa poi con il problema della libertà
economica e quindi delle libertà politiche. Poi
certo, i personaggi che dettano questa politica spesso
non riescono a compiere il processo con coerenza, scattano
meccanismi d’interesse personale.
Il problema insomma della tendenza del potere
a riprodurre sé stesso?
Certo. Ma una democrazia consolidata può sopportare
– anche se con difficoltà – momenti
di caduta della tensione morale, etica. Mentre in democrazie
così recenti quindi così deboli tutto
questo è molto pericoloso. È pericoloso
in qualsiasi caso. Ma ancora più pericoloso per
una democrazia giovane come quella ucraina che, come
dicevamo, ha già un problema di identità
visto che comprende realtà completamente diverse,
per alcuni secoli sottoposte a dominazioni diverse.
Con lingue diverse e con religioni diverse. Cattolici
gli uni, ortodossi gli altri. Cosa che non è
un fattore di rottura in sé e per sé.
Ma può diventarlo nel contesto di una politica
che da un lato guarda alla Russia, dall’altro
all’Unione Europea.
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