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326 - 07.08.07


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Istanbul-Bruxelles, la
strada è ancora tortuosa

Silvia Di Bartolomei


Erdogan, vittorioso nelle elezioni del 22 luglio, annuncia che andrà avanti nel “sogno europeo” e lancia la sfida per Istanbul capitale europea della cultura nel 2010. Un gesto strategico e simbolico per dimostrare che nel suo Paese, ancora non ammesso a far parte dell’Unione, lo spirito europeo è presente e convive con le radici storiche e religiose che risalgono all’Impero ottomano.
Il cammino della Turchia verso l’Unione europea è, però, ancora tutto in salita. Durerà a lungo, almeno fino al 2014, si dice nei Palazzi di Bruxelles dove ormai da quasi dieci anni il capitolo è studiato in tutti i suoi aspetti. E poi, chissà. Perché troppe sono le questioni non risolte e molti gli ostacoli incontrati da quando nel 1999 il Consiglio di Helsinki riconobbe ufficialmente la candidatura della Turchia.

Come per ogni evento internazionale di rilievo, le considerazioni a favore e quelle contrarie si contrappongono in un fitto dibattito. La partita dell’adesione si gioca sul piano della convenienza economica, dell’opportunità politica, dell’impatto sociale, della sfera religiosa e culturale. Si tratta di un processo complesso e difficile secondo i più ottimisti, impossibile e anzi non auspicabile secondo chi avversa un ulteriore allargamento dell’Europa unita.
I requisiti richiesti per la chiusura positiva dei negoziati, vengono riassunti a Bruxelles sostanzialmente in tre punti. La Turchia deve dimostrare di avere una democrazia stabile, garante dello Stato di diritto e della tutela dei diritti umani e delle minoranze; deve saper rendere funzionante un’economia aperta alle leggi del mercato; deve recepire nel proprio ordinamento la legislazione dell’Unione. Dei 35 capitoli che racchiudono gli obiettivi fissati, attualmente è stato chiuso solo quello della ricerca scientifica. Si riprenderà con i capitoli sulla politica industriale e aziendale, sull’unione economica e monetaria, su statistiche e controllo finanziario.

Con l’ingresso della Turchia, almeno per i primi decenni, sono già previste conseguenze economiche pesanti per l’Unione europea, in particolare nel settore agricolo e nella ripartizione dei fondi che l’Ue riserva alle aree meno sviluppate. Tuttavia, vengono anche evidenziati gli indicatori economici che giocano a favore della chiusura positiva del negoziato. Dal 2002, quando Erdogan ha preso la guida del Paese, il prodotto interno lordo è cresciuto ogni anno tra il 6 e l’8 per cento, gli investimenti dall’estero sono cresciuti, l’inflazione si è stabilizzata, la disoccupazione è scesa sotto il 10 per cento. Una fitta rete delle relazioni commerciali con i Paesi europei fa ormai della Turchia un partner privilegiato. Non a caso Emma Bonino ha scelto Ankara per la sua prima missione come ministro italiano del Commercio estero, dando un valore strategico all’interscambio turco con l’Italia (13 miliardi di dollari, di cui due in attivo a nostro vantaggio).

La questione energetica pone la Turchia al centro degli scenari mondiali e infatti la Commissione di Bruxelles dedica ampie sessioni di lavoro all’analisi della ormai evidente “interdipendenza euro-turca”. In Europa il bisogno di gas cresce vertiginosamente, mentre scarseggiano i giacimenti. La Turchia dovrebbe quindi diventare il ponte energetico per far affluire direttamente dai Paesi ex-Urss e dall’Iran gas e petrolio. Un progetto sempre più urgente considerata l’aggressività con cui la Russia sta conducendo la partita per assumere il monopolio delle risorse energetiche e della gestione di gasdotti e oleodotti verso l’Europa.

Ma non si tratta solo di opportunità economiche: il ruolo svolto dalla Turchia nei rapporti fra l’Occidente e il Medio Oriente è centrale nelle analisi degli esperti di equilibri internazionali. Prevale la convinzione che se il Paese resterà fuori dall’Ue, si verificherà lo spostamento del baricentro del terrorismo internazionale verso Ovest. In alcuni Stati dell’ex-Urss sono forti le spinte integraliste di minoranze islamiche che alimentano il terrorismo internazionale. In questa vasta area che arriva fino alla Cina e alla Mongolia, la Turchia, attraverso i mezzi di informazione e la propaganda di consistenti minoranze turcofone, esercita un’influenza culturale. Un motivo in più per accelerare l’integrazione dello Stato turco nell’Unione europea. Sarebbe d’altronde il proseguimento di scelte di campo decise che la Turchia ha fatto nel Ventesimo secolo a favore dell’Europa e dell’Occidente, dapprima con la neutralità nel secondo conflitto mondiale, poi contribuendo a fondare l’Onu nel 1945 e aderendo alla Nato nel 1951, infine entrando nei maggiori organismi internazionali, il Consiglio d’Europa, l’Ocse, l’Osce, la Bers.
Ora che il quadro politico turco è stabilizzato, a Bruxelles cresce anche la convinzione di poter concludere positivamente i negoziati, ma non si sottovalutano i tenaci i pregiudizi ideologici e religiosi che hanno fin qui ostacolato le trattative.

Nicolas Sarkozy giura che “non c’è posto nell’Ue per la Turchia”, alla quale mancherebbe “la vocazione a entrare nell’Unione”. Quindi, secondo il presidente francese, i negoziati andrebbero bloccati e l’Europa dovrebbe definire nei confini attuali le sue frontiere. Una presa di posizione netta, in linea con il piglio decisionista del nuovo inquilino dell’Eliseo, che già nei primi appuntamenti internazionali, il G8, la conferenza di pace per il Darfur, il vertice europeo di fine giugno, ha così avvertito i partners europei che la Francia intende determinare ancora di più le scelte politiche, a livello comunitario.

Nel niet di Sarkozy all’ingresso della Turchia nell’Ue si sommano considerazioni dettate dal realismo: i costi dell’ingresso di una popolazione di 72 milioni di turchi, molti ancora in stato di povertà; la volontà di rassicurare il blocco industriale-agricolo-protezionista che storicamente costituisce l’ossatura dell’economia francese. Ma vi si intuisce anche il peso della recrudescenza delle tesi sullo scontro tra civiltà, sullo spettro dell’ “invasione” musulmana, sull’equazione fra cristianità e Europa che negli ultimi anni hanno intralciato il cammino dell’Europa.

La pretesa di attribuire all’Unione europea un’identità religiosa derivante dalle sue “radici cristiane”, è stata uno dei motivi di forte contrasto nei lavori per la stesura della Costituzione europea, ed è tornata in primo piano nel dibattito e nelle tensioni generate dai negoziati con la Turchia. A suo tempo, il cardinale Ratzinger ammoniva che l’apertura dell’Unione europea a Paesi islamici avrebbe provocato una perdita di identità dell’Europa cristiana. Poi, nel novembre 2006, Benedetto XVI è andato a Istanbul e ha detto di appoggiare il desiderio del Paese di entrare un giorno in Europa: un passo in avanti, un segnale importante. Dopo la vittoria elettorale di Erdogan, il Vaticano sembra ora disposto ad abbattere il muro opposto alla Turchia, almeno stando alle recenti dichiarazioni del cardinale Bastianini: “Ora diventa importante che l’Ue prenda sul serio il negoziato”.

In primo piano il grande capitolo dei diritti umani e civili. L’Unione europea ha chiesto e ottenuto dalla Turchia l’abolizione della pena di morte, ma dovrà chiedere ancora molto al governo turco sul piano della tutela delle minoranze, degli intellettuali e degli artisti che con le loro opere denunciano le ingiustizie e la corruzione politica diffuse, dei bambini spesso costretti a lavori faticosi, delle donne, dei malati, dei detenuti ai quali ancora viene inflitta la tortura. Molto deve ancora essere fatto nel campo dei diritti del lavoro, e moltissimo per la libertà di associazione, di informazione e di stampa. Il premio Nobel Ohran Pamuk è stato avversato per le sue prese di posizione nella storica polemica sulle persecuzioni degli armeni e dei curdi, ha rischiato il carcere, ha ricevuto minacce di morte. Sorte peggiore è capitata al suo amico, lo scrittore armeno-turco Hran Dink che è stato ucciso, dopo essere stato bersaglio di una lunga tortura psicologica.

Rimangono irrisolte tre questioni etnico-politiche di estrema gravità: quella della discriminazione della minoranza curda; la questione cipriota, con l’isola tuttora divisa nelle due parti turca e greco-cipriota; il dramma armeno, con il rifiuto della Turchia di riconoscere e assumersi la responsabilità di uno dei più gravi genocidi della storia. Argomenti che riconducono al nazionalismo che si alimenta dell’intolleranza religiosa e dell’integralismo di una parte consistente della popolazione, al fianco della quale sta però crescendo una borghesia laica che vuole difendere l’indipendenza della Repubblica dalle autorità religiose.

La Turchia non è uno Stato islamico, anche se la popolazione è per il 99 per cento musulmana. L’ordinamento statale e le fonti del diritto penale e civile turco non hanno radici nel Corano ma sono il frutto della laicizzazione messa in atto dalla rivoluzione kemalista di Ataturk che ha rivoluzionato la forma dello Stato e ha inciso sulla vita privata, allentando le gerarchie nella società e nelle famiglie, restituendo dignità alla figura femminile. Le folle, guidate soprattutto da donne, che sono scese in piazza la scorsa primavera, hanno manifestato contro l’ipotesi di candidatura alla presidenza della Repubblica del ministro degli Esteri Abdullah Gul, noto per la sua osservanza religiosa di stampo integralista e la cui moglie indossa il velo. La Turchia laica, circa il 47 per cento dei cittadini, si è sollevata lanciando un duro monito, rifiutando le spinte a ritroso verso l’islamizzazione della nazione e l’indebolimento della repubblica laica. E’ il segno di una coscienza nuova, che in questi ultimi anni è cresciuta anche grazie alla lungimiranza di Erdogan che ha proseguito la modernizzazione del Paese iniziata negli anni ’70 con le riforme strutturali della società e dell’economia. Alla guida del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, Erdogan ha dato segnali forti di rottura con una eredità che pure appartiene alla sua forza politica, ha infatti espulso personalità legate al Refah, l’ex partito islamico di destra dichiarato incostituzionale, e ha candidato 40 donne nelle liste per l’ultimo rinnovo della Grande assemblea nazionale (Tbmn). In Turchia è dunque in atto un processo di modernizzazione che investe tutte le sfere della vita pubblica e privata, e che solo un’Europa pigra e pavida può far finta di non vedere, chiudendo le porte a un Paese che vicende storiche e ragioni geopolitiche e religiose hanno reso una cerniera indispensabile con una delle zone più calde del mondo.

“Mi sembra orribile – ha detto Pamuk in un’intervista a La Repubblica – che quando si tratta di noi turchi si pensi innanzitutto all’Islam. Mi sento fare continuamente domande sulla religione, quasi sempre con un tono negativo che mi fa infuriare. Chi vuol comprendere davvero il mio Paese deve tener conto della sua storia, del suo sguardo costantemente rivolto all’Europa”.
E adesso bisogna che sia l’Europa a volgere con più convinzione, diremmo perfino con nuovo pathos, lo sguardo verso la Turchia. Per impedire, ora che il popolo turco ha confermato la fiducia a un governo islamico, che il conflitto fra il regime moderato e le tentazioni fondamentaliste torni a farsi aspro; per aiutare lo sviluppo di un Paese che fa da anello per il dialogo dell’Occidente con il vicino Oriente. E per veder maturare in quell’area del mondo un Islam secolarizzato, che abbia definitivamente assimilato il valore universale della democrazia.

 

 

 

 

 

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