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325 - 20.07.07


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Ancora un successo per
“Sarko’ il Pragmatico”

Luca Sebastiani


Habemus Tractatus. L’annuncio, arrivato nella tarda notte, suonava assai magniloquente nelle parole dei negoziatori che fino alle ore piccole avevano alacremente lavorato per evitare il fallimento del Consiglio europeo. Forse l’entusiasmo, soprattutto quello del Presidente francese Nicolas Sarkozy, era dovuto più al fatto d’esser riusciti in extremis a pervenire a un accordo, perché in effetti, a leggere con attenzione il testo del compromesso finalmente sottoscritto dai Ventisette, non c’era granché da festeggiare.

È vero, alla fine il Trattato “semplificato” o “riformatore” vedrà la luce e questo è meglio di niente, ma, appunto, è solo rispetto al niente attuale che si può considerare quello partorito a Bruxelles come un passo in avanti. Le istituzioni funzioneranno in maniera più chiara ed efficiente, ma più chiara ed efficiente relativamente a un contesto di paralisi. Un passetto in avanti, dunque, che segna invece la vittoria dell’euroscetticismo e dell’interesse nazionale; che imprime al processo d’integrazione un’andatura troppo lenta rispetto alle sfide cui l’Unione deve far fronte oggi; un passo che allontana ancora di più i cittadini dallo spirito europeo.

Tutti, comunque, hanno salutato il successo della caparbietà della presidenza tedesca e della cancelliera Angela Merkel in particolare, che ha saputo concludere il semestre raggiungendo i risultati che si era prefissata; e tutti, soprattutto, si sono felicitati col novizio Sarkozy che, pur non oscurando la collega d’Oltrereno, ha saputo esordire sulla scena europea dando mostra della sua energica efficacia.

Lui era stato il primo a proporre la formula del Trattato semplificato e lui è stato l’artefice dell’equilibrismo che ha costretto all’accordo sia i riottosi gemelli monozigoti polacchi che quelli eterozigoti inglesi. Alle profferte sarkoziste, sempre più al ribasso, hanno via via ceduto sia Gordon Brown e Tony Blair che Lech e Jaroslaw Kaczynski.

Il pragmatismo del presidente francese, ormai divenuto proverbiale, ha reagito al difficile contesto europeo con un realismo diplomatico che ha mirato sin dal principio un obiettivo che corrisponde all’idea stessa che lui si fa dell’Europa. Perché Sarkozy è al fondo un nazionalista europeo che, nonostante li citi ad ogni occasione, non ha niente di Robert Schumann o François Mitterrand e della loro visione ideal europeista.

Paesi come Germania, Spagna o Italia, che avevano ratificato il vecchio Trattato costituzionale, puntavano a ben altra cosa che al mini trattato, ma appena eletto, Sarkò ha fatto il giro delle cancellerie e giocandosi le inderogabili linee rosse tracciate dagli euroscettici contro gli eurofili, ha finito col far prevalere il ribasso del suo compromesso realista. A Bruxelles, poi, è andata ancora peggio di come temevano gli stessi paesi europeisti convinti e quello che è emerso è una specie di trattato à la carte, un menu dal quale ogni paese pesca a piacimento.

La Carta dei Diritti fondamentali vale per tutti ma non per gli inglesi. Questi ultimi possono anche passare sopra alla collaborazione penale e di polizia. Il voto a maggioranza qualificata passa, ma solo dal 2014, il 2017 per i polacchi. Tutti per uno e ognuno per sé. È quello che pensa dell’Unione europea il mediatore Sarkozy, che per sé, invece, è riuscito ad ottenere lo spostamento della “concorrenza non falsata” dagli obiettivi fondamentali ad una nota a piè di pagina.

Lo spettacolo del Consiglio non è stato così incoraggiante come vorrebbero far credere i sarkozisti ancora beati per la prova del Presidente francese. Più che la coesione che alla fine si voleva far passare, infatti, dello spettacolo di Bruxelles i cittadini avranno ritenuto il mercanteggiamento, il baratto dell’interesse nazionale e, invece che europei, si saranno certamente sentiti un po’ più inglesi o polacchi o francesi. Fu così a Nizza, è così anche questa volta. Nessun passo in avanti in questo senso, anzi.

Nel negoziato nottetempo sottoscritto non c’è niente che faccia supporre che i negoziatori abbiano tenuto conto di uno degli obiettivi della Dichiarazione di Laeken, quello che raccomandava la semplicità intesa come chiarezza. Un obiettivo di buon senso, per riavvicinare il comune mortale ad una struttura giuridica mostruosa ed incomprensibile. Il Trattato costituzionale bocciato da francesi ed olandesi non era il massimo in questo senso, ma il nuovo Trattato Riformatore che andrà ad emendare il trattato esistente, non fa altro che aumentare protocolli e allegati contribuendo, se era possibile, a mischiare elementi costituzionali, legislativi, competenze e quant’altro. Riavvicinare i francesi all’Ue non era evidentemente una priorità per Sarkozy, che, invece, ha regalato loro lo spostamento della “concorrenza”: molto più utile per garantirsi i voti di sinistra necessari a ratificare il testo, e molto più in linea col carattere nazionale. Appunto.

Quando vengono imposti questi rovesci, gli eurofili ricominciano a parlare d’Europa a due velocità, di un’Unione in cui quelli che vogliono procedere più avanti sulla strada dell’integrazione politica possano essere liberi di farlo, di costituirsi in avanguardia. Hanno ragione, il mondo globalizzato, con la sua rapidità sta rivoluzionando gli equilibri e sospingendo ai margini i singoli stati della Vecchia Europa e quella Nuova non può più attendere oltre. Per ora il successo sarkozista segna un punto a favore di un’Europa a molteplici velocità, tutte diverse, tutte nazionali, tutte da Vecchia Europa.

 

 

 

 

 

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