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325 - 20.07.07


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Per ora è un sollievo, ma dopo?

Jacques Delors*


Tenuto conto delle posizioni diverse, e qualche volta opposte, dei paesi membri dell’Unione europea, il risultato della maratona di Bruxelles costituisce un compromesso realista. Chiude un periodo di crisi che aveva effetti negativi per l’Unione e per le relazioni tra i differenti paesi. Bisognava dunque uscirne, ma non a qualsiasi prezzo. Peccato, come sempre nella saga europea, due passi avanti si accompagnano ad un passo indietro! Questa uscita dalla crisi la dobbiamo in primo luogo alla cancelliera tedesca e alla sua squadra che ereditavano una situazione bloccata. A partire da lì, la presidenza tedesca, che ha ricevuto durante questi due giorni e notti passati a Bruxelles il rinforzo efficace di più capi di Stato e di Governo, tra cui Sarkozy, ha fatto guadagnare degli anni alla costruzione europea.

Che cosa ci si può attendere dal compromesso? Innanzi tutto un migliore funzionamento delle istituzioni, con un presidente permanente del Consiglio europeo, modalità di voto migliorate, ma solamente a partire dal 2014, l’estensione del voto a maggioranza qualificata in certe materie e poteri accresciuti di codecisione del Parlamento europeo. Temo tuttavia che questo presidente del Consiglio europeo non faccia che appesantire il processo di decisione e non avvii dispute da bottega con la Commissione e il Consiglio dei Ministri. Ad ogni modo, le capacità di queste due ultime istituzioni si ritrovano indebolite: è il declino del metodo comunitario che, quando funzionava bene, ha tanto facilitato il lavoro del Consiglio europeo e la presa di decisione.

Giudicheremo da qui al 2010 della capacità dell’Unione ad utilizzare le nuove possibilità offerte dal Trattato riformatore per accrescere la sicurezza dei cittadini attraverso il rinforzo della cooperazione penale e di polizia; della volontà di definire un quadro per i servizi pubblici adatto ai bisogni e alle tradizioni di ogni paese. O, molto più urgente, dell’impegno per finanziare il progetto Galileo, strumento della forza e dell’autonomia dell’Europa in materia di comunicazione satellitare.

Peccato, due grandi soggetti sono assenti, gli stessi della Conferenza intergovernativa che non aveva potuto sfociare né sulla dimensione sociale né sull’unione economica e monetaria. Pertanto, la stessa Angela Merkel aveva parlato d’un protocollo sociale per riequilibrare il trattato. La Carta dei Diritti fondamentali è certo stata preservata, con grande soddisfazione della Confederazione europea dei Sindacati. Il suo seguito logico sarebbe stato il rinforzo della dimensione sociale pur precisando la ripartizione delle competenze tra l’Unione e gli Stati membri. Ma anche qui si è preferito la vaghezza alla chiarificazione. Ora, invece, il cittadino ha bisogno di sapere “chi fa cosa” in materia di lavoro, di reddito minimo, di sicurezza sociale. Quanto a l’unione economica e monetaria, io reclamo da anni un riequilibrio tra il monetario e l’economico nello spirito del rapporto che feci al Consiglio europeo nel marzo 1989. Per farlo non c’è nessun bisogno di cambiare lo statuto della Banca centrale europea. Si tratta semplicemente d’aggiungere al patto di stabilità monetaria un patto di coordinazione delle politiche economiche nazionali e un mandato esplicito dato al Consiglio dei Ministri delle finanze di esprimersi sulla scena internazionale di fronte ai disordini monetari esistenti.

Ogni volta che si propone un passo avanti verso l’Europa politica, ci rispondono che su questo punto non c’è l’unanimità. È una ragione per sostenere la differenziazione, come è stato fatto nel passato con Schengen e l’Unione monetaria europea. A Bruxelles la Gran Bretagna non si è privata di rifiutare l’applicazione della Carta e delle nuove disposizioni in materia penale e di polizia. A quando allora la prima iniziativa per la marcia in avanti di un gruppo di Stati membri sull’Unione monetaria europea, sul sociale, sull’energia? Io rifiuto, da parte mia, un’Europa che non avanza se non al ritmo dei meno impegnati e degli euroscettici. Sono loro, come ha sottolineato Romano Prodi al ritorno dal Consiglio europeo, che hanno segnato dei punti per frenare l’emergenza di un’Europa politica forte e generosa allo stesso tempo.


* Questo articolo è apparso sul Nouvel Observateur n.2225 (28 giugno-4 luglio)

Traduzione dal francese di Luca Sebastiani

 

 

 

 

 

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