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325 - 20.07.07


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I nobili ideali non bastano,
bisogna essere concreti

Richard Baldwin con
Mauro Buonocore


Ci vuole uno sguardo pragmatico. Bisogna lasciare gli ideali, per quanto eurovolenterosi, sulle pagine dei giornali (o dei siti web), sui commenti e sugli spazi dedicati alle opinioni. Quando si entra nei luoghi delle decisioni e degli scontri politici, bisogna puntare al concreto. E l’ultimo Consiglio europeo, quello presieduto da Angela Merkel, quello che imponeva una via d’uscita dallo stallo istituzionale dell’Unione, è una prova di come un concreto mercanteggiare di interessi nazionali conti assai più di ogni aspirazione ideale.
“Pensa in maniera nobile ma porta a casa i soldi”, questo, dice Richard Baldwin, è il motto che caratterizza un leader europeo vincente. Non c’è nessuna inflessione negativa nelle sue parole, che sono semplicemente, appunto, ispirate dal pragmatismo.
Baldwin è un economista del Graduate Institute di Ginevra, direttore del Cepr (Centre for Economic Policy Research, uno tra i più autoreoli centri di ricerca sulle politiche economiche europee) ed è autore di numerosi libri tra cui, con Charles Wyplosz, L’economia dell’Unione europea (Hoepli). Un suo saggio (http://www.cepr.org/pubs/PolicyInsights/PolicyInsight5.pdf) spiega nei dettagli perché governi come quello polacco hanno tutto l’interesse a mantenere il vecchio sistema di voto e rifiutare la doppia maggioranza. Perché, soprattutto, il numero di voti di cui si dispone è importantissimo, soprattutto quando si deve approvare il bilancio dell’Ue e si decide come spendere i soldi. “Muscles in Bruxelles = cash in the pocket”, questa è un’altra formula usata da Baldwin nei suoi scritti: mostrarsi forti nelle sedi europee per portare a casa risultati concreti, “ma non si tratta di una questione esclusivamente europea, la politica delle scelte economiche, in democrazia, funziona così dappertutto, anche in Italia”.

Prof. Baldwin, durante i giorni del Consiglio Europeo, circolava sui giornali una foto scattata a Bruxelles. Vi erano raffigurate le sagome di tutti i leader dei paesi dell’Unione, tutti con le mani a coprire le orecchie, come a dire: nessuno vuole ascoltare nessuno. Condivide il senso di quella foto?

Al contrario, credo che tutti abbiano ascoltato molto attentamente, dato che ciascuno aveva il potere di porre il proprio veto su ogni aspetto della discussione.

Perché quando si tratta di prendere decisioni di vitale importanza per il futuro dell’Unione, interessi particolari, come ad esempio quello della Polonia sul sistema di voto, prevalgono sempre sullo spirito sovranazionale?

La possibilità di porre il veto alle decisioni sul Trattato è la prima risposta che si può dare alla sua domanda. Come abbiamo visto con Francia e Olanda, persino un solo parere nazionale è sufficiente a bloccare tutto. Questa è la regola democratica che vige sui cambiamenti da apportare al Trattato.
Nel caso particolare della Polonia, è un paese che ha vissuto prima l’oppressione tedesca, e poi quella sovietica dal 1938 fino al 1991. I polacchi non sono per niente entusiasti di vedere il proprio potere decisionale dominato o comunque superato a livello europeo.

Non crede che l’Unione europea stia dimostrando una evidente mancanza di politiche, ispirazioni e sentimenti sovranazionali?

“Pensa in maniera nobile, ma porta a casa i soldi”. Questo è il motto di un leader vincente dell’Unione europea. Basta guardare al Lussemburgo e ai suoi rappresentanti. Loro sono sempre europeisti, tranne nel momento in cui viene fuori qualcosa che rappresenta per loro un costo, come la tassazione sui servizi internet o il consenso a fare in modo che tutti gli uffici del Parlamento europeo abbiano sede a Bruxelles.

Una concreta prospettiva sovranazionale e comunitaria, al posto di dinamiche intergovernative, non garantirebbe un migliore e più efficace funzionamento dell’Unione?

Negli ultimi cinquant’anni c’è stata una lenta ma continua marcia di condivisione della sovranità. Non era un semplice gusto ideale a guidarla, ma il fatto che le dimensione europea è la migliore che i governanti hanno a disposizione per incontrare le richieste dei cittadini per un’economia vitale e una società giusta e sicura.
Ma le persone sono davvero molto diverse tra loro, e hanno idee diverse su come portare avanti le cose. Il trucco sta nel capire quale è il livello decisionale più basso per la soluzione più efficace. L’Unione Europea non dovrebbe avere la possibilità di decidere degli orari dei bus a Milano. E gli italiani non dovrebbero accettare di mandare i propri soldati a morire se loro hanno espresso un parere contrario ad una missione militare in sede di Consiglio europeo. Non esiste un modo semplice per decidere quale sia il miglior livello sulla scala decisionale per compiere una scelta. Avere dei leader politici europei che da anni mercanteggiano sulle scelte da prendere non è forse il modo migliore per individuare a quale livello bisogna prendere le decisioni, ma è probabilmente l’unico modo possibile.

Forse creare una vera e concreta discussione pubblica intorno alle decisioni e alle politiche europee potrebbe aiutare l’Ue?

Quanti italiani sono in grado di comprendere il bilancio dello stato? O come funzionano esattamente i meccanismi dell’iva? La democrazia rappresentativa è un sistema in base al quale noi “assumiamo” delle persone di cui ci fidiamo per prendere determinate e precise decisioni, e contiamo sulla competizione tra i partiti, tra i media e all’interno della società civile per fare in modo che le persone da noi “assunte” rimangano oneste. Se il loro lavoro non ci piace, le “licenziamo” alle elezioni successive. Così a ciascuno di noi è risparmiata la scocciatura di dover leggere e informarsi di ogni cosa.

Possiamo immaginare, così ha scritto in un suo articolo, che nel 2017, quando il sistema di voto a doppia maggioranza sarà effettivo la Turchia sarà un membro dell’Ue o sarà sul punto di esserlo. Allora, visto che quel sistema di voto darebbe molta rilevanza a un paese popoloso come la Turchia, dovremo aspettarci un nuovo rinvio sui modi di votare e prendere decisioni nell’Unione?

Penso che l’ingresso della Turchia sarà molto meno controverso nel 2017. O la Turchia continua come ha fatto, divenendo un paese che non è più estraneo, diciamo, della Grecia o della Bulgaria agli occhi degli europei occidentali, oppure inizierà a diventare più simile alla Siria o, Dio non voglia, al Libano. In un modo o nell’altro, sarà tutto molto più chiaro. Se andrà nella prima direzione, vorremo far aderire la Turchia e, quindi, la doppia maggioranza non sembrerà più una buona idea alla maggior parte degli Stati dell’Unione Europea.

Il prossimo passo delle istituzioni europee e del Trattato sarà la conferenza intergovernativa in autunno. Cosa si aspetta da quello appuntamento?

La conferenza intergovernativa sarà ancora teatro di molte lotte e discussioni, dubito che avrà il tempo di ratificare decisioni definitive. Il diavolo, si sa, è nei dettagli.

 

 

 

 

 

 

 

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