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324 - 05.07.07


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“Da Bush solo parole
per rinviare i fatti”

Warren I. Cohen con
Daniele Castellani Perelli


Warren I. Cohen ha dedicato un intero libro a Gli errori dell’impero americano (Salerno Editrice). Vi ha descritto quelle che, a suo parere, sono state le scelte sbagliate che gli Stati Uniti hanno compiuto negli ultimi 40 anni, soprattutto dopo che la fine della Guerra Fredda sembrava aver concesso loro la vittoria finale. Francis Fukuyama parlò di “fine della storia”, ma la fine della storia non arrivò. L’11 settembre 2001 segnalò la vulnerabilità dell’impero, proprio mentre a Oriente andavano affacciandosi i due nuovi grandi concorrenti degli Stati Uniti a livello globale, l’India e la Cina.

Il recente vertice G8 tedesco di Heiligendamm, con l’apparente svolta del presidente americano Bush sulla questione climatica, è un’ottima occasione per fare il punto sullo stato della potenza statunitense, sui suoi errori, la sua popolarità nel nuovo mondo globale e le sue prospettive future. Il punto lo facciamo proprio con Warren I. Cohen, professore dell’Università del Maryland e Senior Scholar dell’Asia Program del rinomato Woodrow Wilson Center. Cohen è un esperto di relazioni internazionali, e negli ultimi anni si è dedicato in particolare ai rapporti tra Stati Uniti e potenze asiatiche, come dimostrano un suo recente saggio pubblicato dalla rivista Foreign Affairs e i titoli di tre delle sue ultime pubblicazioni: America’s Response to China (2000), East Asia at the Center: Four Thousand Years of Engagement with the World (2001), e Asian American Century (2002).

Nel rileggere la storia recente degli Stati Uniti, Cohen condanna senza mezzi termini il sostegno fornito da Washington ai dittatori di tutto il mondo, dall’Asia all’Africa fino all’America Latina. Critica l’intervento in Vietnam, e anche il sostegno cieco nei confronti di Israele, che gli Stati Uniti avrebbero invece dovuto convincere a lasciare le terre conquistate nel 1967. Ma se le alleanze e le strategie del secolo scorso incontrano la sua disapprovazione, Cohen è ancora più duro verso “l’arrogante disprezzo che il presidente Bush mostra nei confronti degli opinioni dei suoi alleati europei, per non parlare delle sue politiche sballate in Medio Oriente, dove ha compiuto un errore dopo l’altro”.

Quando gli chiediamo un’opinione sulle recenti aperture di Bush in tema di politica ambientale e di politica mediorientale (con la riapertura del dialogo con Siria e Iran), Cohen è sprezzante: “Per quello che si è potuto vedere finora mi paiono solo delle pose, non sono persuaso della sincerità delle aperture di Bush, e temo che alle parole non seguiranno i fatti”. “Anche sul presunto passo in avanti sulla questione ambientale – aggiunge – a me sembra che sì, d’accordo, l’amministrazione Bush ha ragione quando vuole coinvolgere l’India e la Cina perché anche a loro vengano applicate le misure anti-inquinamento, però credo che questa posizione sia soprattutto una scusa per non agire: l’amministrazione Bush, più che indebolire la concorrenza economica asiatica, intende così evitare di prendere misure che potrebbero danneggiare la propria economia”.

L’Asia, la Cina. Cohen non nasconde la sua preoccupazione quando gli chiediamo cosa pensa della crescente influenza economico-politica di Pechino in Africa e America Latina: “E’ vero, dovremmo preoccuparci della possibilità che i cinesi possano diffondere nel mondo un modello alternativo a quello della liberaldemocrazia. E’ una cosa che potrebbe avere un impatto simile a quello che ebbe il fascismo negli Trenta, quando attrasse regimi illiberali di tutto il globo”. E se i democratici conquistassero la Casa Bianca, come cambierebbero i rapporti sino-americani? “Farebbero maggiori pressioni su quelle politiche economiche cinesi che danneggiano i lavoratori americani, ma le grandi linee rimarrebbero le stesse, e non si potrebbe fare a meno di un impegno costruttivo”.

Il futuro non sarà affatto facile per gli Stati Uniti, e per questo il professore del Maryland si augura che, in caso di successo democratico, sia Hillary Clinton ad andare alla Casa Bianca: “Barack Obama ha poca esperienza nelle questioni estere, come dimostra la debolezza dell’articolo che ha scritto in proposito sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Hillary Clinton è più preparata, e gli Stati Uniti hanno bisogno di un presidente con le giuste conoscenze, soprattutto di politica estera. Non possiamo permetterci qualcuno che impari sul lavoro e che non ne azzecchi una per 3-6 anni. E’ il mondo stesso che non può permetterselo”. Gli Usa, la Cina, l’India. E l’Europa? “Trovo che l’Europa sia deludente – ammette – non ha né la voglia né la capacità di fornire una leadership alternativa sulle questioni internazionali. Forse è inevitabile, visto che ogni paese europeo segue i propri interessi, e l’Europa non può parlare con una sola voce”.

 

 



 

 

 

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