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323 - 21.06.07


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Bruxelles-Parigi dialoghi
tra luci e ombre

Luca Sebastiani


Luci e ombre sul debutto europeo del nuovo inquilino dell’Eliseo. A fronte di un attivismo diplomatico pragmatico ed efficace volto a sbloccare la paralisi istituzionale, il Presidente francese Nicolas Sarkozy crea però una certa inquietudine a Bruxelles con la sua politica economica che, centrata su uno “choc fiscale”, rischia di scombussolare i già dissestati conti d’oltralpe e di sospendere le politiche di rientro del deficit e del debito avviate dai suoi predecessori.

La contraddizione sarkozista tra politica estera europea e politica interna quantomeno “non europeista”, era già emersa il 23 maggio scorso quando il Presidente, insediatosi di fresco, dopo aver incontrato Angela Merkel in Germania, si era recato a Bruxelles dal presidente della Commissione José Manuel Barroso. In quell’occasione era riuscito a convincere il suo interlocutore della necessità di trovare la massima convergenza sulla sua proposta di minitrattato – ribattezzato trattato semplificato per renderlo più digeribile ai nostalgici della Costituzione ormai morta e sepolta – e, allo stesso tempo, aveva annunciato una serie d’interventi fiscali necessari a recuperare un punto di crescita che avrebbero, però, imposto una “pausa” nella politica di rientro del debito sotto la soglia del 60 per cento del Pil. A Barroso in quell’occasione chiese di essere giudicato alla fine della legislatura, nel 2012.

Il problema è che il precedente governo, quello di Dominique de Villepin, si era impegnato con l’avallo della Commissione, a riportare la Francia nei parametri del patto di stabilità entro il 2010. Questi parametri erano stati alleggeriti nel 2005 proprio su richiesta di Francia, Italia e Germania e, secondo le modificazioni intervenute, i Ventisette si sono impegnati a diminuire debito e deficit in periodo di crescita. Come quello attuale. In quella sede si decise anche di accettare spese eccezionali per riforme strutturali importanti come, ad esempio, quella dei regimi previdenziali.

Ora si dà il caso che i 20miliardi che dovrebbero costare le misure sarkoziste non hanno niente a che vedere con eccezionalità e riforme strutturali. Anzi, molti, sia in patria che in Europa, le giudicano nel migliore dei casi inefficaci interventi per rafforzare la domanda o, nel peggiore, regali fiscali alle clientele elettorali che l’hanno appena portato all’Eliseo.

Il 29 maggio, in un meeting elettorale del suo partito, l’Ump, in campagna per le legislative del 10 e 17 giugno, il Presidente ha ribadito che rispetterà gli impegni presi con gli elettori: defiscalizzazione degli straordinari, soppressione dei diritti di successione, scudo fiscale, riduzione della patrimoniale e deduzione degli interessi per l’acquisto della prima casa. Il 4 giugno, invece, alla prima riunione dell’Eurogruppo guidato dal premier lussemburghese Jean Claude Juncker, il ministro francese dell’Economia, Jean Louis Borloo, si è sentito ribadire che “la Francia deve pienamente conformarsi al patto di crescita e stabilità, tutte le buone o cattive idee devono rientrare nelle regole del patto”. Del resto quale può essere la credibilità e lo spazio di manovra di un Sarkozy che pur ponendosi come grande propugnatore di un governo economico della zona euro, intende allo stesso tempo non rispettare le regole che i Ventisette si sono dati sin qui?

Migliori i risultati in campo istituzionale. Dopo due anni d’immobilità provocati dal “no” francese e olandese al referendum sul Trattato costituzionale europeo e alla lenta agonia del mandato di Jacques Chirac, Sarkozy ha deciso di dare una sterzata netta. La Francia è in effetti tornata in Europa e il nuovo Presidente ha sfruttato il momento di crisi e di mancanza di leadership nell’Ue per guidare un processo pragmatico e realista che ha buon possibilità di portare le istituzioni fuori dalla palude.

La sua idea è semplice. Alleggerire il precedente testo - ratificato da 18 paesi, respinto da due e non molto amato dagli altri - per trovare un accordo sui punti che possono fare consenso tra i Ventisette. Sostanzialmente si tratterebbe di emendare il trattato di Nizza, evitando i referendum, per procedere subito ad estendere il voto a maggioranza, per creare una presidenza stabile, un ministro degli Esteri e per riconoscere giuridicamente l’Ue.

La sera stessa del suo insediamento ufficiale all’Eliseo, Sarkozy è volato dalla Merkel per preparare il Consiglio europeo del 21 giugno. Nei giorni seguenti ha incontrato Romano Prodi e José Luis Zapatero, una visita determinante è prevista in Polonia, mentre con Blair al tramonto si era già visto. Di fronte alle recriminazioni di chi fino a ieri rifiutava qualsiasi accordo al ribasso e di fronte alla riottosità di coloro che non vedono di buon occhio un’eccessiva integrazione politico-istituzionale, Sarkozy è finora riuscito, grazie a concessioni e senso della realtà, a trovare una convergenza sul trattato semplificato e a rimandare le contraddizioni a più tardi. Come quella, ad esempio, sull’adesione della Turchia, che il Presidente francese ha sempre avversato. Anzi, per preparare un’alternativa a questa ha anche lanciato l’intenzione di creare un’Unione mediterranea in cui i turchi avrebbero un ruolo importante.

La Turchia si accontenterà di una soluzione di ripiego? Gli altri partner europei saranno d’accordo a rimangiarsi impegni già presi e sottoscritti da anni? Ma queste sono questioni da discutere dopo il Consiglio, quando, spera Sarkò, il suo prestigio e la sua leadership saranno rafforzati da un accordo che lui ha reso possibile. Si vedrà.

 



 

 

 

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