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322 - 07.06.07


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Ecologia vs economia:
battaglia per il benessere

Marc Guillaume
con Luca Paltrinieri


L’ecologia è una specie di frontiera dei profitti, in un gioco di intersezioni per cui, per quanto paradossale possa sembrare alla luce della recente storia di movimenti ambientalisti e di opinione, sarà proprio l’effetto serra (additato dagli ambientalisti come il prodotto di una gestione energetica e industriale sciagurata) a salvare e rivalutare il nucleare (che non molto tempo fa fu avversato con determinazione dagli stessi ambientalisti). Paradosso? Assurdità? Ironia della Storia? Marc Guillaume, ecnomista e sociologo francese autore che ha dedicato molta attenzione, e qualche libro, ai temi dello sviluppo ambientale, risponde centrando lo sguardo laddove ecologia ed economia si toccano, a volte si scontrano, sempre si influenzano, perché, spiega Guillaume, “quando le risorse diventano sempre più rare, l’inquinamento sale, e i vincoli si fanno stringenti, i prezzi salgono e con essi i benefici”.

Nel 1973 lei ha scritto con Jacques Attali L’antieconomia, un “contromanuale” nel quale faceva riferimento alla corrente europea dell’economia radicale, sensibile ai temi dell’ambiente e critica dell’economismo come falso scientismo. A più di trent’anni di distanza, che fine ha fatto questa corrente?

Non è rimasto granché. Certo, questo tipo di critica ha influenzato la sensibilità ecologica allora nascente, si pensi all’importanza di Galbraith in Europa, ma si può dire che per trent’anni la critica della società dei consumi, nelle sue componenti economico-politiche, ma anche filosofiche o sociologiche (Marcuse), è stata anestetizzata dalla crisi economica. Questa è stata una grande occasione per lo sviluppo del capitalismo nella sua forma più ideologica e ortodossa, una specie di ritorno all’ordine: una volta arrestata la crescita ed aumentata la disoccupazione, nel 1973, non si poteva più criticare la crescita economica, che significava impiego e benessere. Quindi: accelerazione della fine del marxismo al punto che a tutt’oggi, malgrado i tentativi di J. Derrida di conservarne la forza critica, non esiste più come forza politica viva; mentre rimane l’ecologia, sfortunatamente sotto forme discutibili. Dalla fine degli anni ’90 la corrente altermondialista cerca in qualche modo di ricomporre le varie anime del marxismo, ma in forme locali e, mi sembra, non tanto influenti. In ogni modo sono convinto che una critica radicale non possa più darsi nel modo della resistenza, sia nella sua versione frontale, marxista, sia nella sua versione molecolare, alla Guattari. Mi sento un po’ triste a dirlo, ma alla fine mi sembra che oggi l’appiattimento ideologico e politico sia tale che forse l’unica strategia è, per dirla con J. Baudrillard, attendere semplicemente che il sistema imploda, che si suicidi con un atto assolutamente imprevedibile.

Questa idea della crisi come preservazione dell’ordine economico è ripresa nel suo libro Virus Vert a proposito dell’ecologia. Lei sostiene che l’opposizione tra ecologia ed economia è una grande illusione, perché?

Gli americani parlano di green economy, perché in fondo l’ecologia difende la natura, ma non dimentichiamo che anche il dollaro è verde! Ogni economista sa che è la rarità che fa il prezzo, ovvero un dispositivo d’attribuzione di risorse rare. Se l’abbondanza di una risorsa la rende gratuita, quando la rarità diventa assoluta non vi è più economia. Fino a poco tempo fa pensavamo che l’aria fosse gratuita: beh, ora anche l’aria pura è rara e quindi ha un prezzo, in compenso quando non vi sarà più aria allora finirà anche il mercato dell’aria. In altri termini, quando le risorse rare diventano ancora più rare, quando l’inquinamento diventa più minaccioso, quando i vincoli ecologici diventano stringenti, i prezzi salgono e i benefici anche. In questo senso l’ecologia è una specie di nuova frontiera per i profitti. Facciamo un altro esempio: se da domani le pile al cadmio fossero proibite i produttori sarebbero rovinati, ma se invece li si obbligasse ad usare un cadmio di qualità il prezzo salirebbe e per i fabbricanti sarebbe una buona notizia. Semmai il punto è che la ristrutturazione economica imposta dai vincoli ecologici crea dei vincenti e dei perdenti. Si pensi al nucleare in Francia: Anne Lauvergeon, presidente d'Areva, non può impedirsi di sorridere quando parla dell’effetto serra perché è esattamente ciò che salverà il suo gruppo e forse il nucleare stesso nel mondo intero. D’altronde anche i perdenti ci sono, e si lamentano, da qui l’impressione che l’ecologia ostacoli l’economia…

Qual è il suo avviso sul nucleare? Pensa che sia una risorsa praticabile e che la Francia sia quindi un buon modello per l’Europa?

Ho l’impressione che in questo momento vi sia un consenso degli esperti in favore del nucleare. Negli anni ’70 in Francia vi è stata un’opposizione molto forte alla politica nucleare di Edf, che rispose con grande professionalità: per una volta gli ingegneri di Edf si sono trasformati in sociologi, passando per il locale, convincendo i sindaci. Ma, come sottolineò Puiseux all’epoca, rimaneva il problema delle scorie: la radioattività dura per centinaia forse migliaia di secoli, è semplicemente qualcosa di eterno rispetto a voi e quindi fa paura. Forse qui c’è un timore un po’ religioso, un’ansia irrazionale, mentre credo che tecnicamente l’interramento delle scorie non sia un grosso problema. E questo perché un anno di produzione di nucleare nell’intera Francia produce un volume di scorie corrispondente più o meno a questa stanza, non è insomma difficile seppellirle a 3-4 km di profondità in un suolo granitico e antisismico. Perché allora tanta paura? Non sarà che termini come “atomico” e “nucleare” ricordano Hiroshima, rinviano al nostro rapporto con l’apocalisse, al punto che si preferiscono soluzioni completamente irragionevoli? Penso al successo che sta riscontrando un altro metodo di eliminazione dei rifiuti industriali, il cosiddetto “sequestro della CO2”, che affianca un dispositivo di cattura e sotterramento della CO2 alle centrali termiche che funzionano a carbone. Claude Allègre ne ha parlato al Senato come se fosse l’avvenire: di carbone ne abbiamo ancora per secoli, dunque si può finalmente rinunciare al nucleare e al petrolio. Si vede bene l’interesse economico: una nuova tecnologia di smaltimento di rifiuti vuol dire nuovi profitti. Ma la cosa veramente stupefacente è che nessuno ha obbiettato che la CO2 non è un rifiuto qualsiasi, è una materia prima che va liquefatta, formerà insomma un enorme lago sotterraneo ben più pericoloso dell’uranio! Eppure, poiché non c’è di mezzo l’atomo e le emozioni che suscita, sembra una soluzione più ragionevole.

A suo avviso come è cambiata la percezione di questi rischi legati allo sviluppo e quanto vi hanno influito le tematiche ecologiche?

Direi che ci sono diverse componenti che hanno agito contemporaneamente. Una componente essenziale è l’industria e il mercato del rischio: le assicurazioni che insistono sui rischi per vendere di più, le Ong che proliferano intorno ai nuovi rischi ambientali, oppure la campagna di sicurezza sulle strade, che fa del minor numero di morti sulle strade un obbiettivo politico, amministrativo ed economico. Vorrei ricordare come questo tema della sicurezza stradale e dei rischi ambientali connessi all’automobile sia perfettamente funzionale all’industria automobilistica: nuove automobili, sempre più sicure, sempre più ecologiche, sempre più costose! Come si integra la coscienza ecologica a questo mercato della sicurezza? Da una parte ci sono i privilegiati, quelli che qui chiamiamo i bobos, i bourgeois bohèmes, i quali, stanchi del consumismo tradizionale, ora vogliono la qualità di vita, il cibo biologico, la sicurezza ambientale. Purtroppo questa concezione spesso serve a creare una distinzione, quasi fosse un mezzo ecologico per prendere un po’ di distanza dai proletari, se non ad allontanarli: “andate a farli altrove gli alloggi popolari, qui è antiecologico!”.
Poi ci sono i marxisti delusi come Alain Lipietz, che hanno sostituito le contraddizioni interne del capitale con i vincoli ecologici all’economia: qui il malinteso consiste nel parlare di catastrofi servendosi degli stessi temi che sfrutta il nuovo capitalismo ecologico. Parimenti la deep ecology, con la sua visione integralista della natura e la demonizzazione di ogni azione umana, finisce per essere addirittura organica al sistema perché rifiuta ogni tipo di compromesso. Infine c’è una specie di ecologismo di superficie, generato da un vago senso di colpa che per lo più è compensatorio, nel senso che impedisce di rimettere in causa profondamente il modo di sviluppo e risulta ancora una volta funzionale all’economia: l’idealizzazione ingenua del paesaggio naturale, del contadino, della tradizione è forse l’atteggiamento più diffuso di intere schiere di consumatori.

Quello che manca, mi sembra, è una riflessione seria della società su se stessa. Nel suo libro La società del rischio, Ulrich Beck propone quest’idea di modernità riflessiva, capace di pensarsi, un compito nient’affatto facile e per nulla nuovo. La novità consiste nell’affermare che lo Stato non può più farsi carico di questa presa di coscienza, mentre credo che ormai stia alle imprese, nella misura in cui sono attori con una grande responsabilità sociale e ambientale, creare dei veri sindacati di riflessione sui rischi, e questo proprio perché il rischio è un mercato. Infine non bisogna dimenticare che il rapporto individuale e collettivo al rischio è un rapporto alla paura, bisognerebbe decostruire questo flusso di paura che fa parte ormai del quotidiano: che cos’è la paura? Perché abbiamo bisogno di prendere dei rischi per agire e quanto invece la paura ci paralizza? La mia impressione è che questi “mercanti del rischio”, che si tratti del sistema politico-amministrativo, dei media o delle imprese, sfruttino questo desiderio di paura che rende la vita interessante, si pensi alla minaccia terroristica e a quanto ha reso “tragiche” le nostre vite… Insomma, a diversi livelli la paura si consuma, e può darsi benissimo che questa commedia spesso nasconda delle paure ben reali e giustificate.

Nei suoi lavori lei contrappone l’idea di sviluppo equo a quella di sviluppo sostenibile, può spiegarci questa contraddizione e la sua concezione di eco-sviluppo?

Per noi ormai la crescita non è più l’automobile o la seconda casa, ma un altro tenore di salute, di formazione, di capacità culturale, mentre certe grandi potenze come la Cina, l’India, il Brasile hanno ancora bisogno di crescita materiale: vogliono produrre elettrodomestici, automobili, case. Evidentemente questo aggrava la situazione ecologica: già ora se si guarda al riscaldamento climatico per emissione di gas nell’atmosfera dal punto di vista mondiale, ci si accorge che il problema non è europeo, ma cinese, per cui non credo valga la pena di andare tutti in bicicletta. Naturalmente non si può impedire a questi paesi di crescere economicamente, ma almeno si può accelerare il loro sviluppo e fare in modo che abbiano automobili meno inquinanti, dell’energia rinnovabile, etc. Quello che chiamo “sviluppo equo” consiste allora nell’esportare in quei paesi tecnologie, sicurezza e formazione in modo che la fase dell’industrializzazione-consumo, che abbiamo conosciuto anche noi, sia ecologicamente accettabile. Ci vuole insomma una vera gouvernance mondiale, nella quale l’Europa, con il suo metissage culturale e i suoi rapporti privilegiati con molti di questi paesi, può svolgere un vero ruolo di mediazione. Ma allora, ed è qui che entra in campo l’opzione politica, bisogna che siamo noi per primi ad orientarci verso una nuova forma di crescita e sviluppo, che chiamo uno “sviluppo qualitativo”, ovvero puntare sull’immenso ambito della sanità, della formazione, della ricerca, della cultura, della creazione artistica, insomma tutti i settori che consumano poca energia, producono pochi rifiuti. Il problema qui è duplice, economico e filosofico. Il problema economico è che queste funzioni essenziali sono sotto la tutela dello Stato e non è facile sviluppare economicamente ciò che è già gestito da enti pubblici. Ad esempio nel caso della sanità credo che bisognerebbe alzare il prezzo al pubblico di certe prestazioni sanitarie, nel caso dell’insegnamento sarei favorevole ad un po’ più di concorrenza e competizione: si tratta di recuperare allo stato alcuni settori sui quali c’è una sorta di monopolio.

Come organizzare allora un partenariato pubblico-privato? Si vede bene l’enorme difficoltà economico-politica di quest’affare. Il problema filosofico non è meno grave, e qui mi trovo in sintonia con Sloterdijk: se cominciamo a far agire le forze del mercato direttamente su noi stessi, non andiamo forse verso un nuovo totalitarismo che ha come scopo la produzione dell’umano stesso? Un conto è un sistema produttivo che produce oggetti, ma ora lo scopo non è più la crescita del Pil, ora abbiamo un sistema che produce noi stessi, come esseri culturali, come uomini sani e che ha come scopo limite quello di portare a zero il numero delle morti. C’è una specie di tentazione eugenetica in questa concezione, e l’avvenire non è necessariamente luminoso.




 

 

 

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