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321 - 17.05.07


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Una sinistra che
non sa più vincere

Luca Sebastiani


Si era visto durante la campagna elettorale, e il giorno della sconfitta le contraddizioni sono esplose. La candidata, Ségolène Royal, da una parte e il partito, il Ps, o almeno una sua parte, dall’altra. Una divisione che è costata la vittoria alla candidata socialista che si trovava ad affrontare una macchina da guerra compatta ed efficace come quella della destra di Nicolas Sarkozy. Una divisione che è il prodotto di una leadership mai accettata, di una strategia mai rinnovata, di un’ideologia mai aggiornata.

Anche se Ségolène presentandosi cinque minuti dopo l’annuncio della sconfitta per dichiarare che non deporrà le armi ha riaffermato la sua intenzione d’imporsi come leader naturale dei socialisti, anche se il segretario François Hollande ha sotterrato i regolamenti di conti per non peggiorare le cose prima delle legislative di giugno, la crisi del Ps scoppierà appena dopo il prossimo appuntamento elettorale.

Una crisi che viene da lontano, dalla perenne guerra delle correnti, dei clan che tra parole pragmatiche e retorica anticapitalista non ha mai intrapreso un serio processo di revisione e hanno ridotto la politica a gestione del governo e lotta tribale per la leadership all’opposizione.

Basta guardare a quello che è successo negli ultimi anni, quelli che hanno seguito l’epoca della gauche pluriel e la sconfitta al primo turno delle elezioni del 2002 del suo leader Lionel Jospin.

Subito dopo la batosta inflitta dalle urne ai socialisti, la crisi scoppia eclatante, ma per salvare il salvabile il segretario Hollande riesce a tenere insieme i pezzi rimandando il rinnovamento al futuro e mettendo insieme, al congresso di Digione del 2003, una maggioranza precaria con i jospiniani orfani del loro capo, gli uomini di Laurent Fabius e quelli di Dominique Strauss Kahn. Solo due correnti minoritarie, Nuovo partito socialista dei giovani rinnovatori Arnaud Montebourg e Vincent Peillon e Nuovo mondo dei gauchisti Henri Emmanuelli e Jean Luc Mélenchon, rimangono fuori.

La tregua tiene, ma resta armata e dell’aggiornamento nessun segno. I socialisti, grazie al rifiuto popolare delle politiche dei governi di Jacques Chirac, riescono addirittura a vincere le regionali e le europee del 2004 e, convinti di essere dalla parte giusta, restano immobili ognuno preparando la sua strategia per la conquista della candidatura per le presidenziali del 2007.

Le contraddizioni scoppiano però prima del previsto con il referendum sul Trattato costituzionale europeo del 2005, quando il partito si divide tra il sì e il no dando luogo ad un’incredibile battaglia fratricida. In realtà l’obiettivo sono le presidenziali e Laurent Fabius, fino ad allora considerato troppo a destra nel partito, si reinventa una verginità radicale guidando il no alla vittoria. La strategia dell’ex “primo ministro più giovane di Francia” - quello che negli anni Ottanta spingeva per la rifondazione e all’inizio del nuovo millennio abbassava le tasse e criticava lo statalismo - era una delle più classiche manovre, concepita per vincere la candidatura presidenziale presentandosi come l’unico in grado di proiettare al di là dei suoi confini di sinistra l’egemonia del Ps; l’unico in grado, cioè, di mettere in atto la strategia dell’Unione delle sinistre disegnata da François Mitterrand al congresso d’Epinay del 1971 e da allora sempre applicata dai socialisti.

Tempi magri per la tanto invocata Bad Godesberg francese, tanto che interpretato il no alla Costituzione come una conferma della svolta a sinistra, anche il socialdemocratico Strauss Kahn assume nel suo discorso una buona dose di retorica gauchista. Al congresso che segue il referendum, quello di Le Mans del 2005, sarà ancora Hollande a riuscire a tenere insieme i pezzi di un partito centrifugo disegnando i confini di una maggioranza eclettica in cui vengono messi insieme fabiusiani, strausskahniani e pezzi delle correnti minoritarie. Il risultato di questa sintesi sarà la redazione di un programma per le elezioni del 2007 piuttosto contraddittorio e poco coerente.

Ma mentre a Le Mans gli elefanti preparavano un’altra tregua armata su posizioni di retroguardia rispetto alle domande della società e rimandavano la battaglia alle primarie interne dell’autunno 2006, è un altro il fatto rilevante: Ségolène Royal, da sempre estranea alle faide e ai giochi d’apparato, comincia a crescere nel gradimento popolare. È lei a sinistra ad intendere le richieste che vengono dalla Francia e piano piano comincia a dare delle risposte. Una leadership del rinnovamento sta nascendo e per incoraggiarne l’ascesa al Ps, Hollande, pensa bene di aprire il partito e propone un tesseramento su internet a soli 20 euro. Entrano nell’organizzazione con diritto di voto alle primarie quasi centomila nuovi aderenti che cambiano la geografia e la fisionomia del partito. Il nuovo militante è più giovane, più diplomato e spesso donna: l’elettore perfetto per Ségolène Royal.

Appoggiandosi su una buona parte dell’apparato, che la sostiene in virtù dei sondaggi che la danno avanti al rivale di destra Nicolas Sarkozy, e sui nuovi tesserati, la madonna socialista vince le primarie contro Fabius e Strauss Kahn con il 60 per cento dei voti.

È lei la candidata alle presidenziali, ma le cicatrici che hanno lasciato gli scontri delle primarie non si rimargineranno mai. Ségolène non associa le correnti del partito alla campagna e queste l’aspettano al varco. Lo si è visto la sera della sconfitta del 6 maggio, quando dagli schermi televisivi sia Fabius che Strauss Kahn commentavano la cocente sconfitta mettendosi a disposizione per guidare la campagna successiva.

Per ora le divisioni sono rimandate al dopo legislative, ma questa volta oltre che su buona parte delle strutture territoriali del partito e i nuovi aderenti, Ségolène può contare su un capitale di diciassette milioni di francesi che l’hanno votata al ballottaggio. Disarcionarla sarà difficile, ma la sua leadership è intimamente legata alla doppia scommessa di aggiornare in senso socialdemocratico il Ps e rinnovarne la strategia delle alleanze. Con la quasi scomparsa della gauche della gauche si chiude infatti il ciclo storico d’Epinay e si apre l’esigenza di aprirsi verso il centro. Se riuscirà a portare a termine questo processo, Ségolène ha buone possibilità di restare alla guida del Ps fino alle elezioni presidenziali del 2012.


 

 

 

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