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319 - 17.04.07


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Una cosa è sicura, per
ora vince l’incertezza

Luca Sebastiani


Chi varcherà la soglia dell’Eliseo dopo il ballottaggio del 6 maggio? Chi orienterà la politica del paese per i prossimi cinque anni? Le brevi vacanze pasquali non hanno portato consiglio ai francesi e i dubbi con cui sono partiti sono gli stessi con cui sono ritornati. Al grande appuntamento elettorale mancano solo una decina di giorni eppure l’unica cosa acquisita è che gli elettori non hanno ancora deciso. Tutti i sondaggi sono chiari in proposito: un francese su due non sa quale sarà il nome che scriverà sulla scheda. Il fatto non è di poco conto, dato che in testa alla corsa ci sono ben quattro candidati suscettibili di passare al secondo turno. Sull’elezione chiave della Quinta Repubblica regna una grande indecisione e, dunque, un’estrema incertezza degli esiti.

Da tre mesi i sondaggi fotografano un consenso fluttuante e contraddittorio, con candidati che salgono una settimana per poi, altrettanto improvvisamente, ridiscendere la seguente. Nicolas Sarkozy sembrerebbe in testa davanti a Ségolène Royal, mentre la novità François Bayrou e l’inossidabile Jean Marie Le Pen interpretano entrambe il ruolo di pericolosi outsider.

Nel passato, però, i sondaggi si sono spesso sbagliati e mai come quest’anno la loro facoltà predittiva deve essere presa con grande cautela. Gli iscritti alle liste elettorali sono aumentati come non mai, segno di una grande volontà di dire la propria, ma dire la propria in favore di chi, in che modo? Di solito, dicono gli esperti, tra la fine di marzo e l’inizio d’aprile avviene la “cristallizzazione”, mentre questa volta la metà della popolazione anche se sa che voterà, non sa ancora per chi, fatto che rende difficile prevedere quale sarà la scelta dopo che il ragionamento avrà attraversato passaggi complessi e molto spesso negativi.

L’elezione del presidente della Repubblica, diceva Charles de Gaulle, è “l’incontro di un uomo con il popolo”, ma oggi le cose sembrano andare in modo diverso. Nel 2002 fu un voto di protesta che eliminò Lionel Jospin al primo turno, portò al secondo Le Pen e consegnò la vittoria a Jacques Chirac. Nel 2005 più che contro il Trattato costituzionale europeo i francesi votarono la sfiducia ad una classe dirigente con alla testa il presidente della Republique. Quest’anno il 63 per cento di loro continua a pensare che i politici non prendano in conto i problemi e le aspettative del popolo, che siano troppo distanti dalla realtà. Insomma, l’incertezza che regna sovrana in quest’ultima fase di campagna è il sintomo di un malessere che sta trasformando la democrazia francese da processo di selezione positiva a processo di “deselezione” negativa.

Alcuni a sinistra voteranno Bayrou non perché aderiscano al suo programma, ma perché non vogliono consegnare il proprio suffragio a Ségolène; chi non vuole assolutamente che sia Sarkozy ad entrare all’Eliseo voterà invece il candidato con più probabilità di batterlo, chiunque esso sia; a destra anche chi non ama l’ex ministro dell’Interno forse ripiegherà su Bayrou o magari sull’estrema destra. Infine, buono per tutti i voti di protesta, Le Pen è lì ad attendere la replica del 2002.

Quello che ne esce è un quadro fortemente instabile in cui le scelte sono determinate da una logica negativa e di protesta. Del resto tutti e quattro i candidati maggiori hanno giocato la carta della “rottura”, l’immagine del rinnovamento e la contestazione della vecchia politica. Sarkozy si è levato contro lo chiracchismo che da trent’anni domina la destra. Ségolène contro la schizofrenia di un socialismo anticapitalista all’opposizione e realista al governo. Gli altri due semplicemente contestando l’intero sistema, Bayrou dal centro e Le Pen da fuori.

Il successo inaspettato e rapido del centrista è sintomatico di questa situazione. Nonostante il suo programma sia poco visibile, vago e per molti aspetti misterioso, il suo consenso si è impennato per una sorta di sedizione dal centro contro il sistema politico che con le alternanze che si sono susseguite ha governato la Francia degli ultimi trent’anni. La strategia è stata talmente valida che nei giorni scorsi, in calo di popolarità, il centrista rivoluzionario ha rialzato la voce e ribadito: “La rottura c’est moi”.

Chi invece rimane scientemente nell’ombra è il candidato della protesta per antonomasia, il termometro stesso della democrazia francese. Le Pen non si fa vedere troppo, non spreca neanche il tempo di spiegare uno straccio di programma perché è cosciente che i suoi voti saranno tanti quanti saranno quelli di protesta.

Del resto i due favoriti, Ségò e Sarkò, hanno cominciato a perdere terreno a favore dei due outsider antisistema proprio nel momento in cui hanno cominciato a dettagliare i rispettivi programmi ed elargito promesse a destra e manca. Segno che di questi tempi in Francia gli impegni sono valuta fuori corso.

Dopo qualche giorno di vacanza in cui avranno rimuginato e fatto chiarezza sulle proprie convinzioni, i francesi, dicono gli esperti, con l’approssimarsi della data del voto cominceranno a fare la propria scelta. A quel punto potranno selezionare o deselezionare tra quattro visioni: quella di Ségolène, che privilegia solidarietà e giustizia, quella di Sarkozy, incentrata su libertà e merito individuale, quella di Bayrou, piuttosto vaga, e quella di Le Pen, decisamente oscura.

 

 

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