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319 - 17.04.07


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Ségò corre verso i francesi
e lascia indietro il partito

Luca Sebastiani


A tre settimane dal verdetto delle urne la partita tra i candidati principali alle elezioni francesi è ancora tutta da giocare. Un cittadino su due non ha ancora deciso a chi confidare la propria fiducia e l’esito dello scrutinio è più aperto che mai. In questo contesto i candidati calibrano la propria strategia e limano la loro campagna per il rush finale.

La prima novità consiste nel nuovo slancio che Ségolène Royal sta imprimendo al dibattito. Lo aveva già annunciato due settimane fa che si sarebbe ripresa la sua “libertà”, che si sarebbe affrancata dal partito, dal suo programma e dalla sua tutela per andare verso i francesi. E così è stato. La Royal è tornata alle origini del suo successo e come per incanto ha ricominciato a dare il tempo alla campagna elettorale e ad imporre i temi al dibattito.

Come nel caso della Marsigliese e del Tricolore, i simboli della Nazione che la candidata ha rispolverato di fronte ad un Ps ammutolito dall’audacia di una posizione che esce fuori dai dogmi socialisti. Al di là delle polemiche che possono far apparire quello di Ségolène come un passo maldestro, la scelta del tema non è stata affatto casuale o improvvisata, ma scientemente calcolata. Un esempio dei più cristallini del metodo Ségò, di quella concezione della politica che implica una grande libertà dagli schemi della gauche e una grande capacità di triangolazione, di sottrarre cioè un tema all’avversario declinandolo a sinistra. I mezzi che coniugati ad una grande capacità d’ascolto della Francia le avevano permesso prima di emergere nei sondaggi e poi di imporsi come la candidata dei socialisti.

Prima che Ségò lasciasse di stucco la sua parte politica e si attirasse il sarcasmo della destra, era stato Nicolas Sarkozy a brandire il tema della Nazione per strizzare l’occhio agli elettori del Fronte Nazionale. Il candidato dell’Ump aveva infatti proposto la creazione di un ministero dell’Immigrazione e dell’Identità, suggerendo che la prima sia alla fine una minaccia per la seconda. Per non lasciare libero il campo Ségolène si è appropriata del soggetto e ha trasformato il nazionalismo che divide di Sarkozy in un’idea di Nazione che include e unisce.

Che un socialista parlasse di un tema del genere invece che della questione sociale non si era mai visto, ma l’obiettivo della Royal è quello di andare verso i francesi, gli stessi che nel 2005 avevano rigettato in massa il Trattato costituzionale europeo. Rivalutare la Nazione vuol dire per Ségò offrire un punto di riferimento e un riparo a quelle classi popolari che sono le prime vittime della mondializzazione e un modo di recuperare il voto di quei settori che nel 2002 avevano disertato i socialisti. Allora Lionel Jospin perse anche perché per lui votò solo il 14% degli operai.

Da quella sconfitta Ségolène ne deve aver tratto una lezione e un modus operandi. Se si getta uno sguardo indietro si può infatti cogliere una certa coerenza nel suo stile. Cinque anni fa i socialisti avevano consegnato alla destra e a Sarkozy il tema della sicurezza non avendo saputo, per questioni ideologiche, prendersi carico delle ansie dei cittadini. Durante le primarie la Royal ha invece giocato la carta “dell’ordine giusto” perché aveva capito che l’insicurezza toccava soprattutto le classi popolari. Con questa sua peculiare libertà dai tabù socialisti è riuscita prima a diventare popolare e ora a ritrovare quello slancio che era il suo marchio di fabbrica.

Di fronte alla ritrovata simmetria tra una Ségò rinvigorita e un Nicolas Sarkozy sempre in testa nei sondaggi, ma tallonato dalla rivale, il primo a farne le spese è stato François Bayrou. Con la polarizzazione del dibattito il centro diventa sempre meno visibile e l’illusione centrista sembra allontanarsi. Sono i sondaggi a dirlo, a fotografare un’inversione della curva di consenso del candidato dell’Udf che fin qui non aveva fatto che crescere. Ora il suo score medio è passato sotto il 20 per cento, la soglia che gli consentiva di minacciare Ségolène.

Con un programma incerto e una postura antisistema Bayrou era riuscito ad emergere intercettando il consenso dei francesi delusi da trent’anni di politica gollisto-socialista. L’effetto novità, però, brucia in fretta e ora che la campagna è entrata nel pieno della sua ufficialità, il presidente dell’Udf non è identificabile con nessuna proposta chiara e concreta, tanto più che il suo tentativo di attirare le personalità di punta della destra e della sinistra è fallito e ora appare più isolato che mai.

Il problema del centrista è che il suo elettorato è estremamente volatile, pronto a partire verso altri lidi. Sarkozy e Ségolène lo hanno capito e per costringere gli elettori a scelte nette hanno impostato l’ordine del giorno, aiutati anche dall’attualità, su questioni come la Nazione, la sicurezza e l’immigrazione. Su temi come questi i francesi prendono posizioni nette e il né-né centrista si ritrova asfissiato.

All’attacco congiunto degli avversari si aggiunga che all’approssimarsi dello scrutinio finisce lo spettacolo e gli elettori, dicono gli esperti, cominciano a scegliere sulla base dei classici schemi della politica francese.

Non trovando meglio da fare, Bayrou ha sfoggiato la sua carica contestataria e per ritrovare visibilità se l’è presa con la “manipolazione dei sondaggi”. Non ha tutti i torti e in effetti le previsioni delle ricerche d’opinione non sono mai attendibili. Cinque anni fa, ad esempio, alle elezioni presidenziali avevano attribuito a Jean Pierre Chevènement il ruolo di terzo uomo, ma poi al primo turno prese il 5 per cento e si scoprì che in realtà il vero terzo uomo era Jean Marie Le Pen. Non è che anche quest’anno abbiano preso lucciole per lanterne e che alla fine sia ancora lui la sorpresa che emergerà dalle urne?

 

 

 

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