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318 - 30.03.07


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“L’allargamento è una risorsa”

David Král con
Daniele Castellani Perelli


A 50 anni dal Trattato di Roma, la politica estera europea vista con gli occhi di chi in quest’Europa è entrato da poco e tuttavia sa che anche il suo paese oggi può scrivere un capitolo importante nella politica estera dell’Ue.
“I paesi dell’Europa centro-orientale guardano con favore sia all’allargamento sia alla creazione di un ministro degli Esteri europeo, come si è visto anche durante i lavori della Convenzione”, David Král parla da Praga, dove presiede l’Istituto per la Politica estera Europeum, insegna studi europei all’Università Carlo, ed è stato consigliere del governo ceco durante la Convenzione e la Conferenza intergovernativa per la stesura della Costituzione europea.
“Su alcuni temi, come la democratizzazione dei paesi che vogliono oggi entrare nell’Ue possiamo dire la nostra” aggiunge Král, che scrive anche per Opendemocracy e fa parte dell’associazione Pasos, vicina a George Soros. “È la lezione che abbiamo imparato dall’Ue, ed è la nostra specificità”.

Come guardano i paesi dell’Europa centro-orientale alla politica estera europea?

Per noi la politica estera europea ha una storia relativamente recente. In qualche modo a volte la guardiamo con sospetto, perché è solo dal 1990 che abbiamo potuto godere di una politica estera indipendente: fino ad allora, infatti, era Mosca che la decideva per noi. Ci sono però alcuni punti sui quali sentiamo di poter avere voce in capitolo, e mi riferisco soprattutto alla transizione democratica, un aspetto della governance che oggi rappresenta una sfida decisiva per paesi come l’Ucraina e soprattutto la Bielorussia. Noi siamo passati con successo attraverso la fase di democratizzazione, e possiamo ora aiutare quei paesi a procedere lungo la stessa strada.

Rivendicate insomma una sensibilità diversa, in questo campo, rispetto ai paesi dell’Europa occidentale.

In un certo senso sì. I nostri ministri degli esteri, e i funzionari dei loro stessi ministeri, sentono di avere una missione in particolare, che è quella di aiutare la diffusione della democrazia nei paesi europei in cui essa stenta a svilupparsi. E’ la nostra specificità.

Come vedono i paesi dell’Europa centro-orientale l’ulteriore allargamento dell’Ue, dai Balcani alle ultime repubbliche ex sovietiche?

Qui è molto evidente lo scarto tra l’Europa occidentale e quella orientale. I primi guardano all’allargamento senza entusiasmo, mentre noi ne vediamo molto di più gli aspetti positivi. Ci rassicura pensare che un ulteriore allargamento porterebbe maggiore benessere e sicurezza ai paesi coinvolti, e di conseguenza anche a noi, che stando all’attuale periferia dell’Europa non potremmo che beneficiare della stabilizzazione di quei paesi. Tuttavia non voglio generalizzare troppo. I due blocchi non sono tali, e all’interno dell’Europa occidentale ci sono paesi decisamente favorevoli all’allargamento, come la stessa Italia.

Lo stesso discorso vale per l’ingresso della Turchia?

Se guardiamo ai sondaggi e alle dichiarazioni delle classi dirigenti, sembrerebbe che i paesi dell’Europa centro-orientale siano più aperti all’ingresso di Ankara. Tuttavia è un tema che non ci preme più di tanto, non ci tocca troppo, perché le nostre popolazioni musulmane non sono comparabili a quelle di paesi come Austria, Francia, Gran Bretagna o Germania.

I paesi dell’Est Europa vedono con favore la creazione di un vero ministro degli Esteri europeo? E crede che aiuterebbe la nascita di una politica estera più coerente dell’Ue?

Sono due domande molto diverse. L’idea del ministro degli Esteri è benvenuta, come si evince dal fatto che durante la Convenzione i paesi dell’Europa centro-orientale non hanno avanzato critiche su questo punto. Al momento, però, dubito che la creazione di questa figura possa far nascere un’autentica politica estera europea. Da come è descritto nello stesso trattato costituzionale, c’è il rischio che finisca per essere un mero portavoce del Consiglio dei ministri. Come funzionerà il “doppio cappello”, che lo farà appartenere sia alla Commissione sia al Consiglio dei ministri? Credo che altrettanto importante, perché l’Ue abbia una politica estera unica e coerente, sia la creazione di un servizio diplomatico unico, già tratteggiato nella Costituzione.

Il tema dello scudo missilistico americano in Polonia e Repubblica Ceca, che ha lasciato un po’ scettici alcuni paesi europei, dimostra che tra Est e Ovest ci sono ancora sensibilità diverse, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con Mosca?

Sì, anche se persino tra Praga e Varsavia c’è un atteggiamento diverso. La Polonia, qualunque sia il governo al potere, ha posizioni molto filoamericane. Lo stesso non vale per la Repubblica Ceca, dove, un po’ come succede in Germania, il centrodestra (oggi al governo) è più vicino alle posizioni degli Stati Uniti, mentre i socialdemocratici fanno notare che lo scudo missilistico potrebbe rovinare i rapporti con altri stati dell’Ue. Per questo chiedono un referendum sulle basi americane, consapevoli del fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica è contraria al progetto. Questo dimostra che la maggioranza dei cechi è a favore di una politica estera europea autonoma, che sia a volte anche in contrasto con quella americana. Per quanto riguardo lo scudo missilistico, credo che la questione sia molto politicizzata, che l’aspetto politico sia molto più importante rispetto a quello militare: lo si fa perché ce l’hanno chiesto gli Stati Uniti, per dimostrare che siamo più alleati loro che di Mosca.

Cosa rappresenta l’Europa per un giovane ceco?

Difficile dirlo, però si può avvertire una differenza tra questa generazione e quella che l’ha preceduta. Oggi si riconoscono molto di più le opportunità, soprattutto di lavoro e di storia, che sono rappresentate dall’Ue.

Quali sono, per lei, gli aspetti più positivi e più negativi della politica estera europea?

Sono le due facce della stessa medaglia. Da un lato c’è l’orgoglio per le capacità del soft power europeo (apprezzato dai cechi anche nella questione irachena), dall’altro c’è il timore che questo soft power possa risultare un’arma spuntata, rendere impotente l’Europa nei momenti di maggiore difficoltà, come nell’ex Jugoslavia degli anni Novanta.

Come giudica il modo in cui l’Europa sta negoziando con l’Iran?

Il negoziato dell’Ue è stato molto positivo ed efficace. Finora è stato un successo, perché l’Ue ha dimostrato di essere un interlocutore affidabile per tutte le parti in causa, dall’Iran agli Usa all’Aiea.

 

 


 

 

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