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318 - 30.03.07


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Ambiente, anniversario agrodolce

Pascal Acot con
Elisabetta Ambrosi


“Esistono accordi formali, ma ognuno lavora per i propri interessi”. Pascal Acot parla di clima e ambiente, argomenti a cui ha dedicato il suo ultimo libro
Catastrophes climatiques, désastres sociaux (che in Italia uscirà per Donzelli, editore anche, dello stesso autore, della fortunata Storia del clima) e, guardando all’Europa fa una fotografia abbastanza scura, che esprime tutto il suo scetticismo sulla possibilità che i paesi dell’Unione riusciranno a trovare una soluzione comune ai problemi ambientali. “Ma lei lo sa – prosegue Acot – che oggi la Svezia continua a produrre elettricità da energia nucleare quando ha invece ufficialmente rinunciato a questa forma di energia venti anni fa?”
La visione dello studioso francese, che lavora al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, non invoglia certo a brindare alle cinquanta candeline dell’Unione, almeno se si parla di ambiente, clima e risorse energetiche. Ma Acot, laureato in filosofia, non tradisce la sua formazione e aggiunge sapientemente: “Poiché l’uomo è libero, tutto resta ancora possibile”.


Lo spunto per la nostra intervista è un compleanno. E allora partiamo dall’anno di nascita della Cee, il ’57. C’era allora una sensibilità ambientale?

Non credo si possa parlare di una sensibilità particolare verso l’ambiente all’interno del Trattato di Roma. Tuttavia, alcune questioni ambientali importanti erano senz’altro affrontate: penso alla politica agricola comune e al trattato Euratom, firmato lo stesso giorno. È stato tuttavia all’inizio degli anni ‘60 che le prime preoccupazioni ambientali sono apparse in Europa, sotto la forma di lavori universitari. In seguito, ci sono stati i movimenti del ‘68, che non erano specificamente ambientalisti, ma i cui attori andarono a formare le fila dei futuri partiti Verdi, dopo il primo choc petrolifero, quando per la prima volta, con il primo rapporto del Club di Roma nel ‘72, la questione dell’esaurimento delle risorse fu posta con forza.

Quali sono attualmente le politiche ambientali della Ue? Siamo più avanti degli Stati Uniti e del resto del mondo?

Le politiche dell’ambiente in Europa si somigliano, anche se assumono poi diverse forme. Possiamo distinguere tre ambiti principali: la protezione della Natura, come ad esempio l’attenzione rivolta alle riserve naturali e la rete Natura 2000 (un network che fa capo alla Commissione europea e che mira a preservare biodiversità e originalità di habitat naturali, ndr); le economie delle materie prime, attraverso lo sviluppo di tecnologie moderne, come quella dell’alluminio; le economie delle risorse energetiche fossili, sia perché destinate a esaurirsi, sia perché rilasciano gas che producono l’effetto serra. Lo sviluppo dell’architettura “Alta Qualità Ambientale” si situa all’interno di queste due ultime tendenze. C’è un solo punto che divide gli stati: il ricorso controverso all’energia nucleare. E un punto che, purtroppo, li unisce: lo scarso effetto delle disposizioni prese. Ma va comunque meglio che negli Stati Uniti!

Come giudica l’accordo sui gas serra siglato a Bruxelles sotto la guida della Germania di Angela Merkel? Si tratta di un accordo importante, sul fronte pratico e simbolico.

Avrei voglia di dire: quale accordo? Si è deciso di ridurre del venti per cento le emissioni rispetto al 1990. È una cosa possibile, vista la attuale deindustrializzazione dell’Europa. Ma in realtà ciascuno gioca la partita in favore del proprio interesse. Per esempio, Angela Merkel ha ottenuto che la riduzione dei gas serra emessi da certe automobili sia meno ampia del previsto, per proteggere il mercato delle automobili tedesche. E la Francia, a sua volta, ha trattato per far sì che il nucleare sia accettato come soluzione possibile al problema del riscaldamento climatico. Credo che, in futuro, ciascuno stato, nella misura in cui potrà, negozierà per il proprio vantaggio. Per questo l’Europa mi appare come una costruzione molto fragile.

Come ridurre questa tendenza ad una visione nazionale, particolaristica?

Bisognerebbe soprattutto informare i cittadini. Chi sa oggi che la Svezia continua a produrre elettricità nucleare quando ha invece ufficialmente rinunciato a questa forma di energia venti anni fa? Quanto alla posizione tedesca, l’idea di sviluppare le centrali termiche – anche se “moderne” – a discapito del nucleare, è una catastrofe in materia di effetto serra. E si sa che l’Italia compra, quando necessario, energia nucleare alla Francia.

Secondo lei, come è possibile risolvere la disputa tra i paesi dell’Europa dell’Est e quelli più occidentali circa il tipo di fonti energetiche da privilegiare e la quantità obbligatoria di energie rinnovabili da produrre? Lei crede, come il suo governo, che il nucleare sia la soluzione più efficace?

Io credo, ahimè, che il nucleare sia la sola forma di produzione di energia capace di rispondere ai bisogni europei, fino a che l’energia del futuro, quella solare, non ne prenda il posto. Le energie “alternative”, quali che siano, sono oggi incapaci di rimpiazzare quelle fossili. Bisognerà perciò passare per il nucleare e svilupparlo ancora, con tutti i rischi che ciò comporta. È un fatto drammatico perché l’urgenza è estrema. Per conto mio, temo più le conseguenze di un’interruzione dell’approvvigionamento delle energie fossili che quelle del riscaldamento climatico. La nostra sola chance sarà la realizzazione nei paesi Ue di grandi servizi pubblici, senza interesse economico, che gestiscano il nucleare.

Il clima sta cambiando in maniera violenta e imprevedibile. Siamo ancora in tempo per agire su processi già visibili e imponenti, vista soprattutto l’incapacità politica di trovare rapidamente accordi su questioni vitali e vista la miopia dei governi?

Come è stato scritto dall’Ocde (Organisation for Economic Co-operation and Development) nella dichiarazione pubblica del 2004 del suo direttore per l’ambiente Lorents Lorentsen, io credo che sia già troppo tardi per arrestare il riscaldamento. Se noi prendiamo delle buone decisioni oggi, la temperatura media continuerà quanto meno ad aumentare nei prossimi secoli. La vera urgenza è quindi quella di aiutare i paesi poveri, e gli esseri umani più poveri all’interno dei paesi ricchi, a lottare contro le conseguenze del riscaldamento. Contemporaneamente, naturalmente, occorre limitare drasticamente il rilascio dei gas a effetto serra.

Concretamente, allora, che futuro ci aspetta?

Nessuno, credo, lo può dire. Poiché la specie umana è libera, malgrado tutto ciò che tende a intralciarci, noi possiamo fare della nostra Terra un giardino, oppure un immondezzaio. Nell’immediato bisognerebbe ri-localizzare le attività industriali e de-mondializzare l’economia, al fine di limitare i trasporti inutili e razionalizzare le filiere di produzione. Lo sviluppo delle tecnologie moderne, razionali e a basso consumo, è possibile e assai poco costoso: quando, per esempio, si renderà finalmente obbligatorio dappertutto il recupero delle acque piovane e delle acque nere (quelle che provengono dagli scarichi di abitazioni e attività commerciali, ndr)? È un esempio, tra molti altri. Purtroppo non sono certo che ci troviamo sulla strada corretta. Ciò detto, ripeto, tutto è ancora possibile.

 

 

 



 

 

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