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317 - 16.03.07


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Echo, missione
umanitaria

Raf Rosvelds
con Martina Toti


“Le persone sono la nostra priorità” è questa la descrizione che Echo, il servizio di aiuto umanitario della Commissione europea fornisce di se stessa sul proprio sito web. Attiva in numerose aree del mondo che attraversano situazioni di crisi, Echo è responsabile di gestire le attività umanitarie del più grande donatore mondiale, l’Unione Europea. Abbiamo chiesto a Raf Rosvelds, responsabile di Echo per il territorio afgano, di raccontarci dell’Afghanistan, delle sue persone e delle loro prospettive.

Ci può spiegare come opera Echo per l’Afghanistan?

Aiutiamo i più vulnerabili e cerchiamo di indirizzare gli aiuti umanitari proprio a chi ne ha più bisogno. Generalmente cerchiamo di concentrarci sulle aree più remote che hanno più difficoltà ad accedere al mercato globale e che sono più colpite da condizioni climatiche difficili, come nel caso della tremenda siccità che ha afflitto il paese per molti anni fino al 2004 e poi, di nuovo, nel 2006.
Tutti hanno sentito parlare del traffico di droga e della coltivazione di oppiacei in Afghanistan, chi trae beneficio da queste attività non rientra nei nostri obiettivi umanitari.

Quanto è cambiato il lavoro di Echo nel corso degli anni? La situazione nei decenni è molto cambiata: prima una guerra civile che ha devastato l’Afghanistan per 23 anni, poi la guerra al terrore.

Siamo stati attivi in Afghanistan a partire dalla fine degli anni ’90. Nel 1998 ebbe inizio un terribile periodo di siccità che durò, con alcune variazioni a seconda delle aree, fino al 2004. Quando è scoppiata la guerra eravamo già lì, anche perché, oltre alle attività in Afghanistan, collaboravamo e sostenevamo il lavoro dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) in Iran e Pakistan, nei campi profughi. Era sicuramente molto difficile lavorare al tempo dei talebani ma noi cercavamo quanto più possibile di rispondere all’emergenza della crisi umanitaria innescata dalla siccità.

Come erano le condizioni della popolazione all’epoca?

C’è da precisare che non siamo propriamente un’agenzia che si occupa di assistenza ai poveri, piuttosto ci occupiamo di aiuti umanitari in situazioni di crisi: salviamo vite. All’epoca, ad esempio, ci trovammo ad affrontare il dramma dei nomadi Kuchi, una popolazione migrante che si sostiene grazie agli allevamenti ovini. A causa della siccità avevano perso tutti i loro capi di bestiame e si trovavano nell’impossibilità di sfamare e sostenere le proprie famiglie. Si trattava di una popolazione numerosa che aveva bisogno di aiuti alimentari e di nuovi insediamenti perché, a quel punto, il loro vecchio modo di vivere era finito. C’erano poi molte altre persone, provenienti da aree colpite dalla calamità che dipendevano dalla pioggia per le provvigioni di acqua, in particolare, per l’agricoltura e l’irrigazione di terreni. Molte di esse si trasferirono nelle città più grandi ed ebbero bisogno di aiuti alimentari per poter sopravvivere a quegli anni difficili. Erano queste le condizioni tra la fine degli anni ’90 inizio 2000 e poi, di nuovo, con una nuova ondata di siccità lo scorso anno.

Tutte situazioni di emergenza. Dopo la cacciata dei talebani si è aggiunta un’altra crisi: quella dei cosiddetti returnees, ovvero di quegli afgani fuggiti durante il dominio talebano e ora tornati nella loro terra d’origine.

Dal 2002 più di 4 milioni e 700 mila persone sono ritornate in Afghanistan, un dato di enormi dimensioni per un paese che si trovava già in difficoltà nel provvedere alla propria popolazione. Con alcune variazioni a seconda delle fonti, si parla oggi di una popolazione di circa 26 milioni di abitanti, di cui i cosiddetti returnees rappresenterebbero pertanto quasi il 19%. Abbiamo cercato di aiutare il paese ad assorbire l’enorme afflusso cooperando con l’Unhcr e le altre agenzie presenti sul territorio. Li aiutiamo nel trasferimento, ci prendiamo cura di loro lungo il loro percorso di rientro accompagnandoli nel loro ritorno alle aree di origine. Ma il loro arrivo provoca tensione, perché le risorse sono molto limitate anche per chi dall’Afghanistan non se n’è mai andato. Anche in questo caso, come organizzazione umanitaria, cerchiamo di concentrare le nostre attenzioni su quelle aree in cui l’afflusso è più consistente, dove c’è enorme bisogno di acqua e misure igieniche. Ci sono delle città la cui popolazione è andata crescendo in maniera esponenziale, Kabul, ad esempio, è passata da 1 milione di abitanti a 4 milioni nel giro di 4 anni. Si sono sviluppati dal nulla interi quartieri, ma il governo non è in grado di assorbire il cambiamento e provvedere ai bisogni di una popolazione quadruplicata.

A proposito delle difficoltà del governo, nel corso delle ultime settimane si è parlato che la prossima primavera gli scontri con i gruppi talebani aumenteranno. Cosa significa questo per le vostre attività e per quelle dei vostri partner?

Ovviamente quella della sicurezza è una questione di enorme importanza in Afghanistan. In un certo senso, per noi il problema è che dobbiamo rendere conto delle nostre attività al parlamento e alle altre istituzioni europee, il che significa che dobbiamo essere in grado di monitorare i progetti che finanziamo, e nel sud dell’Afghanistan è difficile proprio per le precarie condizioni di sicurezza. Detto questo, in province come Helmand e Kandahar per il perverso effetto della produzione di oppio e droghe, la popolazione ha qualche possibilità in più per far fronte alle devastazioni della siccità. In un certo senso, perverso appunto, l’oppio e la droga diventano uno strumento per far fronte alla crisi.

Com’è la situazione al Sud?

Al momento, i campi profughi ospitano ufficialmente circa 120 mila persone, i Kuchi che sono ritornati dal Pakistan non possono andare verso Nord, dove hanno le loro origini, perché sono considerati dei Pashtun che erano alleati dei talebani. Ragioni di sicurezza impongono loro di non muoversi. Noi offriamo assistenza umanitaria attraverso l’Unhcr e, anche attraverso altri partner, come ad esempio la Croce Rossa Internazionale che monitora la situazione e, in caso di scontri o crisi, individua le persone che hanno bisogno di aiuto, ne valuta le necessità offrendo aiuto diretto.

Per quanto riguarda l’impegno della Nato, alcune Ong si sono pronunciate in favore di un ritiro delle forze militari. Qual è la sua opinione?

Come istituzione Echo non lavora attraverso i cosiddetti Prt (i team di ricostruzione provinciale a struttura mista civile-militare) o con qualsiasi altra organizzazione legata a forze militari. Il nostro mandato consiste nel lavorare solo attraverso quelle Ong che hanno firmato il nostro accordo di partnership e attraverso le organizzazioni internazionali. Ma nel Sud la realtà sul campo è che ci sono Prt e forze della coalizione che stanno combattendo la guerra al terrore e noi dobbiamo vivere nella stessa area. Per questo cerchiamo di salvaguardare e difendere quanto più possibile lo spazio umanitario e assicurarci che i nostri partner possano lavorare anche in aree dove ci sono conflitti sporadici. Gli attori umanitari collaborano per fornire un ambiente sicuro dove le Ong possano operare in relativa tranquillità. Non è sempre il caso in tutte le province afgane. Echo e le altre agenzie vorrebbero che l’aiuto umanitario fosse collegato alla riabilitazione e allo sviluppo, alla sostenibilità e alle garanzie di qualità degli standard di vita della popolazione locale, cosa che non necessariamente avviene con le Prt o i militari che conducono operazioni umanitarie.

 

 



 

 

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