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317 - 16.03.07


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“Kabul non è Baghdad, c’è
bisogno dei nostri soldati”

Roberta Pinotti con
Elisabetta Ambrosi


Sulla politica estera il governo Prodi ha rischiato di cadere; il punto più delicato riguardava la missione in Afghanistan, verso la quale dalla sinistra più radicale viene un netto rifiuto.
Ma l'Afghanistan non è come l'Iraq, dice Roberta Pinotti, diessina, presidente della Commissione Difesa della Camera; a Kabul, afferma la Pinotti, c'è bisogno di azioni militari, volute dall'Onu e organizzate dalla Nato, che sappiano affiancare la diplomazia per continuare in Afghanistan la delicata costruzione di un cammino democratico.

I governi europei, al pari dell’Italia, ritirano le truppe dall’Iraq, perchè restano in Afghanistan?

C'è una differenza profonda tra le due missioni, che è il motivo per cui all’Iraq ci siamo sempre contrapposti, anche quando eravamo all’opposizione, e, appena arrivati al governo abbiamo ritirato le truppe. L’intervento in Iraq è stato un atto unilaterale degli Usa, che hanno trovato alleati sulla base di motivazioni che si sono dimostrate false, come le armi di distruzione di massa e i legami con Al Qaeda. Motivi pretestuosi, che hanno provocato quella situazione terrificante che è ancora oggi sotto gli occhi di tutti: non passa un giorno senza che ci sia un bollettino di vittime intollerabile. L’errore è stato così grande che adesso non solo l’opinione pubblica americana, ma anche alcuni degli strateghi delle prime teorie neocon dell’interventismo e della guerra preventiva sono molto critici.

L’intervento in Afghanistan, invece?

Nasce in un contesto profondamente diverso. Da un punto di vista di copertura e legittimità internazionale, infatti, l’Onu ha subito dichiarato l’intervento possibile, richiamandosi all’articolo cinque del Trattato della Nato. Certo, è stato forse discutibile il fatto che gli Usa abbiano avviato autonomamente l'operazione Enduring freedom chiamando a raccolta le nazioni intenzionate a partecipare. Sarebbe stato meglio che l'operazione fosse partita con un contingente promosso da un organismo internazionale. Oggi però Enduring freedom è finita, l'attuale missione, che si chiama Isaf, è voluta dall’Onu e demandata come gestione militare alla Nato. Ancora: a differenza dell’Iraq, in Afghanistan esistono concreti legami tra talebani e Al Qaeda, e l’obiettivo militare è di distruggere ogni humus possibile per il terrorismo. Si tratta comunque, ripeto, di una decisione di un organismo multilaterale: in Afghanistan l’Onu interviene insieme alla Nato.

Tuttavia, in questi anni i talebani sembrano aver rafforzato il loro potere: controllano con ferocia più di metà del paese e il mercato della droga è fiorente più che mai. Insomma, che cosa è cambiato in questi cinque anni? Ci sono degli errori che i governi occidentali hanno compiuto e come porvi rimedio?

Dopo l’iniziale grande apertura di credito che la popolazione ha dato al nuovo governo Karzai – ben visibile nella massiccia partecipazione al voto – c’è stato un momento in cui gli afgani hanno davvero creduto nella possibilità di cambiare la storia del paese. Purtroppo però, da un lato la quantità degli investimenti per la ricostruzione è stata molto ridotta rispetto alle previsioni, dall’altra il governo afgano si è dimostrato debole, ancora non pienamente credibile e non immune dalla corruzione, un governo in cui i signori della guerra e i capi tribali hanno ancora voce in capitolo. Insomma, la ricostruzione e gli investimenti dei paesi donatori va a rilento, mentre l’amministrazione afgana procede con lentezza a fornire quelle risposte che una popolazione molto povera si aspettava. Tuttavia, per comprendere i motivi di questa realtà, basta pensare alla difficoltà di mantenere l’ordine pubblico quando un poliziotto è pagato pochissimo, e magari vede che chi è ingaggiato dai signori della guerra si arricchisce. Questo produce grande scoramento, ma ciò non significa che il vecchio potere sia ancora amato dalla popolazione. Il nostro ambasciatore a Kabul ci ha raccontato che, se è vero che al sud i talebani stanno riprendendo il possesso di alcune città e bruciano scuole da poco ricostruite, è altrettanto vero che la gente cerca di reagire. C’è una spinta al cambiamento che nasce dal terrore per un possibile ritorno di un regime che imponeva di non cantare o far volare gli aquiloni, vietava alle donne di andare a scuola, tentava di far ripiombare il paese in un profondo e oscuro medioevo. È vero, occorreva un intervento più forte in Afghanistan, ma la guerra in Iraq, che ha aperto un altro fronte, lo ha impedito. Oggi bisogna intervenire con decisione, unendo azione militare e diplomazia, perché la prima, da sola, non basta.

Venendo alla situazione italiana, non pensa che esista ancora una certa ambiguità nel definire la missione in Afghanistan? Si tratta di “guerra” o di “missione di pace”? Alcuni sostengono che i nostri soldati siano male equipaggiati ed esposti ad attacchi.

In seguito alle anticipazioni di stampa e all’articolo in cui si parla del presunto scarso equipaggiamento dell’esercito italiano, ho parlato con il capo di stato maggiore, l’ammiraglio Di Paola, il quale mi ha confermato che il nostro contingente è equipaggiato in maniera corretta per ogni tipo di azione e soprattutto rispetto alla missione che ci hanno assegnato. Infatti noi ci troviamo adesso in una zona relativamente tranquilla, non di combattimento: se cambieranno le condizioni rafforzeremo l’equipaggiamento. Io credo che le nostre forze armate funzionino molto meglio di tante altre cose, per cui non condivido i tentativi di screditarle. In realtà, dovunque esse vadano, sono ben accette dalla popolazione, stimate dagli alleati stranieri, e hanno capacità di intervento superiori alla media, sia per efficienza che per umanità. Per quanto mi riguarda l'esperienza afgana dei nostri soldati è un'esperienza molto positiva.

Secondo William Arkin, analista militare del “Washington Post”, la sinistra in Europa ha fallito, proprio perché non è riuscita ad articolare una politica di sicurezza internazionale alternativa a quella americana. Come commenta queste parole? Crede che, anche nel nostro paese, ci sia un problema su come comporre a sinistra realismo politico e ideali pacifisti, evitando altre crisi? Si troverà un realistico accordo?

Abbiamo vissuto due momenti particolarmente drammatici per la politica europea. Uno ha visto la spaccatura dei paesi membri sull'intervento in Iraq, l'altro è stato la bocciatura della Costituzione. L’Europa non può pensare di avere politiche di sicurezza che non siano comuni a tutta l’Unione. Credo che sia importante lavorare tutti insieme alla realizzazione di un percorso di difesa europea che dia all'Ue i necessari strumenti operativi per poter svolgere azioni concrete. In questo modo l'Unione europea può essere un interlocutore autorevole sul panorama internazionale, che può anche avanzare soluzioni diverse da quelle proposte dalla Nato. Ma se l'Europa resterà divisa, un punto di vista unico (e sbagliato) com’è stato quello di Bush sull’Iraq, potrà di nuovo mostrarsi prevalente, con esiti disastrosi.

 



 

 

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