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317 - 16.03.07


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Eliseo, spunta
il terzo incomodo

Luca Sebastiani


I due principali candidati all’Eliseo, lo si è scritto più volte, sono una novità assoluta nel panorama politico francese. Uno speculare all’altra, Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy incarnano il tanto atteso rinnovamento della politica in generale e delle loro rispettive famiglie d’appartenenza in particolare. Intorno a questa simmetria si è organizzata una campagna elettorale orchestrata, per la prima volta così intensamente in Francia, da una sovrabbondante e a volte ridondante mediatizzazione. Del resto sono stati gli stessi Sarkò e Ségò a spappolare i corpi intermedi con un sapiente uso dei media prima per emergere dai rispettivi campi politici e poi per imporsi come unici duellanti dell’Eliseo.

In questa seconda fase della campagna però, l’equilibrio sembra essersi, se non rotto, quantomeno incrinato. La simmetria Ségò-Sarkò da oggi deve fare i conti con un inatteso “terzo uomo” inopinatamente divenuto “terzo incomodo”: François Bayrou, il candidato del centro.

Che il “centrista radicale” sia diventato un altro punto di convergenza speculare per la candidata socialista e il candidato dell’Ump, lo dimostra che entrambe hanno cominciato a muoversi per cercare di chiudergli gli spazi. Finora Bayrou era stato snobbato, ma ora il comune contrattacco dimostra che quello del centro è diventato un problema sia a destra che a sinistra.

L’ascensione del candidato centrista è un fatto recente, che risale al massimo all’inizio di gennaio. Alla fine dello scorso anno i sondaggi lo accreditavano intorno ad un punteggio ancor più basso di quello conquistato alle elezioni presidenziali del 2002, intorno al 6%. Da gennaio invece le indagini hanno cominciato a fotografare una progressione costante che di punto in punto hanno elevato Bayrou fino al 18%. Strappato il ruolo di “terzo uomo” della campagna a Jean Marie Le Pen, ora, questo è certo, il centrista comincia ad accarezzare il sogno di esser lui il predestinato all’Eliseo. Se dovesse riuscire a superare l’ostacolo del primo turno, cosa non impossibile giacché nel 2002 fu Le Pen a farlo, potrebbe giocarsi i voti della sinistra contro Sarkò o viceversa quelli della destra contro Ségò.

Certo, anche se la curva sembra in ascesa e alla campagna mancano ancora un paio di mesi, quello dell’Eliseo rimane un sogno. Molto più reale è invece la seconda ipotesi cui sta alacremente lavorando Bayrou: arrivare più alto possibile al primo turno per poi vendere cari i propri voti ai miglior offerenti del ballottaggio, magari dietro la contropartita di una presenza importante al governo.

Bayrou primo ministro di un esecutivo di sinistra o di destra? Si vedrà. Per ora il centrista prosegue la sua strategia autonoma per allargare ancor di più il suo spazio tra Ségò e Sarkò e drenare voti a destra e manca. L’intuizione per ora ha funzionato: denunciare il monopolio gollista socialista e lo sfascio a cui hanno condotto il paese, offrire una soluzione di centro col meglio dell’una e l’altra parte. E poi, alla fine dei conti, rispetto ai rinnovatori Ségo e Sarkò alla testa delle armate socialiste e golliste che hanno governato tutta la V Repubblica, non è che la vera novità sia la grande Koalition di Bayrou?

Qualora non fosse bastata la “tragedia del 21 aprile 2002”, il no al Trattato costituzionale l’ha dimostrato: la Francia è un paese inquieto, spaventato dalla mondializzazione economica, sgomento di fronte al futuro. Rispetto ad una Ségolène che non sembra all’altezza della funzione e ad un Sarkozy che inquieta per il suo attivismo autoritario (sono i sondaggi a dirlo), Bayrou rassicura, questo è certo. Il voto al centro è allora un rifugio e, allo stesso tempo, un mezzo per rompere il gioco. Certezza ed eversione. È il programma di Bayrou, il “centro radicale”.

L’emersione del terzo spiega le attuali mosse del primo e secondo per interrompere le migrazioni di consenso verso il centro.

Ségolène, che nelle prime e confuse settimane della campagna è stata letteralmente vampirizzata dal presidente dell’Udf, si è mossa per prima e per bloccare l’emorragia ha presentato una nuova squadra in cui ha inserito tutti i capicorrente del Ps. Il ritorno degli “elefanti” dovrebbe, secondo le intenzioni della candidata, rispondere all’agitazione dei simpatizzanti socialisti e, soprattutto, smorzare la tentazione del centro che fin qui ha sedotto non poche componenti socialdemocratiche che Bayrou ha saputo lusingare strizzando l’occhio e facendo allusione ad un premier di sinistra qualora entrasse all’Eliseo.

Una volta scattata la foto della famiglia unita, Ségò è passata all’attacco del candidato centrista respingendolo nel suo campo che, nonostante tutto, rimane incontestabilmente “la destra”. In effetti, fa giustamente notare la candidata socialista, bisogna risalire alla quarta Repubblica per trovare un accordo tra centro e sinistra. Dopo di allora, con l’elezione del Presidente della Repubblica con suffragio universale e la polarizzazione della vita politica francese, il centro ha sempre fatto parte delle maggioranze di destra. L’opzione centrosinistra all’italiana, esempio che Bayrou richiama spesso, non si è mai realizzata. Del resto, ha precisato la Ségò, se si guarda al programma di “social-economia” del candidato dell’Udf ci si accorge che “c’è un pizzico di sociale in un mare di liberismo”.

A destra anche Sarkozy ha dovuto rivedere la sua posizione rispetto all’uomo del centro. Finora, infatti, il ministro dell’Interno non si era curato di lui, anzi, la sua ascesa è stata ben vista e fino ad un certo punto incoraggiata. Sottraeva consenso ai socialisti e serviva da “passerella”, trasportava cioè attraverso il primo turno i voti da sinistra a destra. La dimensione del fenomeno ha cominciato a diventare troppo preoccupante quando negli ultimi giorni Sarkozy si è reso conto che anche il confine tra centro e destra cominciava a diventare troppo poroso. Al quartier generale del ministro dell’Interno hanno messo in piedi una “cellula d’osservazione e d’analisi strategica” di Bayrou per comprendere le radici “della dinamica attuale”, mentre Sarkò, che non l’aveva mai fatto, è passato all’attacco diretto. Dopo aver ricordato che “tutti i deputati dell’Udf sono stati eletti col voto della destra”, il candidato della destra ha smontato l’ipotesi neocentrista secondo lui votata “all’impotenza”. “Guardate quello che succede in Italia – ha detto Sarkò riferendosi al modello cui s’ispira Bayrou – Il governo Prodi, con 109 tra ministri e vice e undici partiti nella coalizione, a cosa porta? Alle dimissioni dopo tre mesi”.

 

 


 

 

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