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316 - 02.03.07


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Ma la cittadinanza
non fa l’integrazione

Giovanna Zincone
con Martina Toti


“Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese dalla testa ai piedi, o quasi. La gente tende a considerarmi uno strano tipo di inglese, magari di una nuova razza, dal momento che sono il prodotto di due culture. Io però me ne frego, sono inglese (non che me ne vanti)”. Quando le chiediamo di parlarci di integrazione e cittadinanza, a Giovanna Zincone, autrice del saggio Familismo legale. Come (non) diventare italiani (Laterza) e consigliere del Presidente della Repubblica per la coesione sociale, viene in mente Il Buddha delle periferie di Hanif Kureishi.

“Ho conosciuto un professore universitario di ingegneria che veniva dall’Iran e in Canada faceva il tassista”, spiega la Zincone. “Mi disse che era contentissimo comunque, anche se era stato declassato: sfuggito a un regime oppressivo, assaporava il piacere di vivere in una democrazia e i suoi figli potevano studiare liberamente. Forse, se i figli fossero stati discriminati non sarebbero stati altrettanto contenti”. Partiamo da qui allora, dai cittadini di origini migranti per affrontare il tema, quanto mai attuale, del diritto alla cittadinanza e delle leggi che lo regolano in Italia e in Europa.

Dagli attentati di Londra al fuoco delle banlieue, sembrerebbe che l’Europa abbia un problema di integrazione della seconda generazione di immigrati, di chi è cittadino ma ha origini migranti. Quali sono le possibili ragioni?

Ci sono diverse modalità per acquisire la cittadinanza. Non sempre l’acquisizione avviene a seguito di un atto volontario. A volte può essere attribuita in maniera quasi automatica, come nel caso dei paesi – in particolare in Francia, dove è stato inventato – che adottano l’istituto del doppio jus soli, laddove la nascita sia del genitore che del figlio sul territorio dà a quest’ultimo la cittadinanza. A volte sono i genitori, gli immigrati di prima generazione, a decidere per i figli, tuttavia se la scelta volontaria dei padri rende questi ultimi più disposti ad accettare eventuali discriminazioni, declassamenti o perdita di status – come era il caso del tassista iraniano in Canada – per la generazione dei figli è difficile accettare un sistema sociale discriminatorio che, nei fatti, limita loro l’accesso agli studi superiori o ai lavori più appetibili o li disprezza. Insomma, la cittadinanza non è una condizione né necessaria né sufficiente all’integrazione. È vero che un paese con una cittadinanza aperta presenta una maggiore offerta di integrazione. Tuttavia, un conto sono le politiche di integrazione sulla carta, che mettono a disposizione diritti – accesso alla scuola, alla sanità, al mercato del lavoro, alla cittadinanza – e un conto sono i comportamenti reali della società. Una serie di ricerche, tra cui anche una condotta da Fieri, il Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione che presiedo, ha evidenziato come a parità di conoscenza della lingua e titolo di studio, tra due persone in lizza per un impiego a essere sfavorita è quella che ha origini migranti.

Da questo punto di vista, lei ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza e la responsabilità della comunicazione pubblica che comprende anche la stampa e i media. In molti casi, il discorso pubblico però è irresponsabile. È possibile e, soprattutto, è lecito intervenire per limitarne gli effetti?

Attualmente c’è una grande polemica sugli hate speeches, sulla liceità o meno di utilizzare espressioni di odio e disprezzo nei confronti delle minoranze. In America sono semplicemente vietati. Da noi, qualche settimana fa, si è discusso sull’opportunità di vietare il negazionismo. È una scelta difficile, soprattutto per un liberale, perché se da una parte c’è la tutela della dignità della persona, dall’altra c’è la libertà di espressione. Credo che gli strumenti di legge siano controversi. In realtà, dovrebbe esistere una sorta di autodisciplina derivante dal senso di responsabilità o, se si vuole, di buon gusto della retorica pubblica. Non vedo soluzioni diverse dall’avere una classe politica migliore. Purtroppo la grave mancanza italiana è proprio il fatto che chi ricopre incarichi pubblici o istituzionali e pronuncia espressioni sprezzanti nei confronti degli immigrati, spesso sa di parlare alla pancia dell’elettorato e tenta di fare presa sugli istinti più bassi.

Aldilà dei limiti della nostra comunicazione pubblica, non sembra che la legge italiana in materia di cittadinanza aiuti particolarmente l’immigrato.

In effetti, la legge in vigore presenta alcuni elementi di eccentricità rispetto alle realtà e agli andamenti prevalenti in Europa, sebbene le normative dei paesi europei siano molto diverse fra loro e poco omogenee. In Italia, e in poche altre nazioni come, ad esempio, l’Austria, si può fare domanda di cittadinanza dopo 10 anni di residenza regolare, un tempo lunghissimo. Non esistono sconti per chi è cresciuto in territorio italiano fin da piccolo – ovvero per la cosiddetta prima generazione e ½ o prima generazione e ¾. Sconti non ci sono neppure per chi in Italia è nato, anche se da genitori stranieri: il nostro jus soli si applica esclusivamente una volta raggiunta la maggiore età e a patto che il soggiorno sia stato regolare e continuativo. A creare problemi basta avere trascorso un periodo di studio o di vacanza nel paese d’origine. Al contrario, è abbastanza facile diventare cittadino attraverso il matrimonio e lo straniero di origine italiana può con estrema facilità rivendicare la propria cittadinanza, un diritto che è praticamente impossibile perdere per chi ha sangue italiano. È per questa ragione che parlo di “familismo legale” che, in ultima analisi, è la vera anomalia del caso italiano, un’anomalia doppia anche perché, da molto tempo ormai, l’Italia non è più un paese di emigrazione ma di immigrazione.

Un cambio di direzione che la legge pare abbia mancato di registrare. Non le sembra una stranezza?

La cosa strana è che la legge in vigore, la legge n. 91 del 1992, seguiva la Martelli del 1990 in cui pareva che la classe politica fosse abbastanza consapevole di questa trasformazione. Direi anzi che allora, a differenza di adesso, non c’era stata ancora una reazione di opposizione e timore nei confronti del flusso migratorio. Ma questa è un’altra stravagante caratteristica del sistema politico italiano: la grande instabilità dell’esecutivo fa sì che le leggi arrivino a compimento con un enorme ritardo rispetto alla loro ideazione. Peraltro spesso il processo decisionale è affetto da una sorta di schizofrenia e può capitare che la stessa maggioranza vari delle norme che vanno in direzioni completamente diverse, come se la legislazione non seguisse un piano coerente.

Sempre per colpa delle elezioni dietro l’angolo?

È un elemento che spiega questo zigzagare. Sicuramente a ridosso delle elezioni, si tende a correggere il tiro e i partiti cercano di avvicinarsi di più all’elettorato, mentre quando ci si allontana dal voto, essi rispondono maggiormente alle lobby. Ciò comporta che, in fondo, alle grandi differenze retoriche tra centrodestra e centrosinistra non corrispondano delle difformità particolarmente profonde nei fatti.

La scorsa estate si è molto parlato del disegno di legge Amato, che è in discussione in questi mesi in Parlamento. Qual è il suo giudizio?

Personalmente, credo che si inserisca molto in un quadro europeo, perché tanto è stato fatto per correggere quella eccentricità italiana di cui abbiamo già parlato. Mi sembra anche che sia un progetto equilibrato: da una parte facilita l’acquisizione della cittadinanza per jus soli, dall’altra rende più difficile l’acquisto per matrimonio, da un lato riduce i termini di residenza, dall’altro introduce il criterio della conoscenza linguistica e rafforza notevolmente l’elemento della condivisione dei valori nazionali.

Il testo unificato Bressa ha apportato delle modifiche a quel disegno. Cosa è cambiato?

Non mi sembra che le variazioni siano molto forti; piuttosto il testo Bressa ha specificato e definito alcuni requisiti come, ad esempio, quello della conoscenza linguistica stabilendo che l’acquisizione della cittadinanza è condizionata a una conoscenza della lingua italiana equivalente al livello del terzo anno della scuola primaria. Ha ribadito ed esplicitato il principio di accettazione della doppia cittadinanza e ha ulteriormente semplificato l’acquisizione per jus soli eliminando il requisito reddituale. Ha lasciato, poi, la possibilità di acquisire la cittadinanza dopo dieci anni in assenza del requisito linguistico, pensando soprattutto alle persone più anziane che possono avere difficoltà ad apprendere la nuova lingua. Un cambiamento che non mi sento di condividere è il passaggio della prerogativa della firma dei decreti di concessione della cittadinanza, nelle modalità più importanti, dalla Presidenza della Repubblica al Ministero dell’Interno. Il decreto che concede la cittadinanza sancisce l’ingresso a pieno titolo nella comunità politica oltre che civile, e il Presidente della Repubblica occupa una posizione super partes che garantisce una formalizzazione più alta: con la sua firma è l’intera comunità nazionale ad accettare il nuovo cittadino e non una data maggioranza o un dato governo.

Ha già detto che all’interno dell’Europa non vi è omogeneità in materia di leggi sulla cittadinanza. Qual è il quadro dell’Unione e quali sono le prospettive di convergenza nelle politiche future della Ue?

Né la cittadinanza né la regolazione dei flussi migratori rientrano nelle competenze dell’Unione Europea, nonostante le politiche in materia di immigrazione e di asilo siano passate dal terzo al primo pilastro dell’Unione e siano state comunitarizzate dal Trattato di Amsterdam. D’altro canto, la cittadinanza e l’accesso al territorio vengono percepiti come il nucleo della sovranità dello stato. È vero comunque che all’interno dell’Unione Europea c’è una certa comunicazione e una sorta di influenza indiretta tra gli stati membri, che danno vita a una naturale tendenza a convergere. Ad esempio, nei paesi di nuova accessione si è molto guardato alle normative degli altri stati europei. Ma va anche detto che le tradizioni e le eredità storiche sono assai diverse, pensiamo alla storia coloniale o alla storia del diritto. A livello logico, dato che la cittadinanza nazionale dà automaticamente accesso a quella europea, sarebbe preferibile oltre che necessaria una certa armonizzazione. Lo stesso vale per la regolazione dei flussi migratori. Si tratta, però, di una strada impraticabile perché non mi pare, in questo momento, che gli stati membri siano particolarmente disposti a cedere sovranità. Non ci resta che accettare un alto grado di irrazionalità, una certa incoerenza, nella normativa, sia che essa sia nazionale o sovranazionale.


 


 

 

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