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315 - 16.02.07


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L’euro conviene,
ma nessuno lo sa

Marco Ferrazzoli


Il processo di integrazione economica europea si è articolato in 5 grandi fasi. La prima riguarda l’eliminazione dei dazi interni, avvenuta tra il 1957 ed il 1968. La successiva, la creazione dell’unione doganale europea (1968) e del mercato unico europeo (1992). La quarta fase dell’integrazione è quella della moneta unica, realizzata nel 1999, che favorisce gli scambi tra i paesi membri del club dell’euro (che dal primo gennaio 2007 è salito a 13, con l’ingresso della Slovenia avvenuto nell’ambito della quinta fase, l’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est).

“Le imprese e i consumatori che trattano con gli operatori appartenenti all’Unione economica e monetaria non subiscono più il rischio della fluttuazione del cambio e i costi bancari per gestire la valuta estera, a tutto vantaggio dell’efficienza economica (minori costi) e dello sviluppo (maggiori scambi)”, spiega Giampaolo Vitali, ricercatore dell’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (Ceris) del Cnr e segretario del Gei-Gruppo economisti d’impresa.

“Con l’integrazione economica, poi, l’orizzonte di riferimento di imprese che operavano quasi esclusivamente sul mercato nazionale, e in maggioranza sul semplice mercato locale-regionale, si dischiude all’intero del grande mercato comune europeo, comprendente milioni di consumatori che aumentano considerevolmente con il recente allargamento ad Est dell’Unione europea. Anche i consumatori hanno forti benefici dall’integrazione: il più importante è quello di poter acquistare le merci e i servizi dai produttori più efficienti, che offrono prodotti a prezzi minori e/o qualità maggiori”.
Eppure, questi benefici sono stati messi in ombra da un generale ‘europessimismo’ dei cittadini e dei media, dovuto al processo inflattivo attivato dalla moneta unica. “In effetti, la presunzione che il semestre iniziale col doppio prezzo bastasse si è rivelata infondata, il mercato ha dimostrato di avere memoria corta e almeno alcuni prodotti e servizi sono notevolmente aumentati di prezzo”.

E c’è un’altra ragione che dovrebbe farci sentire più ‘orgogliosi’ del nostro euro, cioè il suo ormai affermato primato planetario. “Gli euro, in cinque anni, hanno battuto i dollari come banconote più usate al mondo. Il volume della valuta europea in circolazione ha sorpassato quello statunitense, toccando quota 610 miliardi. Gli euro circolanti sono quasi triplicati rispetto ai 221 miliardi messi in circolazione nel gennaio 2002”. Un ‘sorpasso’ di cui è complice anche il recente indebolimento del dollaro, precisa Vitali: “In effetti, il rapporto di cambio euro-dollaro è oggetto dell’attenzione degli operatori valutari, avendo subito un completo ciclo di deprezzamento-apprezzamento. Nel 1999 il rapporto era più o meno sulla parità, ed è progressivamente scivolato a favore di un dollaro forte per tutto il 2000 e il 2001, con un minimo storico raggiunto nel 2000 (un euro valeva 0,82 dollari). Dal 2002 in poi c’è stata una netta ripresa, l’euro ha abbondantemente superato la parità e nel 2007 siamo all’incirca su 1,3 dollari per ogni euro”. Con effetti molto importanti: “Le esportazioni europee sono avvantaggiate sui mercati statunitensi e internazionali che usano il dollaro, in particolare sull’importante mercato del petrolio, dove la rivalutazione dell’euro ha consentito all’Europa di non subire troppo il rincaro del 2005 e del 2006. E’ un altro beneficio nell’uso della moneta unica di cui, talvolta, ci si dimentica”.
Che l’Europa se la passi meglio di come a volte appare, peraltro, lo dimostra anche il boom di quotazioni che ha portato le Borse del Vecchio Continente a ‘doppiare’ Wall Street grazie all’ingresso di ben 651 matricole durante il 2006, 21 delle quali a Piazza Affari. Il controvalore complessivo è di 66 miliardi di euro, contro gli appena 36 miliardi dei 224 debutti negli Stati Uniti.

Questo articolo è tratto dall’Almanacco della Scienza, rivista online del Cnr.

 



 

 

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