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309 - 10.11.06


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Strauss-Khan: obiettivo
la social democrazia

Luca Sebastiani


Nessuno ci avrebbe scommesso un soldo. Per essere presidente della Repubblica in Francia bisogna infatti corrispondere ad un certo profilo ideale, bisogna essere uomini del destino in grado di incontrare il popolo nel momento sacro del suffragio universale. Dominique Strauss-Khan questo carisma da padre della patria non lo ha e non lo ha mai avuto, ma ha tenuto duro, e alla fine, la sera del primo dibattito dei candidati alle primarie del Partito socialista per l’investitura alle presidenziali era lì, tra Laurent Fabius e Ségolene Royal, a spiegare ai militanti che dovranno decidere la sua visione politica.

“Sono candidato perché infine, nel nostro Paese, si mettano in opera le soluzioni di una socialdemocrazia moderna. L’obiettivo è il sociale, il metodo la democrazia”. Tra un Laurent, politicamente posizionato a sinistra, e una Ségolène, concentrata sui valori e un certo pragmatismo regionalista, Dsk, come lo chiamano i francesi, ha scelto di sostenere una posizione marcatamente socialdemocratica, di incarnare una sinistra moderna e radicalmente riformista.

Una posizione del resto in linea con la sua storia personale, con la sua azione politica, con l’immagine che già tutti nel partito hanno di lui. Certo in molti, soprattutto nella frangia massimalista del Ps, lo ritengono il rappresentante di una certa deriva liberista, ma tutti sono unanimi nel riconoscergli una grande capacità tecnica nel dominio economico e a considerarlo la vera riserva d’idee del socialismo francese.

Economista di formazione, materia che per qualche tempo ha anche insegnato, entra in politica legandosi a Lionel Jospin che ne sarà il mentore fino a tempi recenti, fino a quando l’ambizione presidenziale dei due s’incrocerà e il padre sarà costretto a lasciare il posto a quello che fino al giorno prima era stato il figlioccio politico. Le sue prime esperienze politiche Dsk le muove all’ombra della segreteria del Ps di Jospin all’inizio degli anni Ottanta, ma è solo nel ’91 che dà la prima vera prova di sé quando il presidente François Mitterrand lo nomina ministro delegato all’Industria e al Commercio estero. Gli ambienti economico finanziari imparano ad apprezzarlo ma gli esecutivi di Edith Cresson e di Pierre Bérégovoy durano poco e anche Dsk, finiti quelli con la vittoria della destra alle elezioni del ‘93, lascia le responsabilità ministeriali.

Il vero anno della svolta per lui è il 1997 quando la sinistra vince le elezioni politiche, Jospin forma l’esecutivo di coabitazione con Jacques Chirac e gli affida il ruolo chiave di ministro dell’Economia.

Stauss-Kahn impone il suo marchio all’orientamento del governo e, da europeista convinto della grande opportunità che l’Unione costituisce in un orizzonte mondializzato, costringe Jospin alla scelta risoluta dell’euro e del patto di stabilità. Riduce il deficit, coglie una delle crescite più importanti della recente storia francese e crea occupazione. Riformista radicale, apre il capitale pubblico di Telecom France e Gaz de France e si attira quel marchio liberista che gli riuscirà difficile scrollarsi di dosso. Implicato in un inchiesta si dimette nel 1999 per non compromettere l’immagine del governo e dovrà attendere il 2001 per vedersi completamente assolto.

Dopo la sconfitta alle presidenziali del 2002, quando Jospin esce di scena, Dsk comincia a pensare alla prospettiva dell’Eliseo e a correggere la sua immagine troppo a destra condendo il suo discorso con parole e soluzioni più a gauche. Poi, una volta costruitasi quell’identità chiaramente socialdemocratica che secondo i suoi piani gli avrebbe permesso di essere sostenuto dalla segreteria del Ps di François Hollande, accade l’inatteso: esplode il fenomeno Ségolène e Dsk viene scavalcato a destra niente meno che da colei che, nel pieno dello scandalo che lo aveva travolto, riferendosi alle presunte malversazioni, aveva dichiarato che “la politica si fa per servirla, non per servirsene”.

Ma Strauss Kahn è un uomo determinato e non si è fatto spaventare da quella che considera solo una “populista”. Per poterla sfidare alle primarie è addirittura entrato in rotta di collisione con Jospin, il quale, tornato dal suo pensionamento politico per provare a presentarsi alle primarie in funzione anti Ségolène, non aveva avuto il minimo dubbio che il fido figlioccio si sarebbe fatto da parte per aprirgli la strada. Invece Dsk ha risposto picche e ha rotto con il padre politico.

Ora il rischio più grosso che corre Dsk è quello di rimanere intrappolato in un’immagine di uomo capace ma non carismatico, in uno schema, che ha già cominciato a circolare, secondo cui Ségolène, popolare e dotata di carisma, dovrebbe andare all’Eliseo, mentre Strauss-Kahn, competente ma non troppo popolare, alla guida del governo.


 


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