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307 - 12.10.06


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Svezia, ma quale rottura,
chiamatela alternanza morbida
Luca Sebastiani

In molti si saranno stupiti nel leggere sui giornali che dopo dodici anni alla guida del Paese i socialdemocratici svedesi abbiano dovuto cedere la mano al Partito conservatore. In effetti la Svezia ha un’economia più che florida e una crescita invidiabile che si aggira intorno al 5% e non si capisce allora perché gli svedesi alle ultime elezioni politiche abbiano voluto cambiare.

In realtà non di rottura si tratta, ma di un’alternanza morbida, perché nei paesi nordici cambiano i partiti, passano le elezioni, ma il modello sociale rimane. Finlandia, Danimarca e ora Svezia: tutti e tre i membri dell’Unione europea dell’area sono ormai governati da esecutivi di destra che non hanno nessuna intenzione di mettere in questione uno Stato-Provvidenza che garantisce crescita, alto tasso d’occupazione e una pressione fiscale pesante, da tutti accettata, che assicura una larga redistribuzione.

La vittoria del Partito conservatore, che con l’Alleanza con gli altri partiti di destra ha ottenuto il 48,1% dei suffragi contro il 46,2% del blocco delle sinistre (Socialdemocratici e Verdi), è soprattutto una successo personale del suo presidente, Fredrik Reinfeldt, che per interrompere l’interminabile ciclo socialdemocratico ha dovuto cambiare il volto del suo partito.

Del resto è stato proprio il vincitore a dichiararlo dopo l’esito del voto di fronte ai suoi sostenitori: “Abbiamo osato sfidare noi stessi”. Una battaglia che Reinfeldt ha saputo condurre con grande capacità politica tra le proprie fila per creare i “Nuovi conservatori”.

Negli anni Novanta, mentre i socialdemocratici riformavano da capo a piedi la Svezia con la riduzione di un terzo della funzione pubblica, la soppressione degli statuti, la privatizzazione dell’energia e dei trasporti e il ritorno al rigore di bilancio, fase preliminare al consolidamento del mitico stato sociale svedese, il Partito conservatore portava avanti la sua politica d’opposizione alle tasse e a un modello sociale che il governo andava negoziando con un sindacato altamente rappresentativo (80% dei lavoratori). Reinfeldt stesso apparteneva all’ala ultraliberale, ma dopo la sconfitta clamorosa del 2002 che vide i conservatori scendere al minimo storico del 15,3% dei consensi, si impegnò in un processo di trasformazione che ha portato i “nuovi conservatori” verso il centro e a un’accettazione di un modello a cui tutti gli svedesi sono profondamente attaccati. Di più. Durante l’ultima campagna elettorale si sono spesi per la difesa dello Stato-Provvidenza presentandosi come il “nuovo partito del lavoro”.

In effetti il successo di poche lunghezze sui socialdemocratici, Reinfeldt lo ha costruito sul dato della disoccupazione. Se quello ufficiale presentato dal capo del governo uscente Göran Persson era di 5,7% e quello di Eurostat parlava di un 7,1%, il leader dei conservatori ha puntato il dito su un tasso d’inattività che si aggira sul 17% tenuto conto dei prepensionati precoci, i disoccupati in formazione e gli inattivi classificati come “malati di lunga durata”.

Reinfeldt ha proposto di abbassare i costi delle imprese per incentivare l’assunzione di giovani e immigrati, i settori più colpiti, e di diminuire le indennità di disoccupazione e di malattia affinché il ritorno all’attività sia più vantaggioso.

Di fronte alla mancanza d’entusiasmo di un Persson, evidentemente logorato e stanco dopo dieci anni alla guida dell’esecutivo, che non ha fatto altro che ripetere che “il lavoro sarebbe arrivato” grazie alla crescita, l’attivismo dei nuovi conservatori ha funzionato. Del resto gli svedesi non rischiavano nessun cambio di rotta radicale, solo un aggiustamento di un modello già ben integrato nella mondializzazione. Hanno provato a cambiare nella continuità.


 

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