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304 - 24.08.06


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Europa, come vincere la malinconia
Daniele Castellani Perelli

E’ vero che, con l’Europa, ci vuole pazienza. Ma questa pazienza dev’essere attiva, fondarsi sull’azione e non sull’attesa. Nel suo ultimo libro Europa. Una pazienza attiva il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa fa il punto sulla costruzione europea, ne indaga i limiti e le prospettive e lancia un appello affinché il grande sogno di un’Europa unita non muoia sotto i colpi di quello che, a suo parere, è il grande male del continente: la malinconia.
Molte questioni vengono affrontate nel libro. La maggior parte sono note e però utilissime a chi voglia orientarsi nel dibattito attuale sull’Europa, come quando vengono descritti i 5 modelli di Europa, dal vecchio concerto delle nazioni al superstato federale, e come quando si fa una piccola storia dell’europeismo nostrano, con l’omaggio a Altiero Spinelli. L’argomento della malinconia è però probabilmente il più curioso e quello che più coglie nel segno: “Non credo che l’Europa sia oggi malinconica perché in crisi – scrive l’ex membro dell’esecutivo della Bce e editorialista del Corriere della Sera – Credo che essa sia in crisi perché la nostra società è malinconica”.

Il male tipicamente novecentesco dell’Ue rischia di segnarne le capacità competitive in campo economico e culturale, soprattutto se pensiamo al confronto con il dinamismo americano e con l’aggressività orientale. Tuttavia, per l’autore, “nella malinconia vi sono anche il desiderio di perfezione e la tensione verso l’alto cui si può attingere per realizzare un grande disegno. Vale per l’economia, vale per la politica”. L’Europa ha in sé la forza per ripartire, nonostante la scarsa crescita del Pil e lo stallo del progetto di Costituzione. Come farà l’Europa a uscire dalla malinconia? “Guardando in alto dentro se stessa”. Il che implica che anzitutto bisogna sgombrare il campo dai falsi miti (perché, ad esempio, “la Regione Lombardia o il Comune di Monaco hanno più dipendenti della Commissione di Bruxelles”), che si deve trovare una vera leadership, e che bisogna dare all’Europa quel che è dell’Europa: ha la più alta qualità della vita, una più rigorosa protezione della privacy, una più stringente tutela dell’ambiente, un grado di solidarietà sociale più elevato e tanto altro ancora.

Nei momenti più ispirati, il libro vale come un manifesto per un nuovo europeismo italiano, come quando invita tutti a “adottare l’Europa quale punto di riferimento tanto nella vita lavorativa, quale che sia il mestiere specifico che si svolge, quanto come cittadini italiani, quale sia la personale preferenza politica”. Un nuovo europeismo italiano, e un nuovo ottimismo europeista, che liberi il continente dai sintomi della malinconia (“Sfiducia, inazione, perdita d’interesse per il mondo esterno, ripiegamento su se stessi, scarsa opinione di sé”), perché, come diceva Roosevelt all’America della Grande Depressione, “la sola cosa che dobbiamo temere è la paura stessa”.

Vale la pena soffermarsi però su una frase del libro, scritta a proposito del fallimento dei referendum francese e olandese: “L’esperienza storica dovrebbe avere insegnato a tutti che la folla ragiona poco, cambia facilmente idea e talvolta sragiona”. In questi toni da euroburocrate (ci si perdoni il termine) si
scorge il pregio del politically uncorrect, ma anche il limite di un europeismo dall’alto che non fa bene alla causa. Troppo facile, qualche pagina avanti, la distinzione tra popolo e élite, come se le due entità fossero così agevolmente separabili, e come se ci si potesse accontentare di un europeismo delle elite, di un europeismo senza popolo (ammesso che le elite siano effettivamente europeiste): visione limitata e desolante, proprio negli anni in cui i voli low cost, il desiderio di una cultura transnazionale, le manifestazioni pacifiste in contemporanea nelle capitali del continente e i viaggi-studio Erasmus stanno lì a testimoniare il diffondersi di una voglia di Europa tra i cittadini (il “popolo”).

Il libro è interessante, infine, anche per chi voglia capire, attraverso le opinioni di uno dei più importanti esponenti del nuovo esecutivo, che direzione prenderà la politica estera italiana. A questo riguardo possono confortare le pagine in cui l’autore bacchetta le violazioni del Patto di stabilità commesse negli ultimi anni da Parigi e Berlino: sembrano rassicurare che l’Italia guarderà prima di tutto all’Europa, e che non si limiterà a suonare uno spartito già scritto dal duo franco-tedesco. In mezzo a tante parole, l’autore ha una grande fortuna. Ora che è uno dei più autorevoli esponenti di un governo europeista, potrà subito mettere in pratica questi suoi convincimenti, questo suo ideale di “pazienza attiva”.


Tommaso Padoa Schioppa
Europa. Una pazienza attiva
Rizzoli, pagine 181, 16,50 euro

 

 

 

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