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304 - 24.08.06


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La forza del soft power
Daniele Castellani Perelli

C’è un’Europa da allargare e una da approfondire. A quest’ultima appartiene anche l’Europa britannica. Nonostante la retorica e i buoni propositi enunciati dal premier londinese Tony Blair un anno fa davanti al Parlamento di Bruxelles, la Gran Bretagna rimane un paese ancora con solo un piede nell’Ue, e non soltanto perché non pare intenzionata a lasciare la sterlina per l’euro. E’ allora decisamente benvenuto Mark Leonard, con il suo Europa 21 (Bompiani, prefazione di Romano Prodi). Il giovanissimo direttore del Foreign Policy al Centre for European Reform è una firma già nota dei quotidiani in lingua inglese.

Il titolo originale del libro è piuttosto scioccante (“Perché l’Europa guiderà il 21esimo secolo”) e si basa sulla constatazione della potenza e dell’efficacia del soft power europeo, contrapposto al decadente hard power americano (la distinzione è opera di Joseph S. Nye, che contrappone potere diplomatico a quello militare, e che non a caso ha usato parole di elogio verso Leonard). Guardando al declino dell’immagine degli Usa nel mondo, al successo dell’allargamento a est e al modo in cui Africa Asia e Sud America vanno organizzandosi in sistemi complessi sul modello dell’Ue, Leonard elogia la “debolezza” dell’Europa e la descrive come un “transformative power”, una “passive aggression” in grado di condizionare e migliorare tutto ciò che viene a contatto con essa: “Gli Usa possono aver cambiato il regime in Afghanistan, ma l’Europa sta cambiando l’intera società polacca, dall’economia alle leggi sulla proprietà al trattamento delle minoranze. L’Europa non cambia i paesi minacciando di invaderli: la sua peggiore minaccia è che non avrà nulla a che fare con essi”.

Un punto che accomuna il britannico agli altri saggisti europeisti è la rivalutazione delle condizioni economico-sociali dell’Ue, che spesso vengono sottovalutate apertamente dalla propaganda euroscettica (che è sempre filoamericana): “Il valore aggiunto dell’Europa sta nella qualità della vita che permette più che nei tassi di crescita, ma, anche secondo i metri di giudizio tradizionali sulle performance economiche, le prestazioni dell’Europa sono molto più rispettabili di quanto pretendano i suoi critici americani”. Persino durante il boom degli anni Novanta i salari sono cresciuti da noi più che negli Stati Uniti, e il Pil pro capite è praticamente identico, anche se gli americani hanno dovuto lavorare più ore e più giorni per raggiungere quel livello. Ci sono tre ragioni per essere ottimisti a proposito della crescita economica del Vecchio Continente: l’euro (cui molti paesi hanno già convertito le proprie riserve), la propensione allo sfruttamento delle energie rinnovabili, la crescita del Pil come conseguenza dell’allargamento. Tutto merito dello “Stockholm Consensus”, il modello verso cui si stanno riposizionando tutti i paesi europei e che implica innovazione, flessibilità e stato sociale.

Il linguaggio è spesso ispirato (“L’Europa è un viaggio senza una destinazione finale”) e l’argomentazione brillante. Le idee sono a volte già note (vedi soprattutto “Il sogno europeo” di Rifkin, molto citato dall’autore), ma altre volte sono spiegate con argomenti nuovi e convincenti (come quando si dice che il sistema dell’Ue è più democratico del sistema delle nazioni, perché in un mondo globale la voce degli stati andrebbe persa, mentre grazie all’Ue recupera un peso nella politica mondiale: stare dentro l’Europa conviene, perché quando il Wto stabilisce nuove regole per la pesca del salmone gli interessi dei pescatori irlandesi sono rappresentati dal gigante di Bruxelles, mentre quelli dei norvegesi sono rappresentati dal nano di Oslo).

Il segreto della rivoluzione silenziosa dell’Ue sta, per l’autore, nel suo non avere un centro, nel suo essere una moderna Idra dalle tante teste. E il motivo per cui tutti dovremmo sperare in una diffusione globale del suo modello è che esso si basa sui valori della democrazia, dei diritti umani, dell’approccio multilaterale, del diritto e della diplomazia al posto della forza militare. Ora la vera sfida dell’Ue, per Leonard, è come riuscire a esportare questo suo modello: “Assisteremo all’emergere di un ‘Nuovo Secolo Europeo’ – conclude profetico il giovane britannico – non perché l’Europa governerà il mondo come un impero, ma perché il modo europeo di fare le cose diventerà quello del mondo intero”.


Mark Leonard
Europa 21
Bompiani, pp. 173, 14,00 euro

 

 

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