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303 - 25.07.06


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Un Trattato
tutto da rifare

Jacques Rupnik
con Luca Sebastiani



Per il professor Jacques Rupnik, direttore di ricerca al Ceri (Centro di studi e ricerche internazionali) di Parigi e consigliere nei primi anni Novanta del presidente Ceco Vaclav Havel, non ci sono dubbi: per uscire dall’impasse politica causata dal “no” francese e olandese al Trattato costituzionale, l’Ue deve adottare realismo e pragmatismo per riformare le proprie istituzioni. Insomma, un profilo più basso che le permetta di continuare il cammino verso un’integrazione che dopo quella monetaria sia anche politica. Lo abbiamo incontrato dopo che all’ultimo Consiglio europeo i capi di Stato e di governo dei Venticinque hanno delineato un percorso che porti ad un nuovo trattato entro il 2009.

Professore partiamo dall’inizio, dal “no” di Francia e Olanda al Trattato costituzionale. Quei referendum sembrano aver svelato qualcosa agli europei, sembrano aver alzato un velo che annebbiava lo sguardo. In che cosa consisteva questo velo?

Direi, anzitutto, che c’era al centro dei paesi fondatori un dubbio, una perplessità davanti alla direzione che il progetto europeo stava prendendo o, piuttosto, all’assenza di definizione di questo stesso progetto. Il rigetto francese ha mostrato che non sono solo i paesi che si associano tradizionalmente a un certa reticenza e a un certo scetticismo verso la costruzione europea, come la gran Bretagna e i paesi nordici, a dubitare. Ciò è legato sia a situazioni particolari e contingenti, sia al fatto, più importante, che l’Unione Europea non è più percepita come un’istituzione e un progetto rassicurante. Nel dopoguerra la pace, la prosperità e la democrazia fornivano un quadro rassicurante ai francesi e agli europei. Oggi l’Ue è percepita invece come un fattore d’insicurezza, d’instabilità, come uno strumento della mondializzazione che conduce sempre più alle deregolamentazioni e alle privatizzazioni. In più non si sa quali siano le sue frontiere. Da strumento modernizzatore rassicurante, l’Europa è divenuta uno strumento globalizzatore che provoca insicurezza.

Quanto ha giocato in tutto questo il processo di allargamento?

Molto. Direi che l’allargamento ha causato una sorta di perdita di punti di riferimento, di straniamento. Come se a un certo punto i membri fondatori si sentissero improvvisamente stranieri in un’Unione Europea che non comprendono più molto bene.

Queste le cause, ma quali sono state le conseguenze pratiche del “no” al Trattato costituzionale?

La prima e immediata conseguenza è stata la morte stessa del Trattato. La seconda è stata un indebolimento dell’Europa politica e di tutti quelli che desideravano dopo il mercato unico e la moneta unica procedere sulla strada dell’integrazione politica. In questo senso, paradossalmente, sono stati proprio i francesi che si lamentavano dell’assenza di un Europa politica a comprometterne il cammino. Si è tentati di fare il parallelo con il 1954 e il rigetto della Comunità di difesa europea (Ced), un progetto che costituiva un audace avanzamento politico e che il voto negativo francese all’Assemblea nazionale bloccò. Dopo quel tentativo si dovette passare per l’economia per rivenire, dopo un lungo giro, alla questione politica. Si ha l’impressione che cinquant’anni più tardi la Francia si sia ripetuta.

All’ultimo Consiglio europeo i venticinque capi di Stato e di governo, coscienti della necessità di un passo avanti sulla strada delle riforme istituzionali, hanno tentato di rimettere in piedi un timido cammino e hanno schizzato una procedura per portare ad un nuovo Trattato non prima del 2009. Qual è il suo parere?

Direi che quello che è emerso dal Consiglio sia la saggezza stessa, il realismo. Sarebbe stato difficile nel clima attuale rilanciare il progetto di Costituzione e in tutti i casi non si sarebbe potuto far votare francesi e olandesi due volte sullo stesso testo.
In questo momento credo che la cosa possibile sia trovare un compromesso sulle riforme istituzionali necessarie abbandonando tutta quella che era la terza parte del Trattato costituzionale e conservando la parte più importante delle riforme istituzionali e la dichiarazione dei diritti. Il compromesso andrebbe adottato non come Costituzione ma come trattato supplementare che prolunga e emenda i trattati precedenti, e andrebbe fatto ratificare dai parlamenti. Credo che la lezione principale del “no” francese sia quella di diffidare dei referendum perché sono voti molto particolari. Questo è ancor più vero in Francia dove il referendum ha sempre una connotazione plebiscitaria che viene dalla tradizione bonapartista e gollista e che vira sempre verso le materie interne e sulla fiducia a colui che pone la questione.
Quindi: niente referendum e, in secondo luogo, si cerchi il consenso necessario su un trattato che riformi le istituzioni e i trattati attuali. Con un’Europa a 27 o 28 membri sarà impossibile convocare una nuova Convenzione e trovare un accordo che accontenti tutti.

A proposito dei contrasti in seno al gruppo dei Venticinque: la formazione del nuovo governo slovacco conferma una tendenza decisamente antiliberale e nazionalista che si sta manifestando presso i paesi dell’Europa Centrale. Si tratta anche di una ventata euroscettica che sta conquistando i nuovi paesi che hanno aderito all’Unione?

Sì. Prima di entrare nell’Ue in tutta l’Europa Centrale ha dominato ovunque sul piano economico il liberalismo, con il simbolo della flat tax come misura faro della politica liberale, e sul piano politico coalizioni pro europee. Coalizioni di centro sinistra a Budapest, a Praga, a Varsavia e di centro destra in Slovacchia.
Dopo l’adesione del 2004, una sorta di rigetto della politica liberale e dell’Unione europea ha conquistato questi paesi. La più virulenta in questo senso è la Polonia dove al governo abbiamo oggi una coalizione nazional-populista con un partito, il Pis, molto critico verso l’Ue e altri due partiti, Lpr e Samoobrona, che sono apertamente ostili. Anche in Slovacchia si è formata una coalizione nazionl-populista ma di sinistra, una coalizione che rimetterà in discussione le politiche liberali degli ultimi anni e che adotterà un tono più riservato verso l’integrazione europea. Ancora un paradosso: l’integrazione all’Ue che è stato un successo, dati i benefici che porta, coincide con l’indebolimento delle coalizioni europeiste liberali di centro destra o di centro sinistra che hanno traghettato questi paesi nell’Unione.

In questo scenario qual è il ruolo del nuovo governo italiano di Romano Prodi?

Se per l’Europa centrale la situazione è quella evidenziata prima, per il vostro paese il clima è totalmente mutato. L’Italia ritorna in Europa dopo cinque anni di governo Berlusconi, poco incline alle tematiche europee. Invece ora anche il fatto di avere come Primo ministro l’ex presidente della Commissione ed un governo dichiaratamente europeista, pone l’Italia di nuovo al centro del discorso europeo . Prima dell’Italia era tornata in Europa anche la Spagna dopo il periodo Aznar, quindi direi che a controbilanciare quello che accade nell’Europa centrale, ci sono le condizioni più favorevoli a Sud Ovest dell’Europa con l’Italia, la Spagna, il Portogallo, che sono e restano paesi europeisti.

Come arrivare a una Costituzione con posizioni così diverse?

Penso che il nuovo trattato non potrà che essere un esercizio molto più modesto. Bisogna abbandonare l’idea dell’attesa della grand soir costituzionale e accontentarsi che nella riforma delle sue istituzioni l’Ue avanzi per tappe, per obiettivi successivi. Abbiamo avuto Maastricht, abbiamo avuto Amsterdam, poi c’è stata Nizza, c’è stata la Convenzione, che non è andata a buon fine, e ci saranno altri trattati. Ma bisogna vedere tutto questo come un processo e non come un evento che risolva tutti i problemi. In un certo senso il costituzionalismo, inteso come processo, è più importante della costituzione stessa.
Sono il pragmatismo e il realismo che ci si impongono dopo la sconfitta del trattato costituzionale.


 

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