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303 - 25.07.06


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La sola strada si
chiama democrazia

Pier Virgilio Dastoli
con Mauro Buonocore



L’Unione riparte dal Consiglio europeo di Bruxelles del 16 giugno 2006. A più di un anno dalla doppia frustata di Francia e Olanda, l’Ue cerca la strada per reagire, ma non andrà da nessuna parte se non si lascerà guidare da una chiara parola d’ordine: democrazia.
Migliorare i poteri del parlamento, fare in modo che i cittadini europei possano votare il governo dell’Unione, eliminare la necessità del voto unanime dalle istituzioni europee; questi alcuni passi indispensabili affinché si crei una sfera politica che sia tutta europea, nella quale non entrino individualismi nazionali e far sì che l’Europa non sia più una “democrazia immatura”. Parole di Pier Virgilio Dastoli, oggi direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, federalista convinto, in passato assistente di Altiero Spinelli, uno dei padri del progetto europeo, al centro di una serie di celebrazioni in occasione dell’imminente centenario della nascita.

Il cammino del trattato riprende dal 2007 con un programma di revisioni, terminerà l’anno successivo e nel giugno 2009 sarà sottoposto a referendum confermativo che si svolgerà contemporaneamente in tutti i paesi membri. Come giudica le decisioni del Consiglio europeo?

L’idea di un referendum contemporaneo in tutti gli stati membri era già presente nella Convenzione e fu appoggiata da molte associazioni, ma i governi non la accettarono. Due elementi essenziali sono alla base di questa idea. La prima è la necessità di svincolare, nella misura del possibile, il dibattito sulla Costituzione europea da elementi patologici di dibattiti nazionali. Lo abbiamo già visto in Francia: se il referendum è convocato dal governo nazionale, qualunque sia l’argomento su cui si deve decidere, una parte degli elettori andrà a votare per sostenere le forze della maggioranza e una parte voterà per esprimere dissenso verso le forze di governo. Se invece il referendum ha una chiara, evidente, ispirazione europea sin dalla sua convocazione e chiama a votare contemporaneamente in 25 stati i cittadini in quanto cittadini europei, allora si creano le condizioni affinché il dibattito pubblico si orienti nel merito delle questioni europee e della Costituzione, anziché indugiare su temi di politica interna su scala nazionale.

Il secondo elemento importante riguarda il fatto che, nel momento in cui l’approvazione del trattato è affidata alla decisione attiva di tutti i cittadini europei, allora esiste uno stimolo concreto a produrre un testo comprensibile, destinato alla lettura e alla comprensione di tutti i cittadini, pensato e scritto per avere il più ampio consenso dell’opinione pubblica. Insomma, se si decide di costruire un percorso di revisione del trattato che lascerà nel giugno 2009 l’ultima parola agli europei, allora i governi devono lavorare al testo tenendo conto di quello che i cittadini vogliono e scrivere un trattato che sia leggibile.

Secondo lei questo è sufficiente a creare consenso intorno al testo del nuovo trattato?

Bisogna sapere che cosa fare da qui al referendum.
La Commissione Barroso e il Consiglio hanno puntato l’accento su quella che si chiama l’Europa dei progetti, e cioè, per rafforzare il consenso dei cittadini sulla Costituzione, è necessario rafforzare il consenso generale verso il progetto di integrazione europea. E allora bisogna dare corpo all’Europa delle politiche concrete, sull’immigrazione, sull’energia, sulla strategia di Lisbona, sull’ambiente. La Commissione ha anche stilato una lista di dieci proposte concrete da realizzare per dimostrare ai cittadini che l’Europa rappresenta una sorta di valore aggiunto. È un’iniziativa molto positiva, ma il problema è che in molti casi, fino a oggi, l’Unione si è dimostrata incapace di realizzare politiche concrete, come quelle per l’energia, il rilancio economico o l’occupazione, perché l’Ue non ha meccanismi decisionali sufficientemente efficaci per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Possiamo vantarci di essere pragmatici e parlare di progetti concreti, ma nella realtà non facciamo che riferirci a un’utopia, perché non riusciremo a realizzare nulla senza politiche comuni. Queste mancano, sono inesistenti, e la loro inesistenza ci rende incapaci di portare avanti la strategia di Lisbona, politiche energetiche e sull’immigrazione. Piuttosto che darci gli strumenti per prendere le decisioni, abbiamo vincolat0 molte decisioni – come quelle relative allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia – sono vincolate al voto di unanimità. Allo stato attuale i meccanismi decisionali dell’Unione non sono né democratici né efficaci, e suo questa grave mancanza non abbiamo mai sviluppato una discussione vera e propria. Forse varrebbe la pena di iniziarla.


Ha appena detto che i meccanismi decisionali dell’Ue non sono democratici, che cosa intende?

Una decisione è democratica quando il parlamento europeo vi è completamente implicato, mentre allo stato attuale, circa il 40% di direttive e regolamenti vengono emanati esclusivamente dal Consiglio.
Se l’unione vuole essere democratica, dovrà rafforzare i poteri del parlamento, solo allora troverà strade per politiche efficaci.

Esiste poi un problema di democrazia nella definizione più ampia del termine. Nelle nostre democrazie nazionali i cittadini determinano con il proprio voto la formazione del governo, il che significa che chi ha la maggioranza governa ed è responsabile del proprio lavoro di fronte all’elettorato.
L’accountability, per usare un termine anglofono, è un elemento essenziale di ogni democrazia, ma a livello europeo non esiste, perché gli elettori non determinano il governo dell’Europa, ma solo la formazione del parlamento e nessuno degli eletti si assume di fronte ai cittadini la responsabilità del modo in cui l’Unione deve essere governata.

E allora non basta aumentare il potere del parlamento europeo, non basta introdurre il voto a maggioranza nel Consiglio, per realizzare una democrazia dell’Europa è necessario che il voto degli elettori europei determini in qualche modo la formazione del governo europeo. Non c’è altra via, si può discutere su quali argomenti l’Ue è chiamata ad avere potere, su quali invece la sovranità assoluta rimane ai singoli stati, ma una volta deciso questo, il governo europeo deve poter rispondere del proprio operato di fronte agli elettori. E così si eviterà la confusione che viviamo oggi alle elezioni europee, dove vengono trasferiti in campagna elettorale temi e argomenti di interesse squisitamente nazionale.

Altiero Spinelli è stato uno dei padri fondatori dell’Unione. Che cosa possiamo leggere dell’opera e del pensiero di Spinelli nell’Ue che abbiamo di fronte?

Tutto quanto è ispirato da un’idea federale. Come l’elezione diretta del parlamento che nasce dall’intenzione di dare potere ai cittadini europei e non solo agli stati. La corte di giustizia, la banca centrale e la moneta unica. Sono tutti elementi ispirati al progetto spinelliano di un’Europa federale.

Cosa, invece, non piacerebbe a Spinelli di questa Europa?

Non gli piacerebbe vedere un’Europa che si presenta come una democrazia immatura, in cui è completamente assente l’idea del governo. Il parlamento, per poter fare fino in fondo il suo dovere, deve avere un governo come suo interlocutore. Finché l’Ue non avrà un chiaro organo di governo il parlamento non potrà raggiungere una sua vera identità.
E poi, l’idea che guidava la visione europea di Spinelli era che non si possa costruire la democrazia con metodi non democratici. E la conferenza intergovernativa non è un organo democratico, perché è composta da persone che non hanno ricevuto alcun mandato popolare per decidere sulle questioni sulle quali decidono. Per questo Spinelli sosteneva la formazione di un’assemblea costituente votata dai cittadini. La convenzione che ha scritto il trattato non rappresentava che un embrione di questa idea, non era stata eletta, non aveva ricevuto alcun mandato dai cittadini, era frutto di designazioni del parlamento europeo, dei parlamenti e dei governi nazionali, e per questo alla fine ha prodotto un risultato mediocre: non era dotata di legittimità democratica.



 

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