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303 - 25.07.06


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Ondata euroscettica
Luca Sebastiani

Un’alleanza che chiamare innaturale è dir poco. È una coalizione inquietante quella che Robert Fico, leader del partito socialdemocratico slovacco (Smer) che è arrivato in testa alle elezioni politiche di metà giugno, ha composto insieme alle due formazioni di estrema destra, il Movimento per una Slovacchia democratica (Hzds) e il Partito nazionale slovacco (Sns).

Vladimir Meciar, presidente dell’Hzds, aveva guidato il governo del paese tra il ’94 e il ’98, quando a causa delle sue derive autoritarie la Slovacchia si ritrovò isolata e non poté integrare la Nato insieme ai vicini ungheresi, cechi e polacchi; mentre Jan Slota, leader dell’Sns, è famoso per le sue uscite xenofobe e contro la minoranza ungherese. Per dire: solo recentemente ha suggerito che i carri armati slovacchi avanzino in direzione di Budapest!

Ma cosa ci fa allora un partito socialdemocratico in compagnia dei rappresentanti del peggior nazional-populismo razzista? Per comprendere quello che sta accadendo nel piccolo Stato slovacco occorre allargare il campo e inquadrarlo nella tendenza che sta conquistando terreno in tutti i paesi dell’Europa centrale entrati nell’Unione europea nel maggio 2004.

Dopo la transizione democratica seguita al crollo dei regimi comunisti, negli anni Novanta tutti questi paesi si sono impegnati in una serie di riforme necessarie a raggiungere l’Unione europea e i suoi parametri. Un po’ per reazione alla precedente economia pianificata, un po’ per necessità, un’ondata neoliberista ha guidato per tutto questo periodo le politiche condotte dai governi, sia di destra sia di sinistra. Le elezioni in Slovacchia, in qualche modo confermano la fine di una fase. Ora che questi paesi hanno raggiunto l’obiettivo di entrare nell’Ue e nel mercato mondializzato, il riformismo radicale degli anni precedenti ha perso la sua ragion d’essere e cominciano a pesare politicamente i guasti sociali e territoriali di un lungo ciclo di cambiamenti repentini.

La reazione, ovviamente, si esprime con un antiliberismo dagli accenti spiccatamente nazionalisti e antieuropei. Seppur con modalità differenti il cambio di rotta ha già conquistato il potere in diversi paesi. La Polonia, che sconta il tasso di disoccupazione più alto dei Venticinque (18% circa), è il caso più virulento. A Varsavia lo scorso autunno il partito conservatore Diritto e giustizia (Pis) dei gemelli Kaczynski ha vinto le elezioni politiche e quelle presidenziali promettendo una politica antiliberale ed euroscettica e, un paio di un mesi fa, ha portato nella compagine governativa anche la Lega delle famiglie polacche (Lpr) e Autodifesa (Samoobrona), due partiti populisti, nazionalisti d’estrema destra che condividono lo stesso orientamento economico.

In Ungheria, lo scorso aprile, gli elettori hanno scelto la continuità e hanno rieletto il premier socialista Ferenc Gyurcsany che si è impegnato in una maggiore “coesione sociale”, mentre all’inizio di giugno i cechi hanno premiato la destra euroscettica di Mirek Topolanek.

In Slovacchia Fico ha condotto una campagna contro il governo uscente del cristiano-democratico Mikulas Dzurinda che dopo due legislature alla guida di una coalizione dall’orientamento piuttosto liberale, ha scontato il suo posizionamento troppo “anti-sociale”. Le privatizzazioni, l’apertura ai capitali stranieri attirati con manovre di dumping fiscale e le riforme, hanno fatto negli ultimi anni della Slovacchia un paese dalla crescita robusta, del 6,1% quest’anno, ma dagli innumerevoli problemi in campo sociale. La politica economica tutta sbilanciata sull’esportazione ha lasciato sul campo un potere d’acquisto piuttosto basso per i salari, una disoccupazione del 12%, con punte che si aggirano intorno al 15 e il 20% nella zona Est del Paese, una regione tra le dieci più povere dell’Unione europea, un posto dove più del 20% della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Fico durante la campagna elettorale ha promesso di invertire la tenenza: meno mercato e più Stato. Ha promesso di ritornare sulla riforma della sanità, di aumentare le prestazioni sociali, di abolire il tasso unico del 19% dell’iva, d’incrementare le imposte sulle imprese diminuite in questi anni da Dzurinda e alla fine l’ha spuntata arrivando in testa alle elezioni con il 29,14% dei consensi. Troppo poco per governare. Con i partiti populisti e ultranazionalisti è riuscito a trovare una convergenza per “ridistribuire più equamente i frutti della crescita”.

Mentre nel caso polacco le istituzioni europee non si sono fatte sentire, questa volta da Strasburgo iniziative concrete sono state prese dal gruppo socialista del Parlamento che ha condannato all’unanimità l’alleanza e ha chiesto, alla quasi unanimità, che lo Smer di Fico sia sospeso dal Partito socialista europeo (Pse) di cui è membro e che la sua candidatura all’Internazionale socialista sia sospesa. Il presidente del Pse, Poul Nyrup Rasmussen, e il capogruppo dei socialisti, Martin Schulz, hanno scritto una lettera congiunta a Fico esprimendo “le più gravi preoccupazioni”. Il gruppo dei 201 parlamentari socialisti europei ha deciso di non ricevere il premier slovacco come era previsto.

 

 

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