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303 - 25.07.06


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Costituzione, alla Francia l’ultima parola
Luca Sebastiani

Niente di nuovo sotto il cielo europeo. Il Consiglio che ha riunito alla metà di giugno i capi di Stato e di Governo dei venticinque paesi dell’Unione europea, si è concluso senza sussulti con un accordo che prevede la riapertura del cantiere istituzionale con una procedura che, se tutto va bene, dovrebbe portare ad un nuovo trattato da adottare nel 2009, giusto a ridosso delle elezioni che rinnoveranno il Parlamento europeo.
Intesa prevedibile e realista.

Prevedibile perché già ampiamente anticipata dagli incontri bilaterali preceduti al vertice, soprattutto quello tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Jacques Chirac presso Rheinsberg, e realista perché le condizioni non permettevano niente di più e niente di meno.

In effetti la decisione scaturisce dalla constatazione, maturata dai sedici paesi che hanno già ratificato il Trattato costituzionale per via parlamentare o referendaria, dell’impossibilità di ripresentare lo stesso testo a francesi e olandesi che invece lo hanno rifiutato un anno fa tramite referendum. La Costituzione non potrà mai entrare in vigore così com’è, dunque è definitivamente morta.

A questa constatazione si è aggiunta la necessità, che ha trovato il consenso unanime di tutti i partecipanti al vertice, di concepire e adottare un nuovo trattato, visto che quello di Nizza, attualmente in vigore, non è in grado di garantire il buon funzionamento delle istituzioni di un’Unione allargata a venticinque e a breve ventisette membri con la sempre più probabile integrazione di Romania e Bulgaria all’Ue.

Anche la procedura prevista per il raggiungimento dell’obiettivo è abbastanza scontata. Una proroga prolungherà di un ulteriore anno la “pausa di riflessione” assunta nel giugno 2005 doto il no di francesi e olandesi al Trattato costituzionale. Alla fine di questo periodo, il prossimo giugno, la presidenza tedesca, che ricoprirà il ruolo nel primo semestre del 2007, dopo aver condotto consultazioni con tutti gli stati membri presenterà un rapporto che valuti lo stato dei fatti ed “esplori le evoluzioni future possibili”. Sulla base di questo toccherà alla presidenza francese del secondo semestre 2008 concludere i negoziati che porteranno al nuovo trattato. Tra le righe: sono stati i francesi a condurre nell’impasse istituzionale l’Ue e dovranno essere loro a tirarla fuori.

Questo percorso è stato calibrato sull’esigenza di attendere che le elezioni presidenziali francesi del 2007 cambino le condizioni nel paese del “no” e taglino fuori uno Chirac ormai screditato in patria e indebolito in seno all’Unione; e sull’esigenza, inoltre, che un asse franco-tedesco rinnovato torni ad essere il motore della costruzione politica del Vecchio continente. Senza il nocciolo duro il futuro dell’Ue è difficilmente immaginabile. In Germania Merkel sta lavorando in questa direzione, mentre oltre Reno manca ancora l’attore che sappia incarnare questa prospettiva. Nel corso delle precampagna presidenziale francese, infatti, l’argomento Europa, sensibilissimo dopo il referendum dello scorso anno quando i principali partiti si spesero per il sì, non è stato ancora affrontato apertamente.

Oltre la forma all’ultimo Consiglio non si è andati. Non una parola è stata spesa sull’essenza del nuovo trattato e sui cambiamenti che dovranno essere innestati sul vecchio compromesso. Sotto la pressione degli stati che hanno ratificato il Trattato costituzionale, da tutti è stato convenuto che bisognerà mantenere la “sostanza” di quest’ultimo aggiungendo dei “nuovi elementi”. Formula abbastanza vaga per lasciare spazio alle future negoziazioni. Più “sociale” per andare incontro a francesi, olandesi e una buona parte dell’opinione pubblica europea, più “liberale” come vogliono gli anglosassoni: per ora non è dato saperlo. Si vedrà.

Una contraddizione però, che è passata abbastanza in sordina, è emersa dal vertice dei capi di Stato e di Governo dei Venticinque. Riguardo al tema dell’allargamento, prossimo, futuro o solo immaginato, le posizioni sono diverse. Chi vuole andarci cauto, chi lo vuole estendere ad altri paesi dell’Est, chi lo vuole bloccare. In particolare Chirac ha molto insistito che si mettesse l’accento sulla “capacità d’assorbimento” dell’Unione. Clausola peraltro già presente nei dispositivi Ue. Questa sottolineatura di Chirac vuol dire un paio di cose: in Francia l’allargamento ai dieci nuovi paesi nel maggio del 2004 non è stato capito e questo ha profondamente contribuito al no del referendum; sempre in Francia una modifica costituzionale ha introdotto la ratifica per referendum per i futuri allargamenti. Attenzione, i francesi dispongono di un mezzo per bloccare altri processi. Vedi alla voce Turchia.


 

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