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300 - 02.06.06


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Dieci paesi d’oro
Luca Sebastiani

“L’allargamento a due anni di distanza: un successo economico”. Il giudizio della Commissione Europea non poteva essere più chiaro. Anche nelle sue reticenze.
Il rapporto preparato in occasione del secondo anniversario dell’entrata, avvenuta il primo maggio 2004, dei dieci nuovi paesi dell’Europa centrale e orientale nell’Unione, contiene già nel titolo la risposta esclusivamente economica che la Commissione ha voluto dare alle inquietudini che l’allargamento passato e quelli futuri hanno suscitato e suscitano tra i cittadini europei.

Il no francese e olandese alla Costituzione europea è lì a ricordarlo, a ricordare che la paura del minaccioso idraulico polacco pronto a sottrarre al collega francese salario e garanzie ha giocato un ruolo determinante nel bloccare l’integrazione politica dell’Unione. Come dire: le due direttrici fondamentali sulle quali si è mosso sin qui il processo di costruzione europea, allargamento e integrazione, sono entrati in rotta di collisione portando l’Unione stessa all’impasse che oggi sconta.

Il commissario all’allargamento Olli Rehn non è lontano dal vero quando allo spettro dell’idraulico polacco risponde, dati alla mano, che “gli scenari catastrofici che sono stati immaginati non si sono affatto realizzati”. I flussi migratori provenienti dai nuovi 10 “sono stati in generale molto limitati”, mentre i trasferimenti di attività, le delocalizzazioni, sono stati “minimi”. Anche la concorrenza fiscale, il dumping, in realtà si è dimostrata più immaginaria che reale, in quanto, pur essendo l’imposizione per le società “il 10% più basso ad Est che a Ovest”, le tasse indirette e i contributi sociali “stanno erodendo questo vantaggio”.

Con una crescita media del 3,75% annuo tra il 1997 e il 2005, i nuovi dieci membri hanno ottenuto risultati migliori dei quindici vecchi che si sono attestati su una crescita del 2,5% nello stesso periodo. Certo le disparità Est-Ovest sono innumerevoli, il tasso di disoccupazione nei nuovi paesi membri si aggira in media intorno al 13,4% contro il 7,9 dei paesi Occidentali, ma a buon ragione, in una certa misura, Joaquìn Almunia, commissario degli affari economici e monetari, può sostenere che “la riunificazione dell’Europa è un successo sul piano economico”. Ha ragione altresì a dire che “tutti traiamo vantaggio dal miglioramento del tenore di vita dei cittadini dei nuovi Stati membri” e che “le imprese della Ue beneficiano di nuove opportunità commerciali, rafforzano la loro efficienza e diventano più competitive”. Ha ragione, Almunia, a ricordare che “l’allargamento aiuta l’Unione a far fronte al nuovo ordine economico mondiale”, anche se per ora sembra più un desiderio che una realtà. Il problema rimane quello politico e istituzionale.

Il primo maggio di due anni fa, quando Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia entrarono in un solo colpo a far parte dell’Unione, l’accento venne messo sulla dimensione storica dell’avvenimento. Certo, l’Europa tagliava un traguardo epocale, si riconciliava con se stessa reintegrando paesi che per mezzo secolo erano stati separati dalla cortina di ferro; ma quanto si è ragionato nei mesi seguenti sul cambiamento di natura dell’Ue? L’Unione a venticinque – e l’anno prossimo a ventisette con l’entrata di Romania e Bulgaria – è la stessa di quella a sei o a quindici? E se non lo è, di quale nuova identità e di quali nuovi strumenti ha bisogno?

Cerchi concentrici, differenziazione, velocità molteplici d’approfondimento. Un po’ di realismo, l’unico in grado in questo momento di riconciliare i due assi della costruzione europea, allargamento e integrazione, sta riconquistando terreno in giro per il Continente. Certo bisognerà attendere che gli equilibri politici in singoli stati come Francia e Italia si definiscano meglio o del tutto per cominciare a costruire nuove alleanze e veder nascere proposte concrete.
Per ora la Commissione ha preferito mettere l’accento sul “successo economico dell’allargamento” e rimanere reticente sullo scacco politico dello stesso.

 

 

 

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