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Le ombre del nuovo corso polacco
Luca Sebastiani

Ideologo ultranazionalista, cattolico integralista, antieuropeo, omofobo e antisemita, che ci fa Roman Giertych nel governo polacco? E in che posizione poi: vice premier e ministro dell’Educazione!

Con una cerimonia pomposa, lo scorso 5 maggio si è compiuto e ufficializzato in Polonia un percorso politico che desta una certa preoccupazione. Dopo mesi di trattative hanno raggiunto il governo del paese oltre alla formazione di estrema destra guidata dal succitato Giertych, la Lega delle famiglie polacche (Lpr), anche il partito populista e antiliberale Autodifesa (Samoobrona), il cui leader, Andrzej Lepper, ha ottenuto per sé, oltre al vice premierato, anche il ministero dell’Agricoltura.

Si conclude in questo modo una fase della storia polacca post comunista e se ne apre un’altra dai contorni ancora foschi, ma già abbastanza inquietanti. Lo scorso autunno la vittoria non prevista del partito conservatore Diritto e Giustizia (Pis) di Jaroslaw Kaczynski, ha prodotto una discontinuità rilevante se si pensa che fino ad allora il paese era stato guidato dai socialdemocratici ex comunisti e dai discendenti di Solidarnosc. Discontinuità che i polacchi hanno confermato un paio di mesi dopo eleggendo alla presidenza Lech Kaczynski, fratello gemello del leader del Pis.

La classe dirigente precedente era stata sconvolta da una serie di scandali che palesarono l’esistenza di un sistema di corruzione endemica e i due gemelli ebbero facile gioco a menare una campagna elettorale dai toni ardentemente populisti e di denuncia dei partiti che, secondo l’organizzazione non governativa Trasparency International, avevano collocato la Polonia al 67esimo posto dei paesi più corrotti del mondo, dietro Ghana e Colombia.

Dopo le elezioni il Pis aveva tentato di accordarsi con il partito dei liberali di Piattaforma civica (Po) arrivati solo tre punti percentuali dietro di loro, 24% dei voti contro il 27%, ma non riuscirono a trovare un’intesa sulla spartizione dei dicasteri. Si era allora determinata una fase di fragilità politica, in quanto il governo minoritario del Pis, guidato da Kazimierz Marcinkiewicz, aveva dovuto appoggiarsi in parlamento sui voti delle due formazioni che ora hanno avuto definitivo accesso al potere e che garantiscono una maggioranza parlamentare al governo.

Ma a che prezzo? Certo i due gemelli del potere polacco hanno sempre apertamente espresso posizioni conservatrici, protezioniste, euroscettiche e a volte molto vicine a quelle dei loro alleati – come quando qualche settimana fa Jaroslaw Kaczynski ha difeso Radio Maryja, attaccata sia dall’opposizione che dalle gerarchie vaticane per le sue posizioni scopertamente antisemite.

Ma i due nuovi partiti che hanno guadagnato il potere costituiscono una reale minaccia di deriva radicale a destra. Soprattutto la militanza estremista e xenofoba contro l’omosessualità e l’aborto del signor Giertych sono lontani anni luce dai valori europei a cui la Polonia ha aderito il primo maggio 2004. Come è possibile conciliare l’Ue, la sua identità, i suoi principi costitutivi con chi considera Bruxelles una nuova “Sodoma e Gomorra”? Il ministro degli Esteri Stefan Meller, diplomatico e universitario apprezzato a livello internazionale e ultimo rimasto di Solidarnosc nella compagine governativa, lo ha giudicato impossibile e ha rassegnato le sue dimissioni dall’esecutivo nel preciso istante in cui Giertych vi ha messo piede.

Il silenzio assordante dell’Ue, invece, è segno di grande stanchezza e debolezza. Qualche anno fa, quando i populisti di Jörg Haider entrarono nel governo conservatore austriaco, le sanzioni di cui furono oggetto manifestarono in maniera chiara i “confini” morali dell’Europa. Si può discutere all’infinito sull’efficacia dell’arma a doppio taglio delle sanzioni, ma non si può tacere di fronte allo scempio dei nostri principi fondanti. Quello che sta accadendo in Polonia concerne tutti i cittadini europei

 

 

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