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299 - 12.05.06


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“Vi spiego la nostra Grosse Koalition”
Hans-Jochen Vogel con
Christian Del Monte

La Germania e la Grosse Koalition, viste con gli occhi di chi ha vissuto una vita ai vertici dell’Spd, il partito socialdemocratico tedesco. Come leggere il patto di governo con la Cdu? Forse un passo ulteriore di un cammino che porta la sinistra tedesca a convergere verso il centro? Oppure una dolorosa ma consapevole presa di coscienza per il bene del paese e la difesa di quegli ideali che guidano il partito dalla sua nascita? Le risposte di Hans-Jochen Vogel, già sindaco di Monaco di Baviera e Berlino, candidato alla Cancelleria nel 1983 e successore di Willy Bradt alla Presidenza di Partito analizzano le scelte della storia recente e guarda al passato dell’Spd per rilanciarne il ruolo futuro.

Subito dopo le elezioni italiane il premier uscente Silvio Berlusconi ha subito fatto un tentativo per lanciare l’idea di una Grande Coalizione sul modello tedesco. La proposta non ha avuto alcun seguito. Perché secondo lei?

Nella Repubblica Federale Tedesca, si sono avute due Grandi Coalizioni, nel 1966 e nel 2005, ed entrambe sono nate dal fatto che non si prospettava nessun’altra soluzione politica, in un clima politico che facevano allora e fanno ora apparire necessaria la collaborazione tra due grandi partiti popolari.
Per come da qui posso giudicare le vicende italiane, mi pare che questi presupposti mancano. E trovo sorprendente che Silvio Berlusconi volesse stringere una coalizione con forze politiche che, fino alla vigilia delle elezioni, ha duramente messo in discredito e attaccati fino al punto di accusare glia avversari di voler abolire ogni libertà.

Secondo alcuni, il 'fenomeno Berlusconi' sarebbe da intendersi come un effetto secondario del neoliberismo. Cosa pensa a riguardo?

Ne dubito. Quello che lei indica come un fenomeno, ha le sue radici, primariamente, nella personalità di Berlusconi e nella sua autoreferenzialità ai limiti dell'egomania.

Sul finire degli anni '60, fu una Grosse Koalition a offrire all’Spd, per la prima volta, la possibilità di entrare a far parte di una composizione di governo. Sono passati più di trent'anni ed eccoci, nuovamente, dinanzi allo stesso fenomeno politico. In cosa si differenziano, a suo giudizio, la prima Grosse Koalition e la seconda?

Dal 1967 al 1969, la Grosse Koalition si era resa necessaria in quanto l’Fdp (Freie Demokratische Partei – partito di area liberal-democratica, ndr) aveva lasciato il governo formato con l'Union. La creazione di questa prima Grosse Koalition si rivelò problematica, dato che, per entrambe le parti, c'erano punti che non erano così facili da digerire. Da parte nostra, appena quattro anni dopo lo Spiegelaffäre (lo scandalo che nel ’62 portò alle dimissioni del governo Adenauer a causa della perquisizione subita dalla redazione centrale della rivista Der Spiegel ordinata dall’allora Ministro della Difesa Franz Josef Strauß a causa di un articolo particolarmente critico nei confronti del governo cristiano-democratico, ndr), dovemmo accettare nel governo la presenza di Strauß in qualità di Ministro delle Finanze. L'Union dovette, da parte sua, accettare Herbert Wehner come membro del Consiglio dei Ministri. Ciononostante, quella coalizione lavorò bene, allora, tenendo fino alla fine del periodo di legislatura. L’attuale coalizione di governo è invece venuta alla luce in condizioni totalmente differenti, essenzialmente perché non c'erano alternative, i risultati elettorali non lasciavano altre possibilità. E per questo è stato giusto che ci si sia venuti incontro trovando un accordo nella coalizione. Ora c'è da sperare che questa coalizione, dopo un saggio inizio, operi bene.

Si può dire che la storia dell’Spd abbia vissuto un progressivo avvicinamento verso il centro dell’arco politico?

Uno dei momenti chiave è il 1959 con quello che viene chiamato il programma “Godesberg”. Fino ad allora, l’Spd aveva programmaticamente tenuto come punto fermo della propria concezione che esiste una regolarità nella Storia e che lo sviluppo conseguente alla lotta di classe avrebbe necessariamente portato, un giorno, al Socialismo Democratico. Si trattava di un errore che nel 1959 portò a una correzione programmatica davvero sostanziale. Ora il programma Godesberg ci dice che il Socialismo Democratico ha un compito perenne: preservare e formare la società secondo tre valori fondamentali, Libertà, Giustizia e Solidarietà. Lascio ad altri giudicare se in ciò si possa vedere un passo verso il centro. Si trattava, in ogni caso, di un passo con cui si prendeva atto della realtà e che, da allora, è determinante per il partito. Anche riguardo agli ultimi sette anni non mi sento di dire che l’Spd si sia mosso, in particolar misura, "verso il Centro". L'Spd è, dal '59, un Volkspartei (Partito del Popolo) e questo significa che non si rivolge soltanto alla classe dei lavoratori, degli operai, ma guarda a tutti coloro che si riconoscono in questi valori e li considerano determinanti per se stessi e per la vita politica. Non vedo, in questo, un fondamentale cambiamento di corso quanto il coraggio di prendere atto della realtà e non chiudere gli occhi, in attesa della rovina.

Ora, da questa nuova posizione, all’interno della Grande Coalizione, l’Spd potrebbe esercitare un influsso sull’economia agendo nella sua doppia veste di Volkspartei di Regierungspartei, forza di governo?

Allora, innanzitutto, essere allo stesso tempo Volkspartei e Regierungspartei non significa essere in contraddizione. Un Volkspartei può essere tanto al governo quanto all'opposizione. Oltre a ciò, la possibilità di influenzare lo sviluppo economico, con la globalizzazione, si è chiaramente ridotta, è diminuiti il peso delle scelte nazionali mentre cresce la dimensione europea e mondiale delle decisioni. Chi vuole addomesticare quello che Helmut Schmidt chiamava “capitalismo rapace”, non si può muovere unicamente a livello nazionale, nessun paese europeo potrebbe farlo da solo.

Lei ha sempre posto l'unità del partito come priorità delle scelte politiche; dopo la sua prima candidatura, nel 1983, altre due volte avrebbe potuto aspirare al cancellierato ma vi rinunciò per lasciare spazio ad altri e, secondo alcuni osservatori, risparmiare al partito contrasti interni.

È molto gentile ad usare la parola “rinunciare”. Io ero giunto alla conclusione che una candidatura da parte mia non sarebbe stata sensata, perciò non vi ho ambito e non ne ho fatto oggetto di discussione. Nel 1987, mi sembrò che il candidato più adatto fosse Johannes Rau, così come, nel 1990, mi sembrò esserlo Lafontaine. Riguardo a quest'ultimo si trattò, comunque, di un errore, già nel 1990.

In cosa consiste la differenza tra il Lafontaine di allora e quello attuale?

La differenza fondamentale consiste nel fatto che, nel 1999, l'attuale Lafontaine buttò via il suo incarico di presidente di partito dell'SPD come se di trattasse di un abito sporco... un incarico rivestito prima di lui da August Bebel, Willy Brandt, Kurt Schumacher. E questo senza una parola di giustificazione. Poi, per anni, non ha fatto altro che contrastare apertamente il proprio vecchio partito. Ora continuerà a farlo nel Pds. Voglio precisare: il Wasg, il partito fondato da Lafontaine nel 2005, non ha ottenuto seggi alle ultime elezioni e Lafontaine siede in Parlamento perché eletto nelle liste del Pds.

Lei ha una profonda conoscenza della storia del Spd. Quale orientamento potrebbe prendere in futuro il suo partito?

Anche in futuro l'Spd si orienterà secondo i suoi valori fondanti, se ben consigliato, e lavorerà efficacemente per il bene comune, così come ha fatto negli ultimi 142 anni, pur commettendo errori e sbagli. Questo anche a vantaggio della Rft. E, se ci si ricorda di uomini come Willy Brandt, Helmut Schmidt, Herbert Wehner e Gerhard Schröder che, in tempi difficili, ha dato prova di grande fermezza, non ho alcun dubbio sul fatto che, anche in futuro, l'Spd opererà assennatamente.


 

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